La Fed e le crisi finanziarie… secondo Ben Bernanke

di MATTEO CORSINI

“I cospicui acquisti di titoli a lungo termine costituiscono l’essenza delle misure non convenzionali alle quali la Fed ha fatto ricorso dal 2008… In sintesi, quindi, le condizioni monetarie, caratterizzate da tassi di interesse vicini allo zero, rappresentano la principale motivazione della unconventional measures della Fed. Un aspetto interessante di tali operazioni è che sono state realizzate in modo tale da non provocare aumenti della quantità di moneta. Ciò che è aumentata invece è la base monetaria, per effetto della crescita delle riserve delle banche. In altri termini, la Fed acquista titoli a lungo termine e, in contropartita, accredita il conto “riserve della banche” che le stesse hanno presso la banca centrale. Le banche, a loro volta, potrebbero utilizzare la maggiore liquidità per maggiori prestiti. Di fatto però, nel caso di queste operazioni non standard, non l’hanno fatto… La Fed ha semplicemente soddisfatto la crescente domanda di riserve da parte delle banche… Un problema che spesso viene sollevato a proposito della politica monetaria non standard è quello legato all’impatto inflazionistico della stessa. Ben Bernanke ritiene che, nelle condizioni attuali, questo problema di fatto non esista”. (A. Verde)

Ho tratto le parole riportate da una recensione all’ultimo libro di Ben Bernanke, “The Federal Reserve and the financial crisis”. Nel libro Bernanke offre spiegazioni convenzionali alle operazioni cosiddette non convenzionali che la Fed sta effettuando sotto la sua presidenza. Non che mi aspettassi altro, ma è evidente che la distorsione della realtà attraversa tutta la narrazione di Bernanke (e dei suoi fans). In primo luogo, i tassi di interesse non sono andati a zero per un eccesso di risparmio, come spesso ha sostenuto Bernanke, bensì per le distorsioni introdotte dalle banche centrali mediante manipolazioni dei tassi di interesse stessi e della base monetaria. La Fed è stata ed è capofila in queste operazioni. Le misure cosiddette non convenzionali, consistenti nell’acquisti di titoli del Tesoro (e non solo) a fronte della creazione di base monetaria, hanno l’obiettivo ufficiale di abbassare i tassi di interesse a lungo termine, ma non servono solo a quello: principalmente servono a monetizzare una fetta consistente di debito pubblico, a tenere debole il dollaro e a rimpinguare i profitti delle banche e di tutti gli operatori a leva a esse connessi.

Indubbiamente ciò che viene aumentata è la base monetaria, e non direttamente gli aggregati più ampi (M1 e M2 negli Stati Uniti), ma questo non significa che il quantitative easing non sia inflazionistico, né che le operazioni siano state “realizzate in modo tale da non provocare aumenti della quantità di moneta”. Se le banche hanno accumulato riserve e non hanno aumentato il credito a fronte di tali riserve è dovuto in parte al fatto che hanno ritenuto più profittevole alimentare il circolo del QE comprando titoli da rivendere alla Fed, e in parte a una minore domanda di credito (quanto meno da parte di debitori affidabili). Ma una massa di riserve pari a circa 19 volte il minimo richiesto dalla Fed potrebbe essere usato per fare credito (espandendo M1) in qualsiasi momento.

Non è vero che ci fosse una “crescente domanda di riserve da parte delle banche”: semplicemente era profittevole e relativamente poco rischioso usare le riserve per comprare titoli del Tesoro da rivendere poi alla Fed nell’ambito del QE realizzando profitti. La negazione dell’impatto inflazionistico per il semplice fatto che gli indici dei prezzi al consumo mostrano un andamento solo moderatamente crescente è un utile espediente per giustificare la reiterazione del QE e della politica monetaria espansiva in generale, ma che vi siano effetti inflazionistici è evidente guardando la compressione artificiale dei rendimenti e dei premi per il rischio su buona parte delle attività finanziarie. La stessa ripresa del mercato immobiliare statunitense è effetto del QE. Sarebbe bene tenere presente che è conseguenza dell’inflazione anche la mancata diminuzione di prezzi che, in assenza di distorsioni dovute alla politica monetaria, tenderebbero a diminuire. Tutto ciò detto, la Fed di Bernanke, al pari di quella del suo predecessore Greenspan, ha passato gli anni fino al 2007 rassicurando il mondo intero che le cose andavano bene perché, nonostante la politica monetaria espansiva (molto meno che oggi, peraltro), gli indici dei prezzi al consumo crescevano moderatamente. Nel frattempo si gonfiò e arrivò a scoppiare una colossale bolla immobiliare. Invece di trarre lezioni da quell’episodio (che non era il primo, tra l’altro), Bernanke ripete oggi la stessa litania di allora. E gli credono in tanti, purtroppo.

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