La lezione sarda: gli indipendentisti devono coordinarsi tra loro

di GILBERTO ONETO

Autonomisti e indipendentisti hanno un tratto in comune a tutte le latitudini: litigano sempre ferocemente fra di loro e mettono più impegno e cattiveria nel combattere contro i “fratelli” autonomisti e indipendentisti che non a contrastare centralisti e oppressori. Anche gli osservatori più attenti hanno – ad esempio – perso il conto dei frazionismi corsi o veneti, e neppure il resto del movimentismo padano sembra essere messo meglio. Spesso si tratta di gruppuscoli, schegge impazzite e sigle senza seguito che mettono diligentemente in pratica l’eterno (e sempre sconsolatamente vincente) principio romano del “divide et impera”, che durano lo spazio di un mattino o che trovano lampi di visibilità solo grazie agli illusionismi della rete. Molti però riescono anche a finire sulle schede elettorali: alle recentissime regionali sarde i simboli riconducibili a una vasta area che va dal blando autonomismo fino al più duro secessionismo erano addirittura 16, e cioè il 59,2% delle 27 liste in competizione.  Due si sono presentate sole con un proprio candidato presidente, altre sette in due coalizioni con candidati propri e le restanti divise fra i due schieramenti maggiori:  quattro con la sinistra e tre con la destra. Il 16% dei voti del sinistro vincitore Pigliaru è venuto da liste autonomiste alleate; al destro sconfitto Cappellacci gli autonomisti hanno portato addirittura il 20,28% dei consensi. I quattro candidati presidenti autonomisti (o sedicenti tali) hanno raccolto il 17,87% di preferenze contro il 13,63% delle liste a loro collegate. La differenza è rappresentata da una bella fetta di persone che hanno votato per Michela Murgia come presidente ma che hanno scelto liste collegate a Cappellacci (che infatti ha avuto il 43,87% di voti di lista e il 39,65% di voti personali) dimostrando che esiste un popolo conservatore e liberale che è però anche indipendentista: hanno votato a destra per il programma politico e la Murgia perché sardista. Questo dovrebbe far meditare i liberali che insistono nelle loro paturnie italianiste e si rifiutano di accettare il fatto che non si possa essere liberali senza essere almeno autonomisti: se lo fosse stato, Cappellacci oggi sarebbe stato rieletto presidente della Regione Sardegna.

Tutte assieme le liste autonomiste hanno raggiunto il 29,35% dei voti espressi. Se si fossero presentate unite il risultato  degli altri due contendenti sarebbe stato del 34,97% per la destra e del 35,57% per la sinistra e la partita sarebbe stata apertissima soprattutto in considerazione dell’altissimo numero di non votanti, di schede bianche e nulle che sono state complessivamente il 50,19% degli aventi diritto.

In base a una legge elettorale sciagurata nessun autonomista siederà nell’Assemblea regionale, neppure Michela Murgia con il suo 10,30% dei voti. Lo Stato italiano si inventa tutti questi meccanismi maggioritari, gli sbarramenti e le soglie, e i premi di maggioranza per tirare a campare e per tacitare le opposizioni autonomiste che però ci mettono del proprio in un delirante  clima di autocastrazione. Con un sistema proporzionale gli autonomisti sarebbero in Sardegna (e non solo) determinanti per la formazione di una maggioranza o costringerebbero destra e sinistra ad allearsi  in grandi coalizioni patriottiche che renderebbero evidente l’esistenza di un sodalizio illiberale e centralista che si inventa contrapposizioni ideologiche inesistenti e pretestuose per continuare a sostenere l’oppressione italiana.

La morale della storia è chiarissima: gli indipendentisti padani, tirolesi, toscani e sardi devono assolutamente organizzarsi in strutture operative che ne coordinino e ottimizzino le forze all’interno delle loro comunità e anche in coalizione. È la sola concreta possibilità che hanno di battere lo Stato italiano. Invece di approfittare dello sgretolamento italiano, gli indipendentisti sembrano invece volerlo imitare. C’è limite al peggio?

 

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