La Grande Guerra: una mia personale celebrazione

di PAOLO L. BERNARDINI

Non si aspetterà, non si aspetta, il fatidico ingresso nella I Guerra Mondiale dell’Italia “liberale”, i famosi primi fanti che solcano la Piave, il 24 maggio 1915, dopo un bel tradimento (il primo del Novecento) dell’alleato, repentino, per l’orgia celebrativa di una strage immonda. Già si comincia, si affida alla memoria di 600.000 massacrati invano e ad undici prodi azzurri in Brasile l’ultima chance di sopravvivenza italiana, mentre ad un governo di ragazzini  è già stata, da mesi, assegnato il compito di portare alla “soluzione finale” il problema Italia (locuzione questa peraltro non mia, ma di un periodico sindacale dedicato alla ricerca, “Il foglietto”). E allora, giocando in anticipo ma neppur troppo, ripubblico qui una poesia che scrissi quasi dieci anni fa, in occasione della visita del Presidente Ciampi a Venezia nel Novembre 2004.  Non è una poesia per bambini, e non ne raccomando la lettura a chi ami le liriche fughe, non è L’infinito di Leopardi, insomma: anche se infinito fu il dolore che essa racconta. I tenutari dell’Italia dal 1915 al 1918 mandarono a morire dei bambini, quella guerra fu, tra l’altro, un abominevole infanticidio di stato.

F. e M. sono due soldati semplici, i nomi si possono prendere tra i tanti Mario, i tanti Federico, che si trovano tra i 600.000 morti italiani per quel massacro privo di ogni senso di coscritti che neanche sapevano per cosa combattevano. Gli altri F. e M. sono Francesco Baracca, il “bianco airone”, e Manfred von Richtofen, il “barone rosso”. Il primo morì sul Montello, colpito da un proiettile giunto dal suolo. Aveva 30 anni. Il secondo, vicino ad Amiens. Aveva 26 anni. Forse abbattuto da un pilota canadese, forse anch’egli per un proiettile sparato da terra. Avevano sentito parlare l’uno dell’altro e speravano di potersi scontrare in duello. Ricorda da qualche parte l’anziano Elias Canetti, a proposito dell’ebbrezza data dalla comune (per le élites) lettura di Nietzsche, negli anni precedenti la prima guerra mondiale: “Quanti gli individui che Nietzsche ha colmato della voglia del pericolo! Poi i pericoli sono arrivati davvero, e quelli sono miserevolmente crollati”. Questi piloti, provenienti in gran parte dalla cavalleria, amavano mitragliare dall’alto i soldati nemici, si divertivano un mondo in questa caccia. Indubbiamente, fecero grandi stragi in questo modo. L’onore del duello lo riservavano ai loro pari. Non so chi abbia dato loro il nome di eroi. C’è sempre qualche errore – e qualche “eroe” – all’origine delle peggiori disgrazie. Il tema del soldato come assassino attraverso la cultura del Novecento, da Kurt Tucholsky a Karlheinz Deschner, quest’ultimo morto di recente, a novant’anni, fiero nemico della Chiesa Cattolica, tradotto in italiano, ma soprattutto grande autore di aforismi (Gli assassini fanno la Storia, il titolo dell’ultima sua raccolta).

Credo fermamente nel valore “politico” della poesia, appreso, dal vivo, a Genova, dalla lezione di Edoardo Sanguineti, lezione sui cui ho molto meditato (più di quanto non abbia fatto per altri Maestri a me assai meno cari, però, di poesia politica, da Fortini a Pasolini). E mi onoro, nel mio piccolo, di appartenere ad una tradizione anti-celebrativa della I Guerra Mondiale, che nella mia Liguria annovera, tra gli altri, un Fabrizio de Andrè, “La guerra di Piero” è un capolavoro lirico, oltre che melodico. In questo senso vanno questi versi.

Quattro piccole scene dalla Grande Guerra

I.

E’ un rivo di orina
Di merda. E’ uno strato
Di ghiaccio. Il freddo
Lo ferma ma non ferma
Il suo odore. E’ ghiaccio
Striato di sangue, di vomiti
Vi scivolano sopra
Topi.
E’ la trincea.
Qui, F., ad esempio
Si piega su M. Gli mette
Dentro le dita.
Lo masturba, in silenzio, piano.
Viene. E godono insieme di quel poco
Di caldo, un dito su per il culo.
Lo sperma tra i pantaloni. Godono
Per quel caldo breve, sopra ogni cosa.
Il cielo è scuro, piove.
M. piange. F., anche.
Il tenente poi lancia il grido: “All’assalto!”
Gli arti ghiacciati, i piedi a pezzi
Ci faranno alzare.
Due passi fuori, il vento, la pioggia sul viso
Le gambe incerte. Le mani
Piagate
Innestano la baionetta.
Due passi ancora.

II.

Nulla equivale
L’ebbrezza di un volo:
Del bianco airone,
Di un rosso sparviero
Che s’alza rombando
Dal suolo.
E giunge sopra le vette
Sui campi.
Sfiora le nubi, le cime
Più ardite.
Scende e si inebria e risale.
F. attende M. M, F.
“Come un vespro sulla terra
Arda la vostra virtù nel morire, lo
Spirito vostro.
Altrimenti sarete morti male”.
Così parlò il Maestro nostro
E noi suoi seguaci spariamo e voliamo.
Voliamo, e spariamo.
Il nostro sogno è che un giorno
Ci incontreremo.
Che l’ali lievi dei falchi
Rechino l’artiglio fatale.
Il nostro sogno è morire
Al tempo giusto, né prima, né dopo.
Ogni lancio è slancio di vita
Fino a quello mortale.

III.

Due passi. Al terzo
Il vento porta un confetto
Di piombo.
Cadeste senza un lamento.
M., prima.
“Sei così alto, sei bello”.
Per le vostre nozze fu questo
Il regalo.
M. è più basso ed il colpo
Della mitraglia lo prende alla fronte
Muore, in meno di un attimo è andato.
F., è più alto. Per questo
Ora invidia l’amico.
Per la prima volta è un vantaggio, vedi,
La bassa statura.
Tua madre non te lo diceva.
Poi guarda le proprie viscere, sparse per terra.
Le budella piene di merda, di cibo raffermo
D’acqua ghiacciata, di sperma, di paura, di vita.
Ci metterà un giorno a morire.
Cresce l’invidia per quel cervello, era l’amico, che vede
Ad un passo, a pezzi, da lui.
Cresce l’invidia con il dolore.
Le urla. Lo stupore, il sangue a fiotti che esce
E ghiaccia, allontana, con strazio
La fine.
Dura più di una messa
…Morire.

IV.

“E’ bella, è bella la guerra,
Morir per la patria, una gioia.
Ma la gioia più grande è morire”.
Non si incontrarono, F. e M.

E’ giugno al Montello, un proiettile
Sale dal suolo. Il veivolo brucia.
F. l’accoglie nel viso. L’airone bianco
Richiude così le sue ali.
E’ un giorno di giugno dell’ultimo anno
Della guerra grande, il grande
Massacro.

“Quant’era bello sparare
Sul gregge di esseri umani
Dall’alto, come l’assiro
Che canta in forma di lupo
Il grande romantico inglese…”

M.
M. se ne era già andato.
La decade terza d’aprile
Sui cieli di Francia
Colpito
Da un altro eroe dell’aria
Un altro “asso nemico”.

Muor giovane chi agli dei è caro.
Sarà: e sarà anche vero, se sol lo si crede.

Ci rimangono i brandelli di carne
Di tutti e quattro:
Morta e rossa giù al suolo:
A vederla si dubiti pure
Che si tratti di carne di uomo.

Di chi è morto senza neppure sparare
Di chi è morto da eroe del volo.

E vennero poi altri avvoltoi,
Con gli stessi che uccisero loro
Canteranno le odi a giovinezza
All’ebbrezza del morire
Per i loro tricolori:
Erano i loro affari più vili
Spacciati per “patria” ed “onore”.

8 Novembre 2004.

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6 Comments

  1. In morte di Karlheinz Deschner

    A mai più, studioso conoscitore-divulgatore del Vero
    che tracciasti tante vie, che per me furon maestre!
    Esprimo per la tua dipartita un mio pensiero sincero
    commosso e grato d’avermi aperto porte e finestre…

    Vivrai ora nell’unico luogo atto ad accogliere i morti:
    l’imperituro ricordo con stima nella mente d’onesti … http://www.sharedits.net/M-Ebooks-E-18-C-50.html

  2. Tundre says:

    Dreschner e’ un polemicista a cui non può darsi tutto questo credito. Mi limito a ricordarci che uno dei pochi leader a opporsi alla guerra fu il Papa

  3. Robinhood says:

    Ho perso un nonno che morì di fame prigioniero tre giorni prima della pace.
    Ha lasciato quattro bimbi di meno di cinque anni e una vedova senza lavoro e senza nulla.
    Una famiglia allo sbando per una follia che interessava solo ricchi e intellettuali.
    Dopo vent’anni ho perso uno zio in Russia, uno dei quattro bimbi, un altro fu falciato sul lavoro a 18 anni e mio padre la scampò perché “solo” ferito.
    La mia vita di stenti, da cui sono uscito con 53 anni di lavoro a 9 – 10 ore di lavoro al giorno, la devo anche alla miseria che le guerre hanno portato alla m ia famiglia.
    Oggi vorrebbero che io amassi questa patria costruita su guerre di aggressione e annessioni truffa.
    Questa patria che non ha mai combattuto una guerra di difesa e che manda soldati in giro per il mondo a sparare a chi neanche sa dove siamo noi.
    Vorrebbero che amassi questa patria che è andata a bombardare popolazioni inermi in nome della pace e che è a sua volta dominata da camorre e mafie di ogni tipo.
    Vorrebbero che amassi questa patria che affama i poveri per mantenere banche e parassiti straricchi.
    Questa patria che, nel suo nome e per la sua gloria, ha portato la morte nella mia famiglia e che oggi, come una sfrenata prostituta, si svende a chiunque la invada e la depredi.
    Qualcuno mi spiega cosa posso celebrare io di questa patria?

    • U.nione K.onfederale C.isalpina says:

      fa riflettere noh …

    • caterina says:

      sono solo i vecchi sopravvissuti e i luridi menzogneri che celebrano le guerre e la patria costruita si di esse e nascondono col tricolore il fantasma della morte cui inneggiano al ritmo indecoroso di una marcetta non contano le sue parole..
      Dentro di noi un pianto represso sulla stoltezza degli uomini.

  4. U.nione K.onfederale C.isalpina says:


    1 – ripubblico qui una poesia che scrissi quasi dieci anni fa, in occasione della visita del Presidente Ciampi a Venezia nel Novembre 2004.
    2 – Non è una poesia per bambini, e non ne raccomando la lettura a chi ami le liriche fughe …
    3 – racconta. I tenutari dell’Italia dal 1915 al 1918 mandarono a morire dei bambini, quella guerra fu, tra l’altro, un abominevole infanticidio di stato.
    4 – da Kurt Tucholsky a Karlheinz Deschner, quest’ultimo morto di recente, a novant’anni, fiero nemico della Chiesa Cattolica, tradotto in italiano, ma soprattutto grande autore di aforismi (Gli assassini fanno la Storia, il titolo dell’ultima sua raccolta)….

    1 – xfetto l’akkostamento tra i tenutari del 15/18 e il napoletano…

    2 – ha tokkato anke me ke mi ritengo, in kuell’ambito, kuercia …

    3 – vero … kuesti patriottasrdi italianisti celebratorin di eroismi ed amor patrio SI VERGOGNINO … a partire appunto dal kapo di kuesto stato dim merda…

    4 – … Karlheinz Deschner … affascinante … ne rakkomando la lettura a kiunkue voglia farsi, finalmente, kultura vera e konoscere la storia nostra dalle origini del kristianesimo giudaiko …
    (dai suoi skritti in poi, ci sono state nuove skoperte e riskontri ke danno ankòr + luce ai fatti ed avvenimenti d’allora…)

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