LA LIBERTA’ CREA DISUGUAGLIANZE

di CHRISTOPH BLOCHER*

“La comunicazione è il libero mercato”. Adesso forse penserete: “Non lo sapevo proprio”. Nessun problema, non importa che ricordiate o meno la frase, l’importante è che abbiate fatto vostra la filosofia che essa rappresenta.

Vi sembra ovvio che la comunicazione – e quindi il vostro mestiere – possano esistere soltanto in un’economia di libero mercato?

È comprensibile: senza un’economia di libero mercato non possono infatti esservi né comunicazione, né pubblicità, né marketing. Ma allora perché tutti noi parliamo sempre di libero mercato? Un’economia di mercato è per definizione un’economia libera da interventi statali. Così come il latte è bianco e il carbone nero, l’economia di mercato è per definizione libera. Un’economia di mercato regolata non merita di essere chiamata economia di mercato. Prendiamo il suo contrario, l’economia pianificata. A nessuno verrebbe in mente di parlare di economia pianificata statale, perché l’economia pianificata è di per sé sempre statale, altrimenti non sarebbe pianificata ma libera. Insomma, o il mercato è libero o non è mercato.

La libertà, il tratto distintivo del libero mercato, deve oggi tornare a essere il valore cardine. Lo Stato non ha nessun motivo per ingerire nel mercato. La propensione della classe politica ad intervenire in questo ambito è sempre stata ed è tuttora forte. Si è sempre cercato di “organizzare il mercato, di plasmarlo, di averne cura come un bambino”. Penso agli interventi statali quali gli incentivi, gli aiuti, le ridistribuzioni, le prescrizioni, le regolamentazioni, le compensazioni. Un perenne tentativo di proteggere l’uomo dall’iniquità del mercato.

È nostro compito dare maggior peso all’economia di mercato e al suo vitale ruolo per l’approvvigionamento di beni – e in ultima analisi per il benessere stesso dell’uomo. Con tutti questi comportamenti sociali impregnati di ideologia e animati da buone intenzioni, si va dimenticando quanto è sociale l’economia di mercato: essa è l’unica a poter garantire che la società sia rifornita dei beni di cui necessita. Dove si è voluto combatterla (e i paesi comunisti ne sono l’esempio più evidente), si sono portati alla rovina tanto gli Stati quanto i loro popoli. La vera sfida sociale della nostra epoca è preservare l’economia di mercato.

Ma perché l’economia di mercato è finita nel mirino delle critiche della politica? Forse perché può essere scomoda e dura? Oppure ci dà fastidio perché causa ineguaglianze o per lo meno le rende visibili?

In un posteggio pubblico sono parcheggiate, l’una a fianco dell’altra, una lussuosa fuoriserie e una vecchia auto, che a tutto assomiglia tranne che ad un mezzo di trasporto. È proprio così: la libertà crea differenze e produce ineguaglianze.

Ma è forse meglio aspirare all’uguaglianza? L’ex primo ministro britannico Winston Churchill, con la sua franchezza e la sua intelligenza, riassumeva così il dilemma: “Il vizio inerente al capitalismo è la divisione ineguale dei beni; la virtù inerente al socialismo è l’uguale condivisione della miseria”.

Le differenze di una volta vanno pian piano scomparendo, poiché oggi una larga fascia della popolazione può godere dei vantaggi del progresso economico, anche se a volte con un po’ di ritardo. Quello che soltanto alcuni decenni or sono era un bene di lusso – un’auto, una televisione, un frigorifero – è oggi dato per scontato.

Ciononostante, la libertà crea ineguaglianze. La libertà lascia infatti che siano gli uomini a scegliere come diventare felici. L’economia di mercato premia inoltre i più capaci: chi inventa, produce e mette sul mercato un nuovo prodotto viene infatti ricompensato. Non vi è scampo per il prodotto mediocre. L’unico metro del successo sono i bisogni del cliente, la soddisfazione della domanda. I nemici moderni dell’economia di mercato si appigliano proprio a questo, poiché da questo profilo il mercato è veramente spietato e amorale.

Di primo acchito può effettivamente far paura. Ma di positivo c’è che il mercato non conosce razza, religione, né orientamento politico. Il mercato ha una sola legge: domanda e offerta. Qualità e prezzo. Al mercato non interessa se il tuo credo è Allah, Cristo o Geova. Per il mercato vince il migliore, chiunque esso sia. E ognuno è libero di decidere in quale modo intende battere il suo avversario.

A molti potrà sembrare un atteggiamento arcaico, un ritorno alla “legge del più forte”, al darwinismo sociale. È per questo che si vorrebbe correre ai ripari: ma non per aiutare i poveri di persona, bensì per ridistribuire, incentivare, dirigere, compensare. Questo esercizio è interessante per i politici, perché più cresce il sistema di ridistribuzione, maggiore diventa il loro potere. Chi ridistribuisce ha potere, toglie a uno per dare all’altro, e chi riceve premierà il suo benefattore con il voto, rafforzando ancor di più il suo potere. Diciamolo chiaramente: sotto il velo dell’uguaglianza si cela una appena dissimulata forma di corruzione. E l’esperienza ci insegna che questo principio produce miseria.

Nonostante il crollo dei Paesi socialisti dell’Est, il socialismo è ancora vivo. Anche nel nostro Paese (figuratevi in Italia, ndr). Opera in maniera più subdola, ma gli obiettivi sono rimasti gli stessi: statalizzare, deresponsabilizzare, ridistribuire. In ultima analisi il socialismo vuole sopprimere la libertà e di conseguenza anche il libero mercato. Per fare ciò, punta sul moralismo, come si riscontra anche nella lingua e nella comunicazione. Quando voi dite che “La comunicazione è il libero mercato”, dovete chiedervi che ne sarebbe di un’economia di mercato in cui la comunicazione è regolamentata da una serie di condizioni e tabù. In realtà una comunicazione “regolamentata” porta ad un mercato “regolamentato”. Tutto ciò non pare affatto pericoloso, anzi, può sembrare quasi ragionevole e avveduto. Ma a uno sguardo più attento si constaterà che la comunicazione regolamentata, quella che oggi si chiama “political correctness”, non è altro che il tentativo di deresponsabilizzare le masse attraverso la lingua. Un’impresa audace che, alla fine, mina le basi di una società libera. Con la scusa di educare il popolo – per il suo bene, come dicono in particolare gli ideologi – lo Stato ingerisce sempre più nelle libertà dei cittadini. In caso di dubbio, bisognerebbe invece optare sempre per la libertà. Di norma, infatti, i cittadini meritano molta più fiducia di quanto non pensino i politici.

*Politico e imprenditore svizzero

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