La corsa verso l’autonomia: Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia sono circondate 

nord macro

di ACER 1 –  Testo: Il primo semestre del 2018 si prospetta come un momento chiave per il futuro politico e istituzionale italiano. Nulla a che vedere con le elezioni del 4 marzo, che stando ai sondaggi recenti completeranno il lavoro di autodistruzione e immobilismo operato ai danni dell’unico organo dello stato centrale sul quale i cittadini possono (e dovrebbero) avere concreto potere decisionale – il parlamento – come voluto e pianificato ormai da tempo da una classe politica partitocratica e autoritaria, lontana dalla gente e dal rispetto delle sue volontà. La vera novità che l’anno nuovo ci ha portato sarà l’avvio, per la primissima volta dalla nascita della Repubblica, della possibile realizzazione di un timido allentamento della stretta centralista sulle realtà locali e i territori. Il fallimentare tentativo del governo Renzi di riformare la costituzione relegando le regioni ordinarie a meri confini sulle carte, un po’ in stile province Delrio, nonché l’ormai evidenza che non c’è alcuna volontà di cambiamento vero e positivo da parte dei politici che risiedono a Roma (se non operare per la loro stessa sopravvivenza cristallizzata) ha incredibilmente avuto come conseguenza il risveglio di una logica assopita: il sussulto degli amministratori locali di ogni colore e parte (dalla destra alla sinistra) che prima plaudevano al passare del “carro del vincitore” o che si erano rassegnati ad esso, ha un che di miracoloso. Siamo passati infatti nell’arco di un solo giorno (l’ormai famoso 4 dicembre del referendum) dal dover considerare (chi se ne interessa) l’ipotesi dell’annullamento ormai quasi certo di tutto il sistema locale, dell’accorpamento delle regioni con altre per la loro sopravvivenza (macroregioni), dell’allontanamento inesorabile delle istituzioni dai cittadini e, cosa ancor più grave, dell’appiattimento di tutte le realtà storiche, sociali e culturali di coloro che non appartengano alla classe privilegiata dello statuto speciale.

Figlia di tutto questo processo è la richiesta, eccezionale e per molti aspetti inaspettata (almeno per una), delle tre regioni che sono ai vertici di tenuta del sistema economico italiano di europeo: Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto hanno infatti deciso di intraprendere un percorso, unitario nel caso delle prime due o parallelo della terza, verso un riconoscimento da parte dello Stato centrale dei propri meriti, esprimibile in una più ampia autonomia in vari campi. Emblematico è il caso del Presidente emiliano-romagnolo Bonaccini (PD) a cui bisogna riconoscere il merito di aver accantonato la dottrina di partito e aver agito per il bene concreto della regione da lui amministrata, anche se dopo un’attimo di momentaneo smarrimento prereferendario (fusione Toscana – Emilia-Romagna come seguito della riforma Renzi-Boschi) dettato peró forse più dalle circostanze che dalle reali intenzioni.
Questo processo di autonomia rappresenta un incredibile occasione per i territori in questione: gestire direttamente in loco materie fondamentali come ambiente, sanità, istruzione, lavoro ecc… può dare uno slancio enorme allo sviluppo economico, territoriale e sociale di queste regioni, con il rischio concreto per altre realtà di vedere sempre più ampio quel gap tutt’ora esistente nella qualità della vita. Per tale motivo è notizia proprio di queste ore che anche la regione Umbria, preceduta poche settimane fa anche da Piemonte e Liguria (per non parlare della Campania), vorrebbe aprire un tavolo con il governo per ottenere più autonomia su tanti temi contenuti nell’articolo 116 della Costituzione. Questo inatteso domino scatenato dopo la richiesta a gran voce delle tre regioni del nord sembra quasi strano,  specialmente da parte di un’amministrazione regionale, come quella dell’Umbria, che fino ha pochi mesi fa pensava addirittura di voler creare una macroregione comprensiva di Toscana e Marche, liquidando di fatto la regione stessa.
Senza voler entrare nel dubbio degli interrogativi politici e ideologici di amministratori locali (ma anche nazionali, vedasi con l’Europa) che vengono eletti a capo di un istituzione e che si prefiggono come obiettivo e parte del programma di elettorale e/o di governo lo smantellamento dell’ente stesso tramite strane fusioni o cessioni/unioni di competenze (come nel caso delle attuali amministrazioni delle già citate Umbria, Marche e Toscana), salta all’occhio il cambio di rotta. Radicale, controverso, completo. La Presidente dell’Umbria, Catiuscia Marini, che con i suoi colleghi e omologhi Ceriscioli (Marche) e Rossi (Toscana) fino a pochi mesi fa firmava accordi, indiceva cene e riunioni, rilasciava interviste a destra e a sinistra a supporto del progetto (mai sottoposto al voto della cittadinanza) di fondere le 3 regioni dell’Italia centrale in un’unico enorme ente che partiva da Massa e Carrara (sotto la Liguria) e finiva ai confini con l’Abruzzo. Come capoluogo in pole-position Firenze ovviamente. Tale macroregione doveva nascere “entro il 2020” come auspicava ardentemente Enrico Rossi.
Ora, a seguito della bocciatura referendaria del 4 dicembre 2016, il progetto si è congelato e le stesse amministrazioni che prima volevano sciogliere de facto gli enti da esse guidati (invece di difenderli dalla morsa di un neo-centralismo spinto) si sono letteralmente rimangiate quanto detto fin’ora e hanno deciso di rincorrere Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia. Perché i motivi di un gesto tale? Perché anche Liguria e Piemonte hanno deciso improvvisamente e contemporaneamente di fare il grande passo? Per amore del federalismo e per portare finalmente le istituzioni più vicine ai cittadini? Per far valere le proprie ragioni e rendere più efficiente la pubblica amministrazione? Non è questa l’opinione di chi scrive. Sembra quasi più una ripicca, un modo infantile per dimostrare di non voler essere da meno degli altri. Ma per saperla gestire l’autonomia (e per non neutralizzarla -banalizzandola giocandoci sopra- anche per chi la merita) bisogna saper gestire innanzitutto il presente e lo stato attuale. Come riportato anche su questo sito ( http://www.lindipendenzanuov a.com/debito-pubblico- regionale/ ) sono assai poche le realtà regionali potenzialmente in grado di gestire con sicurezza e capacità una situazione di autonomia, e il rapporto debito/pil dei territori è un parametro assai indicativo della qualità amministrativa, indipendentemente dagli schieramenti politici. Allo stato attuale, anche in virtù di questo e altri aspetti (come il piano di rientro della sanità piemontese e di quella ligure, la crescita assai modesta di Liguria, Piemonte e Umbria, i dissesti finanziari di alcuni comuni Umbri -Terni tra tutti-  e il residuo fiscale generale Fonte: http:// corrieredibologna.corriere.it/ bologna/notizie/economia/2016/ 13-ottobre-2016/pil-+ 1percento-l-emilia-traina- lento-treno-italia-24097691207 2.shtml )
non pare assolutamente idoneo e concreto che tali regioni abbiano al momento la pretesa di accodarsi o volersi sedere al tavolo con le altre. Nessun senso di superiorità, ma puro pragmatismo: il rischio è come al solito di mescolare le richieste di realtà funzionanti e virtuose con quelle di chi non lo è poi così tanto, mandando alla fine tutto (e per tutti) all’aria. Il pericolo c’è ed è anche elevato.
Già il sottosegretario Bressa, incaricato dal governo per dirimere la questione, ha detto senza troppi giri di parole che solamente Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto sono in grado di tagliare il traguardo dell’autonomia richiesta. L’avere i conti in ordine è uno dei paletti richiesti (giustamente) e inoppugnabili per raggiungere un’accordo. Affollare di richieste il governo, specie se impresentabili come quella della Campania, che a differenza delle altre tre ha chiesto prima più soldi e poi i compiti da gestire ( http://www.adnkronos.com/ fatti/politica/2017/12/29/ luca-chiederemo-governo- autonomia-maggiori-risorse- per-campania_ uQskEwUeMKZYPCtJ9usT9I.html ) o non attuabili in questo particolare momento storico (come quelle di Piemonte, Umbria e Liguria), rischia di compromettere le già difficili possibilità di successo delle prime tre. Molto meglio cominciare per gradi e far rendere conto a Roma che l’autonomia (e il federalismo) è un bene per tutti, il contrario rispetto allo scatenare un vespaio con una vera e propria corsa “ai compiti”. Di tutto questo meritano un trattamento a parte le uniche due realtà regionali che a detta dell’autore potrebbero sedersi al tavolo con Emilia, Lombardia e Veneto. Si tratta di Marche e Toscana, due regioni quasi sempre ai vertici per quanto riguarda rapporto debito/pil, residuo fiscale, parametri occupazionali e sociali e qualità dei servizi erogati. Le uniche due che però, a parte un meridione che questa volta (Campania esclusa) ha saputo usare il buonsenso, non hanno avanzato fin’ora proposte.
Notare per finire come secondo l’articolo già citato de L’Indipendenza Nuova, nessuna della ragioni a statuto speciale odierne ha un rapporto debito/pil sostenibile. Un vero paradosso nell’Italia ordinaria.
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One Comment

  1. RAFFAELE says:

    Le tre regioni che hanno firmato il pre accordo con il governo sono virtuose questo è risaputo hanno tutte un rapporto debito pil inferiore al 75%. Il punto adesso diventa quello di formare massa critica al fine di difendere e implementare quel poco che hanno ottenuto, e in secondo luogo dare inizio ad un progetto virtuoso chiamato Macroregione padana.

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