La civiltà… araba in Sicilia. E si vede.

saraceni

di ROMANO BRACALINI –  Sergio Romano, sul Corriere della Sera, in risposta ad alcuni lettori meno ottimisti di lui sulle “magnifiche sorti progressive” dell’Islam “italiano”, anni fa proponeva l’esempio della dominazione musulmana in Sicilia che, a suo parere, rappresentò uno dei periodi più “splendidi e floridi” della storia dell’isola. La storia, come la matematica, non dovrebbe essere un’opinione; e tuttavia, come
l’esperienza insegna, la storia si presta a manipolazioni d’ogni genere per dimostrare il buono o il cattivo a seconda delle convenienze. Va da sé che l’uso “politico” della storia non ha nulla a che fare con la verità. Ma allo storico di parte non è questo che interessa.

L’Urss e lo stuolo dei Paesi vassalli era il “paradiso dei lavoratori”, fin quando non è stato dimostrato
l’esatto contrario. Lo storico marxista Ernesto Ragionieri, in un libro di testo per le scuole, scriveva che nella guerra del Vietnam erano stati gli americani ad aggredire Hanoi e non viceversa dando un contributo essenziale alla falsificazione della storia per calcolo di partito. Ammiriamo troppo l’equilibrio e il garbo di Sergio Romano per non comprendere che egli abbia voluto fare una semplificazione giornalistica della Sicilia musulmana e nella sintesi si può tralasciare qualche “particolare” non secondario.

Intanto sarebbe interessante chiederci quale forma di “meticciato” esemplare abbiano lasciato gli arabi nella psicologia e nel costume siciliano. L’influenza araba è stata indubbiamente forte e radicata, nella misura in cui è stata forzatamente imposta. Molte città siciliane hanno nomi di origine araba. Marsala viene dall’arabo
“Mers Allah” (Porto di Allah), luogo prescelto dall’emiro Ibn Menkut, all’epoca della dominazione araba, per gli svaghi e gli ozi sfibranti del suo harem. Salemi apparve ai garibaldini del 1860 «una topaia saracena avvitata su un colle».

E il marchio degli arabi, dice Luigi Pirandello, «era rimasto indelebile nell’accidia taciturna e nella diffidenza ombrosa dei siciliani». Chi visiti Palermo oggi difficilmente ne trarrà l’impressione di una moderna città occidentale; e a essa si adatta la stessa definizione che Lord Rosebery aveva dato di Napoli: «La sola città orientale senza il quartiere europeo».

Sul fatto che la dominazione musulmana abbia influito in profondità sul costume rilassato e poco metodico dei siciliani, non si discute. Anche il vaiolo lascia dei postumi visibili. Ma ci permettiamo di dubitare che questa eredità possa essere vantata e magnificata, se si escludono i lasciti orientali del caffè con panna, della pennichella dopo i rigatoni e del cuscus tipico di Trapani.

In realtà sulla dominazione araba in Sicilia ne sappiamo abbastanza per ribaltare ogni giudizio d’encomio e averne un quadro più esatto grazie principalmente agli studi dello storico Michele Amari che compose una monumentale storia dei Musulmani in Sicilia.

Gli arabi Aghlabiti invasero la Sicilia nell’827, e ciò rappresentò una terribile sfida all’Europa cristiana. Gli arabi già conoscevano la Sicilia attraverso i racconti dei mercanti di Damasco e Baghdad. L’agricoltura siciliana era florida e ricca di cereali, bestiame, schiavi. Gli arabi costruirono centinaia di moschee, più di quante ne avesse qualunque altra città, esclusa Cordoba, ma vedremo a che prezzo. Criticarono la sporcizia della popolazione e l’uso eccessivo di cipolla, che secondo loro ottundeva i sensi e danneggiava il cervello. Per quanto ne sappiamo l’emergenza spazzatura è rimasta come simbolo caratteristico della città moderna. Palermo stava diventando una delle grandi città del mondo arabo, superata solo da Baghdad e da poche altre. Ma nelle descrizioni arabe della Sicilia (come della Spagna saracena) c’era molta esegerazione e poco di vero, riconosce lo storico inglese Denis Mack Smith nel suo libro Storia della Sicilia medievale e moderna. Dire che gli arabi abbiano incoraggiato il progresso sarebbe un’inutile vanteria, il lavoro manuale era disprezzato ed era lasciato alle donne e agli schiavi. Gli arabi, abituati al nomadismo, introdussero le capre che impedirono la crescita
delle foreste.

L’occupazione araba in Sicilia durò più di due secoli e fu tutt’altro che “pacifica”. Le fastose moschee di Palermo furono costruite di pari passo con la distruzione delle chiese. I cristiani e gli ebrei-in anticipo sul nazismo-dovevano portare dei segni di riconoscimento sui vestiti e sulle case; pagavano più imposte, potevano riparare le chiese e le sinagoghe ma non costruirne di nuove, secondo il concetto di tolleranza e di rispetto delle altrui credenze predicato dal Corano. Pur potendo praticare la loro religione, non potevano
suonare le campane o portare la croce in processione, né si poteva leggere la Bibbia entro il raggio dell’udito di un musulmano. Era vietato loro vietato bere vino, o andare a cavallo e -chissà perché – sellare i muli. Le donne cristiane non avevano accesso ai bagni quando vi si trovavano donne musulmane.

Il grande storico tedesco dell’Ottocento Ferdinand Gregorovius fa di quel periodo un quadro più convicente e fosco. Tranne la violenza e la rapina, non vide alcun “splendore” né testimonianza di pacifica convivenza nella dominazione musulmana che si accampò nel paese con alterigia e forza d’armi ed espropriò i siciliani dei loro beni, della loro cultura e della loro dignità.

Qualcuno si convertì per pagare meno tasse e godere di qualche privilegio. Ciò che gli arabi lasciarono è documentato. Queste orde, venute dall’Africa – dice Gregorovius – annientarono le città di queste terre benedette portandone gli abitanti in schiavitù. E profeticamente conclude: «Storici italiani si compiacciono
oggi giorno con una certa predilezione romantica del periodo arabo in Sicilia. Ma possiamo veramente dire che il dominio degli arabi laggiù fu diverso da quello dei selvaggi Stati africani?

I Saraceni furono perlomeno tanto incapaci di creare, in Sicilia e in Calabria, una nuova e significativa cultura per l’Occidente, quanto non lo furono i turchi in Asia minore e in Grecia. Essi vi distrussero – cosa deplorevolissima – i resti del mondo antico; con i conventi che misero a fuoco scomparvero anche numerosi tesori letterari dell’antichità». Mica tanto tollerante!

(da Il Federalismo)

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