La guerra dell’oro tra Stati e banche. Anche la Grecia sta comprando

di CHRIS WILTON

Lo scontro è di quelli epici, forse senza precedenti. Banche contro Stati, motivo del contedere, l’oro. Sembra quasi una saga piratesca, invece è forse l’avvio di un redde rationem che potrebbe una volta per tutti sancire un vincitore tra oro fisico e oro di carta. Qualcosa che potrebbe cambiare il volto di una parte sostanziale del mercato, con le banche disperate nel tentativo di far crollare il prezzo – +25% di posizioni ribassiste al Comex, la Borsa dove si trattano i futues sui metalli, nelle ultime tre settimane – per acquistare oro dagli Etf e onorare i loro contratti di carta e gli Stati che invece ammassano lingotti non tanto e non solo per diversificare le riserve ma per i timori sulla tenuta stessa di istituzioni – l’Ue – e monete, dollaro ed euro. Russia, Grecia, Turchia, Kazakistan e Azerbaijan in aprile hanno aumentato le loro riserve auree per il settimo mese di fila, con Mosca divenuta ormai il settimo Paese al mondo per detenzione di metallo fisico, avendo raggiunto le 990 tonnellate con l’acquisto di altre 8,4 tonnellate il mese scorso. Nel 2012 l’aumento delle riserve fu dell’8,5%, quest’anno siamo già a +3,4%, stando a dati del Fondo Monetario Internazionale. Le riserve del Kazakistan sono cresciute di 2,6 tonnellate arrivando a 125,5 tonnellate, un incremento nel solo anno in corso dell’8,9%, dopo il +41% del 2012. Le riserve turche sono salite di 18,2 tonnellate a 427,1 tonnellate in aprile, decimo mese di acquisti di fila, anche dopo che Ankara ha deciso di accettare l’oro come requisito di riserva per le banche commerciali. In crescita anche Bielorussia e Azerbaijan e persino la disastrata Grecia, acquirente netto di oro fisico da quattro mesi di fila. E questo dato potrebbe avere dei riflessi politici interessanti: Atene compra oro adesso che è ai minimi perché teme di dover abbandonare l’euro e si sentirebbe più sicura se la nuova dracma fosse agganciata e garantita da solide risrerve auree? Difficile dirlo ma con i debiti che si ritova, le minuscole riserve elleniche di certo non sarebbero un game changer per i mercati.

Diverso, invece, il timore del “modello cipriota”, ovvero avendo la certezza di una nuova ricapitalizzazione delle sue banche entro fine anno, Atene compra oro quando il prezzo è relativamente basso, pronta a metterlo sul piatto per negoziare con la troika. D’altronde, i banchieri centrali per loro natura sono conservativi e non speculativi, quindi non tengono conto delle previsioni sui prezzi delle banche, essendo queste ultime quelle che speculano apertamente con i contratti futures e che destabilizzano i prezzi spot, quando si vedono di fronte il rischio di andare incontro a fallimenti nelle consegne di oro. Le banche centrali puntano a un’allocazione passiva dell’oro come diversifcazione delle riserve valutarie, le banche invece a far soldi con la carta: basti dire che, stando ad analisti del settore futures, la ratio tra oro cartaceo e oro fisico sarebbe di oltre 60 a 1. Le banche centrali mondiali hanno acquistato oro per 534,6 tonnellate lo scorso anno, il dato più alto dal 1964 e potrebbero, stando alle previsioni del World Gold Council, aggiungerne altre 550 tonnellate quest’anno. Ed ecco che entra in campo la variabile che tiene molti banchieri svegli la notte: il dato cinese. Le riserve valutarie estere cinesi sono cresciute di oltre il 700% dal 2004 ad oggi e sono sufficienti per comprare tutta l’offerta potenziale di oro delle banche centrali del mondo per due volte. Parliamo di 3,4 trilioni di dollari ma già nel gennaio 2004 erano sufficienti a comprare tutto l’oro in mano alle banche centrali globali. Fino ad ora, quindi, l’oro non ha agganciato il trend di crescita delle riserve valutarie delle banche centrali. Negli ultimi cinque anni il prezzo del metallo prezioso è cresciuto solo del 54% e del 250% dal 2004, mentre le riserve valutarie cinesi sono cresciute del 721% dal 2004 al 2012, mentre il combinato di Brasile, Russia e India è cresciuto del 400% a 1,1 trilioni di dollari.

Insomma, con la crisi ben lungi dall’essere terminata, è più che probabile che le banche centrali continueranno a comprare oro, sostenendone il prezzo al rialzo nel futuro prossimo. In molti, si attendono poi un annuncio entro l’anno dalla Banca del Popolo cinese, la quale potrebbe comunicare la volontà di aumentare le sue riserve auree dalle attuali 1054 tonnellate fino a una cifra compresa tra le 2000 e le 3000 tonnellate. Se così sarà, il mercato dei futures – in mano di fatto a cinque grandi banche – rischia di essere devastato, per scarsità di metallo fisico e prezzo alle stelle. Dopo la detenzione del debito Usa (secondo soggetto dopo la Fed), ora anche il ricatto aureo: Pechino sta alzando la posta con Washington, proprio mentre dà vita a sempre maggiori accordi commerciali che non contemplino la denominazione degli scambi in dollari. E gli Usa sanno che questa volta non si scherza, visto che se la Fed continuerà a stampare biglietti verdi a pioggia, lo status di moneta globale diverrà sempre più a rischio. E il combinato disposto di Brics (Brasile, Russia, Cina, Sud Africa e India) sempre più forti e autonomi e ripresa interna che langue, potrebbe risultare fatale. O necessitare una guerra. Non per forza commerciale.

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