La Catalogna vuole la secessione. Solo i grandi industriali sono contrari

FONTE ORIGINALE: www.ilsole24ore.com  di Vito Pons

Non c’è un momento di pace in questa crisi dell’Eurozona. La tregua estiva favorita dallo scudo-anti spread del governatore della Bce Mario Draghie dall’iniezione di nuova liquidità (quantitative easing) della Federal Reserve sembra finita in questo avvio d’autunno. Ad interromperla nella notte è stato il presidente della Federal Reserve di Philadelphia, Charles Plosser, che ha dichiarato che il nuovo piano di quantitative easing da 40 miliardi al mese potrebbe essere inneficace.

La bomba catalana
E a rompere la tregua ci sta pensando anche la Catalogna che minaccia apertamente la secessione dalla Spagna con una forza d’urto dirompente. L’11 settembre, infatti, un milione e mezzo di manifestanti hanno inneggiato all’indipendenza per le strade di Barcellona (capitale e simbolo della Catalogna) nella festa della Diada. Tra i manifestanti anche Pep Guardiola, ex allenatore del Barcellona di Leo Messi.

Scontro sul patto fiscale
In scia a questo fermento il governatore della Catalogna Artus Mas (leggi il ritratto) , ha convocato le elezioni anticipate per il 25 novembre prossimo «per esercitare il diritto all’autodeterminazione», puntando il dito contro il rifiuto del premier spagnolo Mariano Rajoy di negoziare il patto fiscale che impone alle regioni del Paese che sforano il tetto di un rapporto deficit/Pil all’1,5% di attenersi a un programma di aggiustamento. Secondo Mas, però, la Catalogna, che ha un deficit al 3,9%, riceve dal Governo centrale meno di quanto dà e avrebbe quindi il diritto alla stessa autonomia fiscale concessa ai Paesi Baschi. Per questo motivo Mas vorrebbe ribaltare il patto fiscale ottenendo la riscossione diretti dei tributi, evitando il passaggio da Madrid.

I numeri della Catalogna
In un discorso tenuto al parlamento regionale Mas, leader del partito autonomista Convergenza e Unione, ha criticato duramente l’atteggiamento di Rajoy, stretto nella morsa degli aiuti dell’Eurozona (dopo aver ottenuto 100 miliardi per il salvataggio delle banche adesso confida di ricevere una seconda tranche per sanare direttamente le casse dello Stato).

Secondo Mas – che a fine agosto si è visto costretto a chiedere un aiuto di 5 miliardi di euro a Madrid per poter far fronte al rimborso del debito – l’appartenza alla Spagna danneggia la Catalogna, la cui economia presenta numeri di crescita superiori rispetto alle altre regioni. A tal proposito, Mas ha stilato un lungo elenco: «Cresciamo a un ritmo del 10% annuo. La Catalogna vale l’1,5% del commercio mondiale. Se fossimo uno Stato indipendente, saremmo tra i primi cinque esportatori al mondo. E c’è altro: esportiamo più nei Paesi stranieri che verso le altre regioni dello Spagna. Inoltre, esportiamo il 63% dei nostri prodotti fuori dall’Unione europea. Il 28% delle esportazioni della Spagna parte dalla Catalogna». Mas ha poi snocciolato cifre sul turismo. «Nel 2011 il numero dei turisti è cresciuto a 15 milioni, il 12% in più rispetto all’anno precedente. Se fossimo uno Stato indipendente saremmo la decima potenza turistica al mondo, superando Paesi Bassi e Svizzera». E poi continua: «Secondo Ernst & Young, siamo la terza regione europea più attraente per gli investimenti, dopo Londra e Parigi e prima di Madrid».

Per gli industriali spagnoli la secessione sarebbe una «barbarie»
C’è però qualcosa che non quadra nel discorso da Mas che dipinge la Catalogna come una superpotenza che meriterebbe l’indipendenza. E che lascia il dubbio che in realtà il leader del partito autonomista Convergenza e Unione stia semplicemente facendo la voce grossa con Rajoy per ottenere qualcosa in cambio, senza voler però arrivare fino in fondo alla secessione. A cominciare dal fatto che nel suo discorso secessionista non ha accennato al buco di bilancio: la Catalogna risulta attualmente la regione più indebitata tra le 17 comunità autonome in cui è suddivisa la Spagna, con un debito di 44 miliardi di euro, pari al 22% del Pil. Debito recentemente declassato da Standard and Poor’s nella categoria dei titoli speculativi, prossimi al livello “junk”. Spazzatura.

Inoltre, se è vero che le imprese catalane vanno a gonfie vele e che, a quanto indica Mas, guadagnerebbero nuovo impulso in caso di secessione, come mai allora il presidente della Confederazione degli industriali spagnoli (Ceoe), Joan Rosell, pur essendo un catalano doc, ha definito «una barbarie» e «una follia» l’eventuale indipendenza della Catalogna?

E poi Mas dovrà chiarire un altro dubbio: come fa ad essere sia anti-spagnolo che europeista (di quella stessa Ue che pone vincoli stringenti di austerity ai Paesi indebitati)? Se in un ipotetico referendum indipendentista, il popolo catalano votasse «sì» alla secessione (le stime indicano che solo il 15-20% sarebbe contrario) il nuovo Stato di Catalogna resterebbe nell’euro con la Merkel o conierebbe una nuova valuta?

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9 Comments

  1. Jordi says:

    Quello che sucede nella Catalogna è che, prima di tutto è stato un paese 300 anni fa. Ci sono una lingua ed una cultura propria è cosí diverse da quelle spagnole.
    La Catalogna rappresenta il 21% del PIB da tutta Spagna ed ogni anno vanno 17 milioni di euro direttamente sulla Spagna e non ci ritorna niente alla Catalogna.
    Lasciando da parte la questione economica (così importante) la Catalogna mai si è sentita parte della Spagna perche sempre è stata offesa e sottovalutata. Per capire quello che sta succedendo nella Catalogna ci vuole essere qua abitando coi catalani.

  2. fabio ghidotti says:

    non c’è contraddizione tra essere separatisti ed essere europeisti! Vogliamo o no l’Europa dei popoli? Si dovrà pur cominciare da qualche parte!

  3. Salvo says:

    Lo stesso discorso si può fare in “Padania”.

    Quanti industriali padani vorrebbero l’indipendenza?
    Qualcuno mi illumini….

    Una cosa è avere un mercato domestico (potenziale) di 60 milioni di abitanti, altro è averne uno da 5-10 milioni.

    Non sono mica ingenui come certuni che sbraitano senza avere la minima cognizione.

    • gianluca says:

      Si perché il resto della spagna smetterebbe di comprare i prodotti catalani che in andalusia non si fanno e che rimangono comunque i più concorrenziali rispetto ad altri? ma smettiamola con sta storia…

      • Salvo says:

        A parte il fatto che con più Paesi aumentano i costi (anche se non c’è il problema di lingua almeno nel breve e medio termine) e le tasse non rimangono più a Barcellona/Milano.

        Inoltre, avere sovranità significa anche maggiori possibilità di effettuare politiche industriali, fiscali,ecc…quindi non è detto che questi prodotti rimangano concorrenziali a lungo.

        Per non parlare di dogane (o si entra automaticamente in UE?) o di boicottaggi nazionalisti veri e propri.

      • Paolo L Bernardini says:

        Sacrosante parole Gianluca! Il mercato è il mondo, ormai. Ma finché vi saranno gli stati leviatani come Spagna, Italia, GB, Francia, Germania, il mondo non sarà un vero mercato.

    • piero says:

      Guarda che sono gli imprenditori spagnoli ad essere contrari, mica quelli catalani…non hai letto bene l’articolo…
      Per quanto riguarda la padania comunque, i grandi imprenditori sarebbero sicuramente contrari (es: Fiat/Agnelli, che ha sempre messo i bastoni tra le ruote ai movimenti autonomisti del nord con i suoi media). Se ci fosse il consenso del grande capitale uno stato Padano sarebbe già realtà da un bel pezzo…il problema è che i potentati del nord hanno voluto e vogliono l’italia…
      Si potrebbe comunque, lo ripeto, cominciare dal Veneto…pensare che il nord si possa staccare tutto e contemporaneamente è del tutto utopico…specie il nord ovest, che è ormai a maggioranza abitato da meridionale e dove sono quasi ormai sparite le identità e le culture storiche

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