La farfalla avvelenata del Trentino. Se l’autonomia è del “principe”

di MICHELE CORTI

Il Trentino è riuscito – grazie ai vantaggi dell’autonomia speciale – a costruirsi l’immagine di amministrazione efficiente e di una particolare attenzione all’ambiente.  La gioca spregiudicatamente sul piano turistico e del marketing territoriale utilizzando il logo  della farfalla che richiama (vagamente) i contorni del territorio della provincia autonoma.  Ma in questo scorcio di 2012 è emersa (anche fuori del Trentino) un’immagine diversa: una farfalla avvelenata. Alla vigilia di Natale è uscito un  libro che avrà fatto andare un po’ di traverso il panettone al presidentissimo Lorenzo Dellai (nella foto) e all’establishment.  Si tratta di un libro-inchiesta scritto dai giornalisti Andrea Tomasi e Jacopo Valenti che, circa un anno e mezzo fa, decisero di rinvangare alcune brutte vicende del Trentino felix esaminando le “carte” giudiziarie di alcuni scandali ambientali (La farfalla avvelenata. Il Trentino che non ti aspetti, Città del sole, dicembre 2012, pp. 168, €15). Il libro fa riferimento alla “mini Ilva trentina”, l’acciaieria inquinante di Borgo Valsugana (collocata in mezzo a una valle con risorse agricole e turistiche), e al grave scandalo dei rifiuti pericolosi illegalmente stoccati nella discariche di Marter in Valsugana e Sativa di Sardagna (sopra Trento).

Una realtà non così inattesa

In realtà non è proprio del tutto inaspettato il ritratto del Trentino che esce dal bel libro di Tomasi e Valenti.  Il Trentino, infatti, c’è anche l’area ex SLOI di Trento con 180 tonnellate di piombo tetraetile che giacciono sottoterra da 34 anni e che nessuno sa come “bonificare”. C’è anche, a dispetto della pubblicità martellante e fiabesca delle mele della Val di Non, un sistema agricolo tutt’altro che sostenibile. Insieme a Bolzano la provincia di Trento è quella dove si usano più pesticidi. La mela Melinda  riceve sino a 36 trattamenti e il consumo di funghicidi è in aumento mentre la quota di produzione “bio” è pari ad un misero 0,5%.

Tra gli addetti ai lavori dell’agroalimentare il paradosso trentino (una realtà ben poco idillica dietro la facciata scintillante di campagne promozionali milionarie) è nota. Il 19 dicembre, quando al salotto mediatico di Vespa un pediatra veronese ha fatto riferimento al legame tra produzione di mele, pesticidi e leucemie infantili senza precisare a quale regione si riferisse. è stato lo stesso presidente nazionale della Coldiretti a uscire con la parola-tabù: “Trentino”, sia pure per prenderne le difese.

Mele linde?

In quella trasmissione intervenne in diretta, dopo solo un quarto d’ora dall’ “incidente”,  lo stesso presidente della provincia autonoma. In stile berlusconiano operò la difesa d’ufficio delle “sue” mele, garantendo che in Val di Non si scoppia di salute, che le mele sono controllatissime. Peccato che il rapporto annuale “Pesticidi nel piatto” di Legambiente indichi regolarmente  proprio le mele del Trentino-Alto Adige come quelle con più casi di presenza di residui, peccato che le analisi fatte eseguire dal Comitato per la salute della Val di Non abbiano riscontrato la presenza nelle urine dei bambini di Clorpirifos, un pericoloso pesticida che provoca varie forme tumorali nei soggetti professionalmente esposti.

L’autonomia delegittimata

Dellai reagisce duramente sia agli attacchi alle mele che a quelli all’autonomia speciale. Si sente vittima dell’ostilità delle regioni vicine (Veneto e Lombardia). Si straccia le vesti proclamando che i privilegi sono in realtà inesistenti. Dovrebbe convincere i comuni confinanti (vedasi l’altopiano di Asiago, l’alto Garda bresciano, l’alta val Sabbia) che subiscono la concorrenza sleale del Trentino, la fuga delle aziende e dei turisti “oltreconfine” vorrebbero essere annessi al Trentino felix.

In realtà è lo stesso sistema di potere trentino che delegittima un’autonomia che senza sussidiarietà e partecipazione diventa privilegio del principe. E la conferma viene proprio dal fronte ambientale dove gli allarmi dei cittadini e dei comitati sono rimasti inascoltati e trattati con sufficienza (“non disturbate il manovratore”) e dove si sono registrate gravissime omissioni nei controlli da parte degli organi provinciali. Tanto che lo scandalo della discarica valsuganotta di Roncegno è stato “scoperchiato” dal Corpo Forestale dello Stato con personale proveniente dal Veneto. Un bel regalo al centralismo dell’ “autonomista” Dellai. Un Dellai che all’inizio del 2012 scendeva in piazza contro l’autonomia minacciata e macchinava per costituire una “Lega alpina” e che ora è in attesa di andare a Roma a fare il ministro del centralista Monti.

 

 

 

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5 Comments

  1. Niki says:

    Pardon… libertarian.

  2. Niki says:

    E’ buffo che i liberisti nostrani, a differenza della maggior parte di quelli USA, anche di personaggi di spicco come Casey, detesti il biologico…

    • Giorgio Fidenato says:

      Non è un opinione da libertario, ma un’opinione da agronomo. Fino a 10 anni (cioé fino a 40 anni fa) a casa mia si mangiava biologico. Se il tenga e se li mangi lei funghi ed insetti vari. Padrone di farlo, ma io non ho nessuna voglia di mangiarmi gli escrementi degli insetti e le tossine prodotte dai funghi o la carne degli animali rovinata dalle malattie non curate. Poi ognuno è libero di fare quello che vuole (opinione da libertario), ma non venite mi a dire che la soluzione è la produzione biologica. Prima é tutta una truffa, poi il vero biologico te lo lasciò a te. Quando vedi un prodotto biologico bello e pefetto, diffidare, non può essere vero.

  3. La SLOI ha provocato tante vittime, e per poco nel 1978, non ha reso Trento simile ad Halabja di Saddam.

  4. Giorgio Fidenato says:

    Posso anche condividere le posizioni degli autori dell’indagine, ma l’alternativa alle mele della Val di non non è l’agricoltura biologica, ma è un’agricoltura biotecnologica che riesca a coniugare qualità organolettica e sostenibilità ambientale abbassando l’uso di pesticidi. Che io sappia ci sono studi avanzati per riuscire a produrre delle mele che riescano a resistere alla maggiore patologia (il fungo della ticchiolatura) attraverso le biotecnologie, ma ciò non riesce a raggiungere la fase commerciale proprio per l’ostilità dell’opinione pubbliche verso questa tecnologie usate in agricoltura. Quindi, in conclusione, prenderei questo studio con molte pinze. Non mi convince.

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