La deprivazione della Padania, dalle tasse alla cultura

padaniamapdi GILBERTO ONETO – Una comunità che non si autogoverna e che si trova a fare parte di un’entità statuale diversa può essere oggetto di deprivazione culturale, di deprivazione economica o di entrambe. Si ha la prima quando vengono umiliate o cancellate espressioni culturali locali (lingua, religione, costumi, usanze), o modalità specifiche di gestione comunitaria, o quando i mezzi di informazione e le strutture scolastiche sono controllate in tutto o in larga parte dai rappresentanti di una parte egemone e foresta, quando il principio stesso dell’esistenza di una comunità viene nascosto o negato, quando il potere politico è gestito con leggi estranee, mediante personale allogeno o asservito. Si ha deprivazione economica quando un’entità esterna o superiore si appropria di tutto o di larga parte della ricchezza prodotta da una comunità, quando si ha un drenaggio fiscale a favore di altri che lascia sul posto solo le briciole, quando alla comunità che produce ricchezza non è riconosciuto nessuno dei vantaggi politici che dovrebbero derivare dalla produttività, quando una comunità viene tenuta in soggezione mediante oppressione fiscale e leggi liberticide, e fatta vivere in condizioni largamente inferiori
a quelle che si potrebbe permettere col suo lavoro.
Non ci sono dubbi che la comunità padana sia soggetta a deprivazione culturale ed economica da parte dello Stato italiano che le nega ogni esercizio di autodeterminazione e, addirittura, l’elementare diritto di esistere e di proporsi come entità autonoma.
Naturalmente ogni deprivazione ingenera in chi ne è vittima reazioni che sono proporzionali al peso e alle modalità di oppressione e al
grado di consapevolezza identitaria dell’oppresso. Così accade che ci sia chi si senta più vessato in termini culturali e chi in senso economico (anche se l’una cosa non è mai disgiunta dall’altra) a seconda del grado di percezione e di reattività che variano naturalmente in ogni individuo e gruppo di individui.
Così succede in Padania che ci siano cittadini che si sentano soprattutto vittime di oppressione culturale e altri che privilegino invece la difesa degli interessi economici, sociali e politici. I primi individuano come principale nemico l’Italia in quanto identità imposta che avviluppa e nega quella padana; i secondi sono contro lo Stato in quanto sopraffattore di libertà individuali e rapinatore di risorse.
I primi possono essere chiamati identitari e i secondi libertari. I primi sarebbero – all’estremo – anche pronti a subire condizioni Ogni deprivazione ingenera in chi ne è vittima reazioni proporzionali al peso e alle modalità di oppressione e al grado di consapevolezza identitaria dell’oppresso. Così accade che ci sia chi si senta più vessato culturalmente e chi economicamente politiche ed economiche meno favorevoli pur di farlo in una comunità padana libera e indipendente, i secondi potrebbero anche – sempre per assurdo – rinunciare alla propria padanità pur di godere di illimitata libertà politica ed economica.

 

Fra queste due posizioni estreme (e del tutto teoriche) esiste tutta una gamma di sfumature intermedie con diversi dosaggi delle due componenti, e del tutto consapevoli che libertà e identità non possono che viaggiare congiunte. Ne risulta in ogni caso che nel tempo si sia formato un padanismo prevalentemente identitario (impropriamente chiamato etnonazionalista) e uno libertario (capziosamente detto anarco capitalista). Si tratta di due componenti imprescindibili della nostra lotta di libertà che si confrontano, scontrano e amalgamano in continuazione conferendo vitalità ed energia alla battaglia padanista. Non è naturalmente la
sola differenza o contrapposizione esistente all’interno della nostra comunità ma è la sola che è benefico alimentare.
Si è infatti sempre riconosciuto che sotto le nostre bandiere ci possano (e debbano) essere cattolici e pagani, iuventini e milanisti, eterosessuali e omosessuali, verdi e cacciatori, abortisti e antiabortisti, eccetera: si tratta però di inevitabili differenze che non possono entrare nella lotta padanista e che devono anzi essere accantonate per non togliere energia e unità al comune cammino che dobbiamo percorrere verso la nostra libertà. Si è anche sempre detto che ci si confronterà o che si litigherà su tali argomenti, solo dopo, in un Paese libero di cui saremo finalmente tornati padroni.

 

Diverso è il caso di identitari e di libertari che invece si devono confrontare perché è proprio dal loro incontro e scontro che nasce e trae forza l’idea di Padania. Anche il nostro avversario, lo Stato italiano, si presenta con due teste: lo statalismo centralista e l’idea di Italia. Si tratta di due mali che non possono essere disgiunti e che sopravvivono proprio dandosi sostegno e legittimazione reciproca. L’unità della penisola italiana non potrebbe sopravvivere senza il collante di uno Stato prefettizio e poliziesco, la struttura statuale non avrebbe senso senza la finzione patriottica.

 

Allo stesso modo la Padania non potrà non essere allo stesso tempo compiutamente identitaria e libertaria: non ci potrà mai essere rinascita economica e sollievo fiscale senza libertà politica e la Padania non potrebbe sopravvivere (e contravverrebbe a tutta la sua storia millenaria) se non godendo di ampie autonomie e libertà economiche. Più si confrontano e meglio delineano le proprie posizioni, più le due componenti si avvicinano costruendo un patrimonio ideale, culturale e politico originale ed efficace: ci sono pagine di Hans-Hermann Hoppe o di Guglielmo Piombini che grondano identitarismo, ci sono lavori di Alain De Benoist o Donoso Cortès che fanno
gioire anche i libertari più incalliti: tutti concordano nella straordinaria sintesi – in chiave padanista – delle più compiute elaborazioni
di Gianfranco Miglio e nello slogan entusiasmante e assolutamente perfetto della Lega dei suoi anni migliori:
“Basta Roma, basta tasse!”.

(da “Il Federalismo”, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. Paolo says:

    La colpa é sempre del popolo che passivamente subisce. Quando si perde l’identità del proprio campanile, si perde l’eredità del proprio passato. Davanti a noi, in un prossimo futuro ci sarà un mondo in cui le bandiere perderanno le loro funzioni e con i giovani che parleranno tra loro tutti in inglese, potranno spostarsi da un paese all’altro con estrema facilità e la storia del passato interesserà sempre di meno. Ma forse per loro sarà meglio così!

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