La Cina punta sui porti della Grecia, la via della seta alternativa all’Ue della Merkel

di GIULIO ARRIGHINI E ROBERTO BERNARDELLISoldati_Cina_coreografia-580x385

Sommersi da parole e numeri, da scommesse su come andrà a finire, siamo come costretti a giocare testa o croce sull’esito della partita greca. Eppure, nel marasma mediatico e nella troppo semplicistica e populista opzione no euro- sì euro, c’è altro che merita attenta riflessione. Perché che l’euro sia un fallimento lo abbiamo capito. Meno scontato è capire dove finiremo.

C’è tra tante letture del problema, una visione suggestiva e pure realistica su cui vogliamo riflettere. La Cina e la Grecia. Perché l’economia abita in Asia, non nella decrepita Europa a trazione tedesca. Più altri coprimari per fare scena. Ebbene, alla Grecia cosa può interessare di più? Morire di euro o diventare l’avamposto portuale del mercato asiatico? Se i politici italiani avessero compreso che Taranto non è l’Ilva ma una macchina da guerra inutilizzata per gestire i commerci verso oriente, non saremmo qui a discutere.

Di sicuro c’è l’esito referendario, che rende più debole l’Europa e dà il liberi tutti.

Ma “Una nota di ottimismo forse viene dalla bizzarra vicenda di due porti, entrambi greci di origine, uno però oggi sotto il governo di Roma e l’altro sotto quello di Atene”, scrive Lao Xi su il sussidiario.net. E perché?

“Sono rispettivamente Taranto e il Pireo, uniti dalla diversa fine della trattativa con lo stesso investitore, il colosso della logistica Hutchinson Whampoa (Hong Kong). Dopo il fallimento del tentativo, durato oltre un decennio, di trasformare Taranto nel centro portuale del Mediterraneo e dell’Europa, i trasportatori di Hong Kong hanno deciso di emigrare dall’Italia (in teoria sulla via della ripresa) alla Grecia (in teoria verso la bancarotta).

Questo certamente non indica la fortuna greca contro la sfortuna italiana o viceversa, ma forse nemmeno è un elemento indifferente come segnale di un atteggiamento complessivo dei due paesi verso le prospettive future”. Beh, d’altra parte ai politici italiani basta far cassetta, registrare follower su twitter per portare a casa voti e consensi. Il resto forse conta? Sotto il sì euro o il no euro cosa c’è? Spesso niente.

Ma andiamo avanti a leggere l’attenta analisi.

“Da una parte (in Grecia) certamente è chiaro che bisogna tentare di agganciarsi alle sorti progressive dell’Asia, dinamo economica del mondo oggi e sempre più nel futuro, tanto più che tale aggancio arriva con minimi costi, specie se confrontati con le attuali richieste europee.

D’altra parte (in Italia) per motivi certo complessi e comunque incomprensibili da qui, tale aggancio con l’oriente è stato respinto, segnale comunque che l’Asia è lontana dalle priorità di Roma. Ciò potrebbe essere indifferente o quasi nel breve periodo, ma rischia di essere dannosissimo nel lungo”. Ed è così. Il Pil non è la nuova 500 o la Fiat di Melfi che costruisce la Renegade. Avremmo risolto tutto.

“La storia del Pireo forse è anche un segno della forma mentis dei politici greci, i quali al di là del radicalismo ostentato magari sono più pragmatici e strategici di quanto appaiono. I greci, che vinca il sì o il no, infatti, dichiarano di volere restare in Europa, diversamente da quanto pare stesse facendo il governo italiano di Berlusconi nel 2012 quando venne brutalmente rovesciato da una spietata guerra dei tassi di interesse.

 

Questo semplicismo di cui mezza Europa accusa oggi il governo greco è dovuto anche alla mancanza di idealità europea e di governo politico, visto che Bruxelles chiede risultati numerici e se ne infischia di come tali risultati sono raggiunti. È questo il deficit più grave dell’Europa: non si può stare insieme solo perché così ordinano i ragionieri”.

E dunque a che razza di bivio siamo secondo l’economista di firma cinese per il Sussidiario?

Secondo lui, la Grecia  può uscire dall’euro. L’Italia no. “L’Italia se provasse a fare la metà della Grecia metterebbe il coltello alla gola a tutti, compresa la Cina oggi nelle peste di gravi turbolenze alla sua Borsa di Shanghai. L’Italia quindi in realtà ha meno margini di manovra della Grecia. Un’uscita della Grecia dall’euro o una grande ristrutturazione del suo debito mette l’Italia nella linea di fuoco della speculazione internazionale. Inoltre la campagna demagogica di Tsipras, ancorché fosse vana, aizza facili populismi di tutti i tipi in Italia dove i Grillo e i Salvini stanno scaldando i motori sognando futuri ruoli analoghi.

Così mentre il problema di fondo rimane, la creazione di una positiva idealità e politica europea, la crisi greca non è finita con il referendum. Nuove future turbolenze elettorali possono rimettere in questione ogni decisione presa domenica. La crisi greca non è finita perché si staglia sempre l’ombra della crisi italiana, il singolo maggior debitore d’Europa, e perché manca una cornice politica europea”.

Certo, qui casca sempre l’asino.  Manca un leader europeo. Non solo del nostro misero centrodestra. L’Europa ha confini confusi, ha barriere che si rialzano quando arrivano i clandestini e che si riabbassano quando si tratta di imporre una sola linea fiscale, economica. 

E la Cina, invece? Guarda sempre al Pireo, ai porti della Grecia, leva per conquistare ciò che manca. In realtà si tratta di una sorta di nuova via della Seta, un raccordo tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo più che verso Bruxelles. E’ l’Eurasia, alternativa all’Euromerkel. Conclude mister Lao Xi: “Questi sono discorsi a cui Bruxelles forse dovrebbe pensare parlando con Atene. Ma non è possibile che Atene detti i termini dell’Unione all’Europa. Questa vittoria elettorale di Tsipras con elettori spaventati, disoccupati, impoveriti è una vittoria di debolezza non di forza, ed è questa debolezza che potrebbe far crollare tutto”.

Purtroppo è vero, siamo all’inizio della fine, senza sapere che fine faremo.

Segretario e Presidente Indipendenza Lombarda

 

 

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One Comment

  1. G.da Brivio says:

    Non è mentalmente insano concepire un complesso siderurgico delle dimensioni di quello tarantino in una regione a chiara vocazione agricola, ittica, turistica ? Sì lo è, e di conseguenza si comportarono gli illuminati, molto onorevoli politicanti che decisero di accogliere le richieste di una massa di ignoranti in rappresentanza dei quali si erano posti forze sindacali, politiche, affaristi, avventurieri di ogni risma. Il motto è sempre lo stesso: dare al popolo ciò che vuole in cambio di voti. I migranti che dal sud andavano a Milano, Torino e Genova, ed i pugliesi erano la maggioranza, credevano di risolvere i loro problemi con una semplice equazione: benessere = fabbriche. Dateci le fabbriche e noi siamo a posto. Il loro desiderio fu esaudito da un governo imbelle e disonesto. Quelli ebbero le fabbriche ma il benessere, quello vero che non è rappresentato da un semplice “posto”, non arrivò mai. A distanza di cinquant’anni un conterraneo dei siderurgici del sud si accorge che bisogna responsabilizzare “i nostri rappresentanti parlamentari” a Roma. L’avessero fatto a tempo debito, cosa possibile anche se inusuale, avrebbero avuto meno guai. La nostra politica continua a brillare per acume ed interesse volto a se. Se la Grecia non accoglierà le offerte cinesi qualche altro paese mediterraneo si farà avanti. Per quanto concerne la via della seta, quella per terra è già realizzata. Lo scorso anno un convoglio di ottanta vagoni e mille tonnellate di beni in esportazione lasciava la città di Yuwu nel sud della Cina e dopo aver attraversato ben sei paesi stranieri (coi quali erano stati presi accordi) giungeva a Madrid. Un viaggio di 13.000 Km. Record di Marco Polo battuto. E per la sua patria non c’è nemmeno il premio di consolazione, perché l’Italia è stata accuratamente evitata. La via della seta marina verso l’Indonesia e dintorni, area con popolazione di centinaia di milioni, è già una realtà. In Africa i cinesi, non quelli che conosciamo noi bensì gli affaristi governativi, sono di casa e vanno spendendo somme enormi in infrastrutture nei vari stati in cambio di materie prime e permessi di vario genere. Il governo cinese ha finanziato il piano di sviluppo infrastrutturale con 40 miliardi di dollari allo scopo di favorire soprattutto le vie di comunicazione nella bretella di interesse verso l’estero. Se consideriamo anche che è già in atto la costruzione di una dozzina di università e poli scientifici paragonabili a Stanford, Yale, MIT, Cambridge, c’è poco da stare allegri e dilettarsi di amenità tipicamente italiche.

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