La paranoia per la deflazione dei “mandarini” d’Europa

di REDAZIONE

Secondo chi mette in guardia dalla deflazione, essa è un male perché costringe le persone a rinviare nel tempo i consumi, in attesa di prezzi piú vantaggiosi. Si dimentica che i risparmi sono necessari affinché un’economia possa prosperare su fondamenta economiche sane. Si dimenticano le preferenze individuali degli attori economici, le quali variano da persona a persona. Si dimentica, soprattutto, l’ABC dell’economia: a prezzi inferiori, ceteris paribus, la domanda aumenta. Pensate al settore dell’elettronica. Pensate al settore informatico. Pensate al settore tecnologico. Quel che in realtà dobbiamo temere è la manipolazione dei dati cui facciamo riferimento. Il paniere dell’inflazione, infatti, è un parametro che varia molto d’anno in anno, e non presenta alcuni oggetti che sono reputati «troppo» volatili per una misurazione precisa. Cosí, i pianificatori centrali possono rigirare i dati come vogliono, usando la statistica come arma per i propri scopi. Infatti, la realtà ci racconta tutta un’altra storia, se consideriamo il cosiddetto «carrello della spesa» o i prezzi degli alimenti in generale. Perché i consumi languiscono, quindi? Perché l’ABC dell’economia è ancora valido: a prezzi crescenti, ceteris paribus, la domanda diminuisce.
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di FRANCK HOLLENBECK

C’è un flusso incessante di articoli che ci avvertono di una calamità economica se la deflazione dovesse mostrare il suo muso anche per un brevissimo periodo di tempo. Questo mostro della deflazione, ci viene detto, deve essere sconfitto con la stampante monetaria a tutti i costi. Naturalmente il vero obiettivo di questa paura è quello di permettere allo stato di continuare a rubare attraverso la svalutazione. Ogni euro stampato è una tassa governativa sui saldi di cassa.

Ci sono due principali tipi di deflazione. Il primo deriva da un generale aumento della quantità di beni e servizi disponibili. In questo tipo di deflazione una riduzione dei costi, in un ambiente competitivo, conduce a prezzi più bassi. Il settore dell’alta tecnologia ha prosperato per decenni in questo tipo di deflazione, poiché il progresso tecnico (ad esempio, l’effetto della Legge di Moore) ha alimentato innovazioni e potenza di calcolo a costi progressivamente decrescenti. Lo stesso vale per la maggior parte delle industrie durante gran parte del XIX secolo, mentre il tenore di vita aumentava notevolmente. Ogni uomo beneficiò dell’aumento dei salari reali derivanti da prezzi più bassi.

Il secondo tipo di deflazione prevede una riduzione dell’offerta di moneta che proviene da un aumento nel desiderio della popolazione o del settore bancario di trattenere liquidità (cioè, tesaurizzazione).[1] Un esempio semplice renderà questo punto più chiaro. Supponiamo di avere 10 matite e €10. Solo ad un prezzo di equilibrio di €1 non ci sarà produzione in eccesso o soldi in eccesso.

Supponiamo che il costo di produzione di una matita sia 80 centesimi. Il tasso di guadagno sarebbe del 25%. Ora supponiamo che le persone accumulino €5 e li mettano sotto il materasso. Il prezzo di una matita sarà tagliato della metà, passando da €1 a 50 centesimi, dal momento che ora abbiamo un’offerta di moneta di €5 a caccia di 10 matite. Se scendono anche i prezzi degli input a 40 centesimi per matita, allora non vi è alcun problema in quanto il tasso di guadagno rimarrà ancora del 25%. In questo esempio, un calo dei prezzi nella produzione ha costretto un adeguamento dei prezzi degli input.

Il timore keynesiano è che i prezzi degli input non si aggiustino abbastanza velocemente a fronte di un calo dei prezzi nella produzione, in modo che l’economia non finisca in una spirale di deflazione-depressione. La soluzione keynesiana-monetarista è quella di spingere lo stato a stampare €5 per evitare questa deflazione.

Questa creazione di moneta è distorsiva e causerà una cattiva allocazione delle risorse, in quanto il nuovo denaro non verrebbe speso nelle stesse aree o nelle stesse proporzioni di quell denaro che ora viene “tesaurizzato” (come definito dai keynesiani). Inoltre, anche se lo stato trovasse le aree giuste o le giuste proporzioni, il risultato sarebbe comunque un’errata allocazione, in quanto la tesaurizzazione riflette il desiderio degli individui di riallineare i prezzi relativi più vicino a quello che vogliono che sia davvero prodotto. La stampa di denaro può effettivamente aumentare il desiderio di trattenere liquidità, come vediamo oggi. Trattenere contanti può essere la scelta preferita rispetto al consumo o all’investimento (risparmi) quando i prezzi relativi e assoluti sono stati distorti dalla stampa monetaria.

Naturalmente, nessuno si sta veramente ponendo la domanda cruciale. Perché trattenere contanti dovrebbe cambiare l’offerta di moneta, e perché la popolazione e le banche decidono di aumentare la loro liquidità in primo luogo?[2] Senza la riserva frazionaria, né la popolazione né le banche potrebbero cambiare in modo significativo l’offerta di moneta tesaurizzando contanti, né le banche potrebbero estendere il credito più velocemente di un risparmio più lento. Il boom ed i cattivi investimenti che ne derivano diventerebbero un ricordo del passato e, quindi, anche il desiderio di trattenere più contanti durante la fase bust del ciclo economico. Se le banche centrali sono molto preoccupate per questo tipo di deflazione, devono affrontare le cause — riserva frazionaria — e non le cosneguenze. Raccontare ad un ubriaco che può evitare la sbornia bevendo ancora più whisky, non farà altro che peggiorare le situazione.[3] La vera soluzione è quella di smettere di bere.

Secondo Mario Draghi:

Il secondo aspetto negativo di una bassa inflazione […] è che impedisce l’aggiustamento degli squilibri. Una cosa sono i prezzi relativi che si devono aggiustare con un tasso di inflazione intorno al 2%, un’altra cosa sono i prezzi relativi che si devono aggiustare con un tasso di inflazione di circa lo 0.5%. Ciò significa che la variazione di alcuni prezzi, affinché si possano aggiustare, dovrà diventare negativa. E si sa che i prezzi ed i salari hanno una certa rigidità nominale che rende questi aggiustamenti più complessi.
Draghi confonde il primo tipo di deflazione con il secondo. La bassa inflazione nella zona euro è attribuibile principalmente al rafforzamento dell’euro, e ad un calo dei prezzi degli alimenti e dell’energia.

Gli economisti della Bundesbank staranno dando testate davanti ai muri. Ovviamente hanno capito lo scopo della BCE: monetizzare indirettamente il debito del blocco meridionale. Il “whatever it takes” di Draghi ha fatto guadagnare un pò di tempo ai paesi del blocco meridionale. Tuttavia, è stato fatto poco nel tenere sotto controllo la dimensione dei settori pubblici. I rapporti debito/PIL continuano a salire e tasse più alte nei paesi del blocco meridionale hanno provocato una contrazione ancora maggiore del settore privato. Molte banche in Europa meridionale sono tecnicamente in bancarotta. In Italia i prestiti non performanti sono passati da circa il 5.8% nel 2007 a oltre il 15% di oggi. E la situazione sta peggiorando.

Di recente la Grecia ha collocato i bond a 5 anni ad un rendimento inferiore al 5%, otto volte l’ammontare offerto. Ciò mette in evidenza quanto il settore finanziario europeo sia dipendente dal “bluff di Draghi.” Come nel resto del mondo, i tassi di interesse in Europa sono totalmente distorti e non allocano più le risorse in base alla preferenza temporale della società, non riflettono neanche il rischio reale di default.

La BCE probabilmente imporrà a breve tassi negativi, ma scoprirà, come la FED ed altri prima di essa, che è inutile portare un asino al torrente se non vuole bere. Il QE può anche essere sul tavolo, ma a differenza della FED la BCE è limitata nella scelta degli asset che può acquistare (dal momento che l’acquisto diretto di titoli di stato europei vìola la Costituzione tedesca). Un giorno la Germania ed i paesi del blocco meridionale, tra cui la Francia, si scontreranno su quale sarà una politica monetaria appropriata.

Per la Germania sarebbe saggio pianificare una possibile uscita dall’euro.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli – http://johnnycloaca.blogspot.it/

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Note

[1] I keynesiani considerano “tesaurizzazione” la mancata spesa di denaro e anche il risparmio nei despositi bancari, ma propriamente intesa, è l’equivalente di stipare i contati sotto il materasso.

[2] Il prestito a riserva frazionaria è inflazionistico, cosa che contribuisce allo scoppio di boom artificiali. Le banche trattengono denaro quando temono una crisi della fiducia, anche questo esito del suddetto boom.

[3] Dal momento che il prestito a riserva frazionaria è la fonte del problema, perseguire su questa strada non è la soluzione.

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One Comment

  1. Albert Nextein says:

    Hollenbeck scrive benissimo, e Simoncelli traduce altrettanto bene.

    Ho sempre vissuto in tempi di inflazione.
    Anche elevatissima , come negli anni 80.
    Non ricordo che nel dopoguerra almeno ci sia stata deflazione.
    Ci fu sempre inflazione.
    Qualcuno, una volta, diceva che per l’edilizia un poco di inflazione non guastava, perché la gente per salvarsi i risparmi investiva nel mattone.
    E non a caso in italia una percentuale altissima di famiglie possiede l’abitazione in cui vive.
    Ovviamente le caste di potere si sono occupate, da tutori costituzionali del risparmio in tutte le sue forme, dell’edilizia fino al punto di oggi, con tassazione patrimoniale sgangherata ed esosa.
    E con un mercato immobiliare miserabile.

    Vorrei sperimentare un periodo di deflazione.
    Immagino che spenderei meno per sopravvivere.
    Ma sarei ultra-curioso di vedere che tentativi metterebbero in atto quei delinquenti che finora hanno imposto politiche monetarie keynesiane.
    Le politiche alla base del secondo tipo di deflazione.
    Di chi sarà la colpa questa volta?
    A chi muoveranno guerra?
    Chi spolperanno?

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