La libertà in Europa: chi fa un referendum in Scozia diventa premier, in Catalogna rischia il carcere

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Mancano 18 giorni alla resa dei conti finale fra i due grandi protagonisti della ‘guerra di secessione’ catalana, il premier Mariano Rajoy e il presidente Carles Puigdemont, che in questo finale di fuoco si giocano tutto, carriera politica e forse liberta’. Lo scontro si fa ogni giorno piu’ duro. La procura ha ordinato alla polizia spagnola e catalana di sequestrare le urne del referendum del primo ottobre, quando e se riuscira’ a trovarle, con schede, programmi, insomma qualsiasi materiale elettorale. Passata la grande manifestazione indipendentista della Diada, che ha visto scendere in piazza  centinaia di migliaia di catalani in difesa del referendum, la mano di Madrid si fa piu’ pesante.

Puigdemont e i suoi ministri sono indagati per avere convocato il referendum, che Madrid ha dichiarato “illegale”. Rischiano condanne fino a sei anni di carcere. Ma nonostante le minacce e malgrado il progressivo dispiegamento di tutta la forza dello Stato, che mette in campo polizia, corte costituzionale, giudici, ipotesi di carcere e sequestri di patrimonio, Puigdemont e i suoi tengono duro, si dichiarano disobbedienti alla legge spagnola in nome della nuova “legittimita’ catalana”.

Nello scontro fra Davide e Golia – un leader Pp ha definito la Spagna una corazzata e la Catalogna uno zodiac sgonfio – logicamente in termini di rapporto di forze dovrebbe vincere lo Stato spagnolo. Ma la battaglia della crisi istituzionale piu’ grave della Spagna del dopo-Franco si gioca su un terreno scivoloso per le due parti. Se le misure repressive ‘normali’ non piegheranno la resistenza catalana Rajoy puo’ usare l’ ‘arma atomica’ dell’art.155 della Costituzione, sospendere Puigdemont e l’autonomia catalana, e prendere il controllo della Catalogna.

A rischio pero’ di un sollevamento catalano dalle conseguenze imprevedibili. D’altra parte, rileva La Vanguardia, dopo avere ripetuto come un mantra che “il referendum non si fara’” il premier non puo’ permettere il voto. O, avverte l’analista Jordi Juan, dovra’ dimettersi. Ma se usera’ una forza eccesiva rischia di affondare il suo governo minoritario, perdendo l’appoggio dei nazionalisti baschi del Pnv. E di perdere la battaglia della democrazia agli occhi del mondo.

Davanti al silenzio dei governi Ue che per forza di cose si allineano su Madrid, crescono le proteste internazionali come quella di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, per la repressione in Catalogna di chi “vuole solo che la gente voti”. Molti non capiscono perche’ nella stessa Ue chi fa un referendum in Scozia diventa premier e in Catalogna rischia il carcere. Puigdemont, anche perdendo, potrebbe vincere. O riuscira’ a fare votare i catalani. O la repressione di Madrid – per lui il carcere? – ne fara’ un martire dell’irredentismo catalano, lasciando una pericolosa ferita aperta nel paese e una spaccatura ancora piu’ profondo fra i catalani e il resto della Spagna.

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