La giustizia abitava a Venezia

di LUIGINO SCATTOLON

Volgendo un laconico sguardo allo scenario politico italiano, non si può non riflettere, senza patire un po’ d’invidia, sulla fortuna che investiva la società patrizia veneziana ai tempi della Serenissima. Mi riferisco all’assetto costituzionale di Venezia, ai suoi consigli e collegi, alle sue magistrature. E sgombrando subito il campo da qualsiasi apologìa, subito affermo che tale assetto non era privo di difetti, e che la stessa società aristocratica rialtina evidenziava varie situazioni lacunose. Ma, si sa, gli antichi vasari giapponesi non cercavano la bellezza nei vasi perfetti che producevano che, in quanto tali, rompevano…

Fino all’ultimo possiamo dire che, in Venezia, pur nel solo contesto della società nobiliare, la democrazia ebbe modo di funzionare al meglio. Gli organi emergenti dopo la serrata del Maggior Consiglio, ebbero modo di difendere il ceto nobiliare da qualsiasi prevaricazione personale. L’incrociarsi delle competenze fra i vari organi faceva si che nessuno, tra i medesimi, potesse sopravanzare e, se in talune epoche qualcheduno sopravanzò, ciò fu per provvisoria tollerata necessità e consapevole calcolata concessione.

La “macchina” costituzionale funzionava più che egregiamente nell’ambito della partecipazione, obbligando i nobili uomini a far parte dei collegi, e dopo averli “innalzati” a ruoli importanti, subito li spostava o li abbassava o li escludeva per poi, magari, riprenderli. La brevità degli incarichi, le continue “zonte”, le contumacie, la collegialità, la mancanza di qualsivoglia indennità, dissuadevano da bramosìe di potere, che peraltro non mancarono. Il meccanismo scoraggiava camarille politiche, incoraggiava, nei collegi, la piena libertà di coscienza. Per non parlare dei tecnicismi di voto che , quando per “mani de lezionari” impedivano indebite pressioni e che, quando per “polizze” coinvolgevano, in qualità di cogaranti patrimoniali, gli stessi proponenti. Il sistema di bossoli e ballotte nulla aveva da invidiare, in quanto ad efficacia, agli attuali sistemi di votazione, ma il dibattito politico, al contrario di oggi, veniva svolto con la stessa serietà e garanzie del dibattimento giudiziario.

ideeIn sintesi la repubblica era ben conscia delle fragilità umane. Aveva da tempo compreso come la nutella vicino ad un bambino suscitasse umani appetiti. Non si affidava quindi solo alle leggi, ai codici etici, alle pubbliche esortazioni di moralità. Da sempre diffidente aveva ideato una struttura, della gestione del potere, assai articolata, fatta da imparziali “congegni” e da Istituzioni che vigilavano le une sulle altre, ed i di cui membri entravano a farne parte senza preavviso, talora senza volontà o ambizione. Ammirevole è lo sforzo , da parte di questa gente ferrigna, di tenere affinato il meccanismo nel corso del tempo, ricercandone continui miglioramenti, creandone giusti anticorpi al fine di mantenerlo efficace. Errori ce ne furono ovviamente. Basti pensare alla tristissima vicenda del povero Antonio Foscarini. Ma tuttavia anche in questo contesto la Repubblica seppe emergere in tutto il suo splendore riabilitandone l’onore e ,ancor più, ristabilendo la credibilità del Consiglio dei X, compromessa da tale improvvida decisione..

Ora, analizzando l’assetto del potere politico in Italia, si rimane schiacciati dall’oscurità. Gli anticorpi ben presenti nella società veneziana , qui paiono coalizzarsi con l’infezione. Dalla Lega della prima ora, alla stagione di Di Pietro, a quella attuale dei grillini, è tutto un susseguirsi di nuovi moralizzatori, di propulsori di nuove stagioni. Si andrà ,inutilmente come al solito, ad inasprire le pene, si creerà come al solito una nuova authority, una nuova commissione parlamentare, una nuova procura, etc. etc. Le TV ben ammaestrate, faranno intendere ai cittadini che tutto ben prosegue e che il bene comune è ancora la mission degli onorevoli e dei senatori.

In realtà, la sovranità, quella sovranità che l’atto costitutivo di questo Stato attribuirebbe, all’art.1, ai cittadini, è ben salda nelle mani dei partiti, la cui attività la stessa Costituzione Italiana, sin dall’origine, ha ben evitato (o si è ben guardata) di disciplinare, e che, anzi, dal dopoguerra in poi, norme di legge, hanno allargato fino a concessioni che offendono il pudore pubblico oltre che il semplice senso di giustizia. Sovranità che, bypassando gli stessi partiti, si è condensata in quel ceto politico trasversale che taluni, riducendone la gravità,definiscono casta, e che consiste in ca 10mila gruppi familiari variamente dislocati.

MaialiUguali2Nessuna norma di legge, di qualsiasi genere, da chiunque promossa, ancorchè di modifica costituzionale, ancorchè approvata, riuscirà mai ad intaccare tale assetto di potere. Spezzare questo potere, che è sovraparlamentare pur ben presente nei palazzi Madama e Montecitorio, significherebbe sconvolgere la fondante architettura di questa Stato, significherebbe togliere il potere di conferire incarichi, di definire compensi, di quantificare i propri compensi, di nominare ambasciatori, alti dirigenti di aziende parastatali,medagliati gerarchi, etc. etc. Talvolta la magistratura , da parte della sua essenza meno intaccata, nei casi abnormi, tenta qualche giusta intromissione, ma pare come tutto ciò sia orchestrato per mostrare una parvente reattività, che sappiamo essere fallace ed illusoria, dato il garantismo imperante, come viene chiamata adesso la solidarietà di casta.

Nello Stato Veneto un Mattarella non si sarebbe mai diminuito l’appannaggio, e ciò perché mai avrebbe potuto stabilirne l’importo. E se qualcuno volesse obiettare che la società aristocratica della Serenissima è imparagonabile con l’attuale Stato italico, che si vorrebbe fosse dei cittadini, rispondo che le organizzazioni sociali non hanno tempo, in quanto intramontabili le pulsioni umane in esse operanti. Rispondo ancora che la società patrizia deteneva e amministrava la propria sovranità alla luce del sole e non sotto mentite spoglie, sforzandosi di agire in modo equanime fra tutti gli appartenenti. E se qualcun altro obietasse che la restante società Veneziana non era destinataria dei medesimi benefici di libertà fruiti dai nobili, rispondo che una forma subordinata ma pur tangibilissima di libertà era comunque accordata alle classi dipendenti e che tale libertà non era riscontrabile in altri Stati dell’epoca. Rispondo infine della presente libertà di cui ci riempiono le menti, ma della cui inconsistenza abbiamo quotidiane testimonianze e menziono, per tutto, emblematicamente, il finanziamento pubblico ai partiti, abrogato con referendum dai cittadini, reintrodotto, cambiandone nome, da chi effettivamente detiene la sovranità (!).

E patisco d’inquietudine nel non trovare almeno una similitudine, che potrebbe almeno per un attimo acquietarmi, tra la sapiente Repubblica del Leone e l’attuale italica desolazione.

(http://vivereveneto.com/2015/08/20/la-repubblica-del-leone-e-litalica-desolazione/)

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    Bei tempi davvero quelli della Serenissima Repubblica Veneta.
    Purtroppo i veneti non hanno saputo, almeno tentare, di riappropriarsi della sovranita’.
    Cosi’ continueremo ad avere nostalgia e un sogno che mai si concretizzerà.
    Non vedo il VOLERE di cui il POTERE.

    PSM
    WSM

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