LA CRISI SPIEGATA CON LA TEORIA DELLE “SEI PATATE”

di REDAZIONE*

Ai tempi dei nostri nonni, in Italia, e ancor di più qui in Veneto, eravamo in grande maggioranza contadini. C’era miseria e le risorse dovevano essere impiegate tutte per sfamare la prole, mettendo in secondo piano l’istruzione. Per questo i nostri nonni erano mediamente ignoranti, ma alcune cose le conoscevano bene. Sapevano, per esempio, ciò che era di loro proprietà e ciò che non lo era.

Sapevano di avere il diritto a mangiare quello che riuscivano a produrre ed il diritto a lavorare il loro pezzo di terra come meglio ritenevano.
Sapevano che la porzione che si sarebbero trovati sul piatto dipendeva fortemente da quanto sgobbavano, ma anche da una certa dose di fortuna. Sapevano che se il loro raccolto di mais fosse stato decimato dalla grandine, anche la loro dose di polenta si sarebbe ridotta. Eppure non si sognavano nemmeno di andare a reclamare da qualcuno la polenta mancante. Sapevano anche che se i vicini avessero avuto la fortuna di avere un terreno migliore, a parità di lavoro le patate dei vicini sarebbero state più grosse e numerose. Ciononostante i nostri nonni, si sarebbero sentiti dei criminali ad avanzare diritti sulle patate altrui.

Poi venne l’era dei nostri genitori che – chi più chi meno – ebbero la fortuna di godere dei benefici della divisione del lavoro. Il piccolo capitale (culturale, tecnologico ed economico) duramente conquistato dai nonni, permise loro di specializzarsi in altri lavori. Fu così che i nostri padri scoprirono come si trovassero molte più patate e molta più polenta nel piatto stando seduti davanti ad un tecnigrafo a disegnare un nuovo aratro per i trattori, piuttosto che andando direttamente nel campo a zappare.
Arrivò il “benessere”: la divisione del lavoro era sempre più evoluta e gli scambi sempre più vari e globali. Non più solo polenta e patate dal proprio lavoro, ma qualsiasi genere di bene proveniente da ogni parte del mondo. I nostri genitori, grazie all’istruzione divenuta alla portata di molti, divennero mediamente più colti e preparati della generazione precedente che aveva dato loro i mezzi economici per studiare. La loro preparazione gli permise di ottimizzare la produzione e gli scambi, creando così nuova ricchezza. Purtroppo, a fronte di tante nozioni così importanti apprese dalla generazione dei nostri padri e delle nostre madri, molti di loro ne disimpararono una ancor più fondamentale. Si diffuse massivamente tra quella generazione un vecchio virus che mirava a distruggere i concetti basilari ben noti, non solo ai nostri nonni, ma ai più lontani antenati a cui potremmo riuscire a risalire. Il concetto del nonno secondo cui se produci 5 patate, non puoi pretendere di mangiarne 6, diventava vetusto, antiquato, ottocentesco.

Ognuno ha diritto ad una razione “equa” e ad un lavoro “dignitoso”.
Quant’è la razione “equa”? Chi decide come dev’essere il lavoro per essere “dignitoso”? Da chi la prendo la patata mancante? Si chiedeva il nonno.
“La Società, il Popolo…Noi! Noi produciamo e decidiamo, vecchio ignorante!”

I nostri genitori si divisero tra profeti, fedeli, indifferenti ed impotenti all’avanzare del nuovo Credo.

Probabilmente i nonni, fidandosi dei loro figli istruiti, non osarono opporsi al Sol dell’Avvenire pur continuando a non capire dove si trovassero tutti questi contadini disposti a zappare la terra per cavar patate che sarebbero finite in buona parte su tavole altrui.

Il fatto che i nonni non capissero, non era un vero problema. Il vero problema è che nemmeno la Realtà delle Cose “capiva”. La Realtà delle Cose – questa cocciuta – insisteva a riproporsi secondo la primitiva logica delle cause che generano effetti. La Realtà delle Cose (maledetta anarchica!) se ne fregava bellamente dei nuovi dogmi secondo cui ad ognuno, per legge, dovessero spettare 6 patate. Per la Realtà delle Cose il numero di patate a disposizione non era una variabile indipendente decretabile per legge, ma il prodotto di un motore alimentato da una complessa miscela di incentivi, sacrifici, idee, scelte ed ambizioni individuali. Per tutta risposta i nuovi profeti decisero che per il perseguimento del bene comune, la Realtà delle Cose si sarebbe dovuta piegare alla Volontà Popolare. Fu così che venne messa democraticamente in minoranza. Ma più il “Popolo”, oramai convinto del diritto divino delle 6 patate, pretendeva dal motore del benessere, più la Realtà delle Cose si ribellava e cinicamente occultava il carburante. Provarono di tutto: crearono nuovi “lavoratori” mantenuti dalla collettività proprio con lo scopo di gestire la produzione collettiva di patate e la sua allocazione. In risposta alle carestie di patate cominciarono addirittura a stampare dei buoni-patatacartacei che davano diritto alla riscossione di una patata e li distribuirono ai bisognosi. Ma più si pretendeva, meno si otteneva. Di chi era la colpa? Chi si fregava le patate mancanti? Perché nonostante tutti questi nobili sforzi collettivi per l’appagamento delle esigenza del popolo, mancavano sempre più patate? La generazione dei nostri genitori si poneva ostinatamente queste domande e giunse alla conclusione che la soluzione fosse…impiegare ancor più risorse nella lotta alla maledetta Realtà delle Cose. Forse temevano di porre tutte queste domande ai propri genitori per il timore di sentirsi rispondere che l’unico posto dove si potevano trovare ulteriori patate era il campo. No, troppo naif. C’era per forza qualcuno o qualcosa che si fregava le patate. Negli anni si scoprirono svariati colpevoli: il Capitalismo, lo sfruttatore borghese, il consumismo, l’avidità, l’ingordigia, l’egoismo. Furono tutti processati e fucilati in pubblica piazza. Ma le patate continuavano a latitare.

Sono passati tanti anni, le patate latitano sempre più ed ora sarebbe il nostro turno. Spetterebbe a noi, ora, generazione dei videogames e degli esagerati anni ’80, far progredire il benessere, toccherebbe a noi ora trasformare l’eredità dei nostri genitori in ricchezza come loro hanno fatto con i loro genitori. Sarebbe nell’evoluzione naturale del progresso, ad esempio, cercare di informatizzare la gestione della costruzione di quel famoso aratro al fine di aumentare l’efficienza della produzione di patate e creare nuova ricchezza. Invece, non ci sono più patate per mantenerci mentre studiamo il metodo per migliorarne la produzione. Stavolta la Realtà delle Cose pare che sia incazzata sul serio.

Ancor più nuovi profeti, figli dei precedenti “nuovi profeti” hanno già pronti i colpevoli: stavolta si chiamano “speculatori”, “mercatismo”, “banche”, “finanza”, “agenzie di rating”. Il loro peccato mortale pare sia principalmente quello di preferire le patate reali ai buoni cartacei con su scritto “patata omaggio“.

Siamo realmente convinti che possa essere un nuovo rito sacrificale a darci le patate che ci spettano?

*http://atroce.blogspot.it/

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6 Comments

  1. ben says:

    grande tristezza a leggere queste VERITA’..ieri in un mercatino ho notato dei libri e quaderni “antichi”..molti ricordi riaffiorarono nella mia mente guardando i quaderni di “BELLA SCRITTURA” i libricon le nozioni espresse chiaramente e molto sinteticamente…oggi..la “bella Scirttura non esiste più, i libri piccoli e concentrati conteneveno TUTTE le nozioni necessarie per passare all’ anno successivo…se non ci arrivavi…tornavi a ripetere l’ anno…una vergogna sentirsi RIPETENTI…ora ci sono varie sistemi come , debiti, crediti, recuperi, ecc tutte forme inventate dopo il famigerato 68 …da quell’ evento inquietante la scuola , con insegnanti normalmente con la tessera comunista…imposero un sistema in cui i ragazzi non potessero MAI essere formati ma altresì ottimi comunisti da strada e da sfascio delle vetrine (Centri sociali rossi)..Appunto…vedendo questi quaderni e libri di un bel tempo e cadendo come un masso nella triste realtà di oggi ho potuto avere una misura REALE del decadimento…infatti una volta eravamo tra i primi 3 al mondo come insegnamento…oggi SIAMO AL 70°-80° posto…una bella vergogna avere i comunisti e sindacati come quelli che abbiamo…

  2. giovanni cesaroni says:

    giovanni cesaroni

    il vissuto delle..patate.. ci riporta inevitabilmente verso una realtà dimenticata. Ritornare a piantare le patate nel nostro piccolo campo e ritornare a ..vivere per vivere.. senza quello spirito di espansionismo globalizzato, che ci ha portato a non avere più patate da mangiare.

  3. ilario ripoli says:

    Fino ad ora i sacrificati siamo stati noi.Al di la della nuova generazione. A noi togliere le patate dal fuoco che altri ci hanno messo in pentola senza farcelo sapere. Non siamo stati ingenui. Abbiamo vissuto con quello che avevamo e per questo non mi sento in colpa.Avevo lasciato casa….ma ora sono tornato a cacciare i parassiti che la infestano.E non uso il ddt.ma lo zucchero e quando sarete tutti catturati vi uso come esche per pescare.Altre le uso per concimare il terreno. altre per dar da mangiare ai polli. I modi di riutilizzo sono tanti ma…sicuramente utili.

  4. Alesaiyan says:

    Perchè non si raccolgono sull’arbusto Maciknight?
    Eh eh!
    Io credo di aver battuto quest’articolo di 1 mese e mezzo avendo iniziato a farmi l’orto.
    Pienamente d’accordo con l’autore del pezzo, coltivando io stesso mi viene da chiedermi proprio: “ma come fanno al supermercato ad avere così tante verdure?”

  5. lelia kita says:

    I nostri nonni o bisnonni erano “scarpa grossa e cervello fine”. Oggi tante persone che pretendono di salire sul pulpito a predicare sono “scarpa fine e cervello grosso”.

  6. Maciknight says:

    Efficace la metafora delle patate, che peraltro se chiedessi a 10 giovani come siano fatte le piante di patate, almeno 8 risponderebbero che crescono sopra la terra e si raccolgono come fossero frutti da un arbusto …

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