La disuguaglianza deprime la crescita, e i ricchi spendono poco

di FABRIZIO DAL COL

Secondo il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, diminuire la pressione fiscale sui più ricchi potrebbe far contrarre i consumi, poiché i più ricchi hanno la propensione a spendere meno denaro rispetto alle classe sociali medie. Sempre secondo Stiglitz, le classi sociali più agiate con un maggiore reddito disponibile, secondo le teorie liberiste, non hanno la propensione ad investire anzi, con maggior reddito disponibile, gli agiati andrebbero alla ricerca pressante di una rendita finanziaria piuttosto che produttiva, provocando così risvolti negativi per l’economia. L’analisi economica di Stiglitz non è tuttavia così nuova, anzi assomiglia molto alle leggi di Engel che per primo le enunciò nel diciannovesimo secolo: Ernst Engel affermava che la proporzione del reddito speso per l’alimentazione diminuisce all’aumentare del reddito. In via generale un aumento del reddito comporta una diminuzione della percentuale di denaro destinata al consumo di beni normali, mentre invece aumenta la propensione a consumare beni superiori o di lusso oppure a destinare una maggior quota del proprio reddito a risparmio. Stiglitz, dunque, approfondisce e chiarisce meglio questa ben nota precisazione, suggerendo che è la classe media con i suoi consumi a guidare un’economia in crescita, in quanto destina una maggiore quota del proprio reddito alla spesa. Per Stiglitz i problemi delle economie avanzate hanno alla propria base la debolezza della domanda aggregata e dunque è necessario colpire chi non investe e chi non consuma, ovvero i ricchi che cercano la rendita.

Tuttavia, non è sufficiente tassare i ricchi per far ripartire la crescita: Stiglitz infatti, da un lato vede nella maggiore tassazione dei ricchi improduttivi  il modo vincente per favorire gli investimenti produttivi e destinare ad essi il maggior gettito fiscale, mentre dall’altro la punizione per coloro che cercano le rendite. Fra questi investimenti produttivi, ovviamente, devono esserci anche quelli pubblici, non certo in forma di carrozzoni clientelari o cattedrali nel deserto, bensì quelli in capitale umano, ovvero nell’istruzione. Stiglitz non è solo nell’assunto che troppe poche tasse ai ricchi aumentino la disuguaglianza, destinando sempre più ricchezza a sempre meno persone: solo pochi giorni fa sul suo blog sul New York Times un altro premio Nobel, Paul Krugman, mostrava che l’abbassamento delle aliquote fiscali nel corso dei decenni ha fatto esplodere la ricchezza dei più ricchi fra i ricchi, che quindi si sarebbero appropriati della maggior parte della crescita degli ultimi decenni. Scrive Krugman che «il modo migliore di pensare a cosa sia l’ottimalità è pensare a ciò che è meglio per il 99 per cento giacché il rimanente un per cento starà bene comunque. Non si tratta di invidia o di punire i ricchi, ma nient’altro che riconoscere un trade off: se decidiamo di tassare i ricchi meno di quanto possiamo danneggiando l’economia, saremo costretti ad alzare le tasse agli altri oppure a servire loro meno servizi».

Dar torto ai due economisti, dopo che un decennio e più di tagli fiscali dell’era Bush hanno prodotto crisi economiche e messo a dura prova i bilanci pubblici, sembra difficile. Intanto, in Europa squallidi personaggi si ergono a paladini del sapere e continuano a pontificare le proprie ricette come se fossero le uniche possibili, anche se alla luce dei fatti, qualcuno ha già fatto notare che si trattava di teorie fallimentari che hanno condotto alla catastrofe i Paesi denominati Piigs.

 

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15 Comments

  1. Roberto Porcù says:

    E gli hanno dato il Nobel ?

  2. nic says:

    Articolo statalista al 100%. Se questi sono i libertarian in salsa italica… dio ci scampi.
    I due premi nobel citati sono keynesiani della più bell’acqua. Tassiamo, tassiamo, salveremo il mondo tassando. E non dando spazio al libero mercato. Dio ci scampi dal libero mercato. Vogliamo più tasse e più stato!

    Che tristezza. Pure qui.

    • Fabrizio says:

      Oddio, in Europa esiste il libero mercato ? Se si, allora siamo in presenza di un statalismo al rovescio, ovvero per libero mercato si intende coloro che guadagnano senza produrre una sega di niente e che vive di rendita solo perché fotte i denari degli altri

  3. Miki says:

    Non saprei:sicuro che tra i fattori che distinguono un high spender (trad: mani bucate) da uno che “anche no” non ci sia anche il fattore istruzione? A parità di reddito intendo..
    Per cui la mia ricetta per salvare l’economia mondiale e l’intero globo terracqueo è quella di tagliare le tasse solo a veline&calciatori mentre i bibliofili incalliti e gli iscritti all’Aspen institute devono pagare fino all’ultimo centesimo.

  4. Albert Nextein says:

    Le tasse vanno ridotte a tutti in eguale misura.
    Io non approvo tutti i “distinguo”, tutti questi diversi metri di misura basati su valutazioni, supposizioni, teorie, demenziali.
    Poche tasse e poche per tutti.

  5. Marco Mercanzin says:

    Le tasse, per un paese a moneta sovrana, che monetizza l’operosità dei propri cittadini, corrispondendo ad essi il controvalore del loro lavoro, senza indebitarsi con nessuno, sono utilizzate solo per due compiti :
    1) Imporre la moneta ( se per il pagamento delle tasse accetto solo la moneta emessa da me, stato, rendo obbligatorio il suo utilizzo )

    2) come leva fiscale ; per incentivare o disincentivare determinati settori produttivi, in caso di ciclicità economiche sfavorevoli agli interessi condivisi dalla comunità.

    E per questi obbiettivi, una tassazione del 20%, e solo sui redditi, e’ più che sufficiente.

    Quello che i due economisti si incapponiscono a non voler ammettere, e’ che per limitare le tesaurizzazioni o gli investimenti meramente finanziari, basta ascoltare Gesell, e porre un interesse negativo sulla moneta.
    Ergo, se i tuoi depositi vengono erosi dal tempo, basta una inflazione dello 0,5%, se vuoi li tieni fermi e non rischi nulla, consapevole che però questo non può essere gratis ( la sicurezza di ritrovarli fra un anno ), oppure rischi, e li investì nell’economia reale, come un qualsiasi imprenditore.

    D’altra parte, se si prova a far copulare due biglietti da 500 €, non è che da questo atto nascano biglietti da 50€ !!!!

    Quindi non si capisce perché qualcuno debba ricevere interessi senza rischio, vedi BOT o altre obbligazioni.

  6. luka says:

    Ma solo un socialista può scrivere che i tagli fiscali di Bush (non solo per i ricchi, anzi l’aliquota più bassa è stata ridotta al 10%) hanno prodotto la crisi economica. I tagli fiscali hanno prodotto un gettito maggiore dell’era Clinton. Purtroppo questo è stato sperperato nella decennale guerra in Iraq e nell’ampliamento dei programmi governativi (No Child left Behind, ecc.). E questo ha fatto esplodere il deficit e il debito.
    La crisi economica, come tutti sanno, l’ha causata la Fed che ha mantenuto per troppo tempo tassi di interessi troppo bassi causando malinvestments (vedi Austrian Business Cycle)

  7. pippogigi says:

    Nella pratica il ragionamento è corretto.
    Prendiamo la Russia Zarista (ma la cosa vale anche per Cuba o numerosi Stati americani): prima della rivoluzione l’1% della popolazione aveva il 90% della ricchezza. Ovviamente in tali condizioni uno Stato non può crescere, come può nascere una industria automobilistica nazionale se la domanda di autovetture è così limitata che conviene importarle? e la cosa vale per moltissimi beni di consumo. O pensiamo all’istruzione universitaria, costosa e quindi aperta a pochi cittadini con la conseguenza di dover importare laureati da altri paesi.
    A quel punto “spossessare” quell’1% della ricchezza al fine di redistribuirla diventa una necessità, l’errore dell’analisi di Marx ed Engels è che vedevano il comunismo come punto di arrivo e non come un passaggio neppure obbligato.
    In Italia abbiamo il 10% della popolazione che detiene il 50% della ricchezza. Supponiamo che attraverso la leva fiscale (il comunismo ha effetti collaterali dannosissimi come abbiamo visto….) e che la quota di PIL detenuta da questo 10% scenda al 25%. I ricchi sarebbero meno ricchi? forse ma sicuramente non starebbero male, ma questa redistribuzione permetterebbe alla classe media di risorgere con tutti i vantaggi conseguenti.
    Da notare che con l’introduzione dell’Euro, in Italia, chi era ricco è diventato sempre più ricco a sfavore della classe media e bassa, che si è impoverita sempre più.
    Ovviamente questa leva fiscale deve servire solo per la redistribuzione e non certo per alimentare il moloch statalista ingordo e senza limiti a cui, per ovvi motivi di sopravvivenza, ben presto invece dovranno essere posti dei limiti. E molto bassi.

    • luka says:

      Se tassi i ricchi stanno peggio pure i poveri.

    • Marco Mercanzin says:

      Ma perché per riequilibrare degli squilibri sistemici devo rubare soldi a qualcuno ??

      Ma vi sta proprio sul cazzo che qualcuno guadagni ?
      Oppure, se ha guadagnato truffando, ci vuole la legge, ma le tasse non centrano un cazzo.
      Se si toglie la meritocrazia, affanculo tutto !!!!!

      • pippogigi says:

        Non è questione di meritocrazia ma bensì di parità di trattamento. L’introduzione dell’Euro ha provocato, a causa dei mancato controlli sui prezzi dal parte dello Stato, un aumento dei prezzi. Chi ha potuto ha scaricato i maggiori costi sui prezzi, essenzialmente grandi industrie e grandi professionisti, mantenendo inalterati i ricavi, gli altri si sono impoveriti sempre più. Chi ha mantenuto inalterati i ricavi si è arricchito non per bravura o capacità ma per un opportunità concessa dallo Stato per sua incapacità.
        Ma al di la di questo, se la soglia di ricchezza detenuta da una percentuale minima della popolazione supera una certa soglia alla fine ci rimettono anche loro, cala il PIL, vengono tassati gli immobili con perdita di valore.
        Se il reddito è distribuito uniformemente tutti ci guadagnano, è una questione di allocazione ottimale delle risorse.
        Per assurdo, un esempio per fare capire, un tempo c’erano i latifondisti, detenevano quasi tutta la terra e questa veniva coltivata poco e male, per non far cadere i prezzi, per incapacità per interesse. Con il latifondismo uno era ricco, rispetto agli altri, ma non più di tanto.
        Se invece investiva in aziende ecco che la sua ricchezza diventava maggiore e teoricamente infinita. Quella era meritocrazia, il ricco rischiava, investiva e ne traeva un guadagno e tutti erano contenti, i terreni erano suddivisi, le nuove aziende davano lavoro.
        Oggi il latifondismo terriero è sostituito dal latifondismo immobiliare e finanziario: non si rischia, non si investe, non ci si sbatte per un attività con i risultati che tutti vediamo.

        • Marco Mercanzin says:

          Si ma tutto ciò detto, resta il fatto che ridistribuire con le tasse e’ un furto.
          O si analizza il sistema che permette di arricchire, e lo si rende uguale per tutti, con poche regole chiare, o tutte le alternative sono cazzate.

    • Piombo says:

      “Prendiamo la Russia Zarista (ma la cosa vale anche per Cuba o numerosi Stati americani): prima della rivoluzione l’1% della popolazione aveva il 90% della ricchezza. Ovviamente in tali condizioni uno Stato non può crescere…”

      Questo non è storicamente corretto. Nei primi due decenni del Novecento la Russia zarista stava sperimentando dei tassi di crescita economica fra i più alti del mondo. Se la rivoluzione bolscevica non l’avesse cacciata in un vicolo cieco, la Russia sarebbe molto probabilmente diventata una superpotenza economica.

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