La crisi cambia il volto delle famiglie… ovviamente in peggio

di REDAZIONE

La crisi cambia il volto delle famiglie: sempre piu’ spesso a portare lo stipendio a casa e’ solo la donna, che pero’ in generale guadagna meno degli uomini; per trovare lavoro, a un giovane su due servono almeno tre anni dopo la laurea o il diploma; si mangia sempre meno e sempre peggio. Il ritratto della famiglia del terzo millennio alle prese con la crisi economica emerge dal Rapporto Istat, che e’ stato presentato ieri. Da angelo del focolare a unica fonte di sostentamento all’interno della famiglia: il ruolo della donna nella famiglia sta dunque facendo l’ultimo passo di un radicale cambiamento, ma non si tratta, o per lo meno non solo, del risultato dell’emancipazione femminile nel mondo del lavoro. In molti casi, infatti, la ragione sta nella perdita del posto da parte dell’uomo.

In generale, le famiglie con figli in cui nella coppia lavora solo lo donna sono passate da 224mila nel 2008 (5% del totale) a 381mila nel 2012 (8,4%), in aumento del 70%. Ma assume particolare rilevanza l’aumento dell’occupazione femminile nelle coppie in cui l’uomo e’ in cerca d’occupazione o disponibile a lavorare (+51mila sul 2011, +21,2%) o e’ cassintegrato (+20mila, cioe’ +53,9%). Il lavoro delle donne, tuttavia, continua a essere meno pagato di quello degli uomini: la retribuzione netta mensile delle dipendenti e’ infatti inferiore del 20% rispetto a quella degli uomini. Attorno al tema lavoro, del resto, ruota gran parte del Rapporto presentato dall’istituto di statistica: ed emerge con particolare evidenza per quanto riguarda i giovani. Non e’ solo il dato aggiornato dei Neet (coloro che non lavorano e non studiano), ormai salito a 2,2 milioni di persone nel 2012 (24%), a fare dell’Italia un ‘paese per vecchi’: basti pensare che solo il 57,6% dei giovani laureati o diplomati italiani lavora entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione.

L’Italia, dunque, e’ ben lontana dall’obiettivo europeo, fissato all’82% per il 2020. Se non si lavora, infine, non si mangia o per lo meno si mangia poco e male. Quella che sembrava una conquista irreversibile degli anni del boom, vale a dire una tavola imbandita per tutti gli italiani, adesso comincia ad abbandonare parecchie famiglie. Quelle che, tra il 2011 e il 2012, hanno ridotto la qualita’ o la quantita’ degli alimentari acquistati, e’ infatti aumentata dal 53,6% al 62,3% e nel Mezzogiorno arriva a superare il 70%. Si tratta, si legge nel rapporto Istat, soprattutto di famiglie che diminuiscono la quantita’ (34,9% nel Nord e 44,1% nel Mezzogiorno), ma una percentuale non trascurabile, e in deciso aumento, e’ anche quella di chi, oltre a diminuire la quantita’, riduce anche la qualita’ dei prodotti acquistati. Il potere d’acquisto, del resto, nel 2012 ha registrato una caduta che l’Istat definisce ”di intensita’ eccezionale” (-4,8%).

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One Comment

  1. Ecco alcuni dati portati all’attenzione della commissione. Nel 2011, in Emilia-Romagna era occupato il 76% degli uomini e il 60,7% delle donne (68,3% di media complessiva, seconda posizione in Italia); rispetto al 2008 è avvenuto un calo di circa il 2% sia nella media che nella presenza femminile. Fra le tipologie contrattuali, le donne sono molto più “precarie” (17,1% di contratti non a tempo pieno e indeterminato, rispetto al 10,3% degli uomini); ciò fa ritenere che l’utilizzo del part-time da parte delle donne – massimo all’interno della fascia d’età 35-44 anni – non sia una scelta, ma derivi dall’impossibilità di conciliare un lavoro a tempo pieno con le responsabilità familiari. Quanto al reddito, nel settore del lavoro dipendente le donne guadagnano il 25% in meno degli uomini, mentre nel lavoro autonomo il gap reddituale sale a oltre il 30%.

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