La finestra di Polentonia, raccontata dal mantovano Pozzi

Copertina Libro

di CARLOTTA BEVILACQUA – “La finestra di Polentonia” è il titolo del secondo libro di Riccardo Pozzi, tecnico industriale mantovano, esperto in robotica e automazione, 90 pg 11euro, edito da Sensoinverso Edizioni di Ravenna.

E’ la storia della Famiglia Controvoglia, deferente citazione dei verghiani Malavoglia, che in quattro generazioni attraversa il secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Fabbricano biciclette in un villaggio senza nome della pianura di Polentonia,  una specie di Macondo padana  che non vive cent’anni di solitudine ma settanta di paura, di crescere e camminare con le proprie gambe. Una paura imparata nei secoli con la divisione in cento stati e l’ubbidienza a cento padroni.

Le generazioni trascorrono e  i passaggi sono il pretesto per parlare di Polentonia, la terra degli zappatori e delle zanzare, ma soprattutto di ciò che le scorre nelle vene, di buono e di inconfessato. Le sue virtù e i suoi limiti, le ingiustizie, le meschinità di cui si macchia ed è vittima.

Presentato dall’Associazione “Terre di Lombardia” e dal suo Presidente Avv. Cedrik Pasetti di Mantova, questo insolito romanzo dai sapori guareschiani, si presenta con una prefazione di Gianni Fava, Assessore all’Agricoltura della Lombardia che ha di recente avanzato la propria candidatura alla segreteria nazionale della Lega in opposizione alla direzione attuale.

Fava scrive di “Un libro che si beve d’un fiato, come un sorso di lambrusco viadanese d’estate…”, ma in realtà l’autore tiene a sottolineare che è fatto di tutte storie vere, “roba nostra” come scriveva qualche anno fa Gilberto Oneto dei racconti di Pozzi, affermando  di sentirci dentro la freschezza di Brera e i sapori di Guareschi.

Questa storia padana va dritta al cuore della questione identitaria, senza orpelli etnici, geografici, folcloristici, senza mai cadere nel memorialismo più stantio, per cercare, come scrive Pasetti nella post-fazione, se c’è mai stato un “noi”, dalle nevi delle montagne alle nebbie degli argini.

Disponibile anche in versione e-book e ordinabile in tutte le librerie o contattando l’editore all’indirizzo edizionisensoinverso@hotmail.it , ne pubblichiamo di seguito un piccolo stralcio.

 

 

 

<<… Solo una decina di generazioni prima del meccanico Cesare, la sua bottega era ricovero di un gregge di ovini. Il pastore, che aveva lo stesso identico naso di Arrigo, dormiva con le pecore per resistere al freddo invernale e quell’anno ricevette dal messo del pretore un avviso di riscossione. Il tributo al rappresentante dell’impero austriaco era l’equivalente del valore di dodici animali. Quella che sarebbe diventata la bottega di Cesare era poco più di una baracca ma era tutto ciò che il pastore possedeva e quella tassa inaspettata lo gettò nello sconforto. Il pretore era figlio di una buona famiglia milanese, una di quelle che nel secolo precedente aveva comprato il titolo nobiliare da una signoria lombarda in via di declino. In quel piccolo rialzo in mezzo alle paludi create dal Po, venti generazioni prima del meccanico, le case erano di argilla cotta al sole e di legno.

Nel luogo dove sarebbe sorta la baracca del pastore e la bottega di Cesare, in primavera, venne dato rifugio al giovane e irrequieto Giovanni de’ Medici, centrato da un colpo di artiglieria leggera mentre cercava di ostacolare un’armata di lanzichenecchi che avanzava nella pianura del Po diretta a Roma. I contadini che cercavano di trarre il possibile da quelle terre di nobili proprietà, guardavano le armature brunite dell’esercito di quel fiorentino, venuto a morire tra le zanzare per difendere il Papa. Ma per la loro fame le spade dei tedeschi erano identiche a quelle dello Stato Pontificio e dei suoi soldati di ventura. Trenta generazioni prima delle biciclette di Cesare, proprio dove sarebbe stato ricoverato Giovanni dalle Bande Nere, esattamente dove il pastore con il naso di Arrigo avrebbe tenuto le pecore, si riunirono alcuni rappresentanti dei comuni vicini per discutere l’adesione alla Lega cremonese, per poi unirsi ad altre città e contrastare le dispotiche pretese fiscali dell’imperatore Federico il Barbarossa. 

In tavola un po’ di vino e croste di cereali abbrustolite sulla stufa di coccio, un po’ di selvaggina portata da chi in quella casa abitava, un villano con un pronunciato naso aquilino. La povera gente stremata dal duro lavoro agricolo non poteva reggere alle imposizioni di un tiranno così indifferente alla fatica del lavoro. Ma anche sessanta generazioni prima del naso del pastore, del ferimento del fiorentino Giovanni e della riunione dei comuni della Lega, nelle stesse zolle rialzate dalla palude dove sarebbe nato il borgo secoli dopo, l’Impero romano aveva organizzato le prime bonifiche e già chiedeva tributi ai miseri nuclei di braccianti che abitavano quelle terre poco ospitali, dove solo la fame galleggiava meglio della malaria, tra i germani reali indifferenti ed enigmatici in attesa della stagione migratoria.

Probabilmente erano anatre e zanzare gli stessi residenti che ottanta generazioni prima di Cesare e della sua bottega, del pastore, del fiorentino, della lega cremonese, dei governatori romani, assicuravano cibo e malaria agli insediamenti etruschi nella valle del Po, strategicamente situati sulla rete idraulica che saliva dal mare per organizzare i commerci. Anche in quel tempo c’era qualcuno con il naso di Arrigo costretto a pagare tasse al padrone del momento, alle braghe bianche dell’epoca. Per questo, molti anni dopo, quando la storia decise di aprire una finestra su quella terra, nel naso antico e importante di Arrigo sembrava si fosse concentrata l’attesa delle generazioni precedenti, trascorse nella prevaricazione politica e l’imposizione fiscale. Dentro la sua potente avversità alla miseria si scorgevano le angherie e i soprusi ai suoi avi col naso aquilino, nella sua incontenibile voglia di cambiare esplodevano con perfezione tutte le pazienti vite che lo avevano preceduto, nel silenzio dei cronisti e dei colti letterati di ogni epoca.>>…

 

 

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2 Comments

  1. Giorgio Milanta says:

    Polentonia infelix, Padania di ieri, di oggi, di sempre.

    La cosa positiva è che qualcuno ne parli, sia pure col nomignolo, ma le parli, isolandola dal contesto italiano.

  2. Padano says:

    Padania.
    Land of oppression.

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