La libertà non l’ha inventata l’Occidente

libertàdi CHIARA BATTISTONI –  Abbiamo sentito parlare di diritti umani calpestati, del genocidio di un popolo, quello armeno, negato e mai riconosciuto, anche davanti all’evidenza di altri Paesi che, nelle rispettive sedi parlamentari, hanno avuto il coraggio di riconoscerlo. Abbiamo lanciato strali contro la Turchia e contro la Cina, abbiamo rivendicato il diritto alla nostra storia, alle nostre tradizioni, alla nostra religione, soprattutto a un’Europa che sia espressione dei popoli e non degli Stati nazione, un’Europa che non sia dominata dall’attuale apparato burocratico, che sia piuttosto un’Europa polifonica, così com’era nelle intenzioni dei padri fondatori.

Eppure la dimensione globale è una dimensione che ci appartiene, da cui non possiamo prescindere; per difenderci, se questa è la strada che abbiamo scelto, dobbiamo conoscere e capire. Il che, badate bene, non significa affatto giustificare poi tutto quanto accade, accettare
acriticamente che altre culture si sostituiscano alla nostra, regalando spazi così come ha fatto la sinistra, quando ancora era capace di partorire una politica estera, se pur terzomondista, infarcita di pauperismo e pietismo, quanto di più lontano dal concetto di solidarietà attiva e propositiva che dovrebbe invece permeare una società civile e matura.

La comprensione di cui parlo è la comprensione della ragione, quella che analizza e contestualizza, la ragione delle “teste ben fatte” alla Edgar Morin, che sanno osservare, che sono capaci di capire i limiti e i capisaldi del contesto in cui vivono, per poi decidere. È la comprensione di Amartya Sen, nato a Santiniketan, Bengala, nel 1933, premio Nobel per l’Economia nel 1998, a cui si devono libri di straordinaria attualità. In Globalizzazione e libertà (Mondadori, 2002), così come in La democrazia degli altri (Mondadori 2004), dedica un intero capitolo ai diritti naturali su scala globale. A pag. 69 si legge «Un governo può naturalmente contestare il diritto legale di
una persona a non essere torturata, ma questo non equivale a mettere in dubbio il suo diritto umano a non esserlo. Il concetto di diritto umano universale è, in questo senso, un’idea unificatrice, qualcosa che rende ciascuno di noi importante (dovunque viva e di qualunque
nazionalità sia), qualcosa che tutti noi possiamo condividere (nonostante le differenze fra i sistemi giuridici dei nostri rispettivi Paesi).

Tuttavia, il tema dei diritti umani finisce spesso per essere un terreno di scontro fra convinzioni diverse e differenti affermazioni, e nella
pratica dei dibattiti politici può sembrare, piuttosto che un’idea unificatrice, un motivo di divisione, che è stata talvolta concepita come “scontro tra civiltà” o “guerra fra culture”». Perché un’idea che dovrebbe avvicinare finisce per dividere? Perché a essa si sovrappongono le specificità culturali dei singoli popoli e le rivendicazioni storiche che rappresentano il vissuto di ogni società. In
realtà, ci ricorda Sen, «nel mondo esistono divisioni, ma le linee di demarcazione non corrono lungo i confini nazionali, o lungo la grande dicotomia Oriente-Occidente. Ciò è tanto vero per le tradizioni passate quanto per le priorità e le aspirazioni del presente. (…) La diversità all’interno delle nazioni può, anche se pare strano, contribuire all’unità del mondo e alla sua concordia. I diritti umani possono contribuire a questo processo e, in cambio, riceverne sostegno» (pag. 78).

 

Non c’è globalizzazione senza il rispetto delle diversità; non c’è libertà senza la possibilità di essere se stessi e di vivere pienamente la propria vita, con responsabilità, perché non esiste libertà disgiunta dalla responsabilità personale. Un’osservazione a cui è giunta ancheJune Arunga, 23enne studentessa keniana a Londra, impegnata nella comunicazione economica per i giovani.

June è la protagonista del documentario The devil’s footpath (il sentiero del diavolo), un viaggio che dall’Egitto l’ha condotta in Sudan, Congo, Angola, fino alla Namibia e al Sud Africa. Ne emerge uno scenario di tragedie umane e sociali, la cui radice comune è la
mancanza di libertà. La forza del messaggio di June è tutto racchiuso in questa parola di cui noi andiamo perdendo profondità e dimensioni: LI-BER-TÀ.
«Gli africani – afferma June con realismo – soffrono per la negazione sistematica di diritti elementari. I governi dei nostri Paesi sono quasi sempre dispotici, quelli che dovrebbero essere cittadini sono trattati come sudditi. L’accesso all’istruzione e alle informazioni è negato o manipolato. (…)».

Gli aiuti internazionali, che pretendono di calare dall’alto soluzioni a problemi che hanno radici territoriali e culturali, diventano
un ostacolo per la democrazia in Africa. Se non esiste il rispetto della proprietà privata (come in Sudan), se il senso di responsabilità
è annichilito dalla pioggia di aiuti, dal commercio equo e solidale l’Africa non potrà cambiare. «Gli africani – dice June con audacia – hanno bisogno di nuove industrie, nuove fabbriche, hanno bisogno di acquisire competenze e professionalità, per essere davvero protagonisti del cambiamento».

Che si rivolga il nostro sguardo alla Cina, alla Turchia o all’Africa, che si cerchi o si rifiuti l’altro, il primo passo è conoscere. Il nostro vero, subdolo nemico non è l’altro, è piuttosto l’ignoranza, l’unica che ci porta inesorabilmente al sonno della ragione, alla morte
dello spirito e al trionfo del dio denaro. Se vogliamo amare il mondo appassionatamente, come invitava a fare Josemaria Escrivà, oggi Santo, se vogliamo amarlo da cristiani dobbiamo avere il coraggio di diffondere una «vera mentalità laicale, che deve condurre a tre conclusioni: a essere sufficientemente onesti da addossarsi personalmente il peso delle proprie responsabilità; a essere sufficientemente cristiani da rispettare i fratelli nella fede che propongono, nelle materie opinabili, soluzioni diverse da quelle che ciascuno di noi sostiene; e a essere sufficientemente cattolici da non servirsi della Chiesa, nostra Madre, immischiandola in partigianerie umane» (Amare il mondo appassionatamente,
Escrivà, Edizioni Ares).

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