La borghesia del Nord: stiamo con Matteo! Noi invece stiamo col referendum per l’autonomia. Ma alla finanza questo non interessa

di STEFANIA PIAZZOTeatro_Scala_Milano

Si fa un gran parlare della pagina comperata sul Corriere dal salotto buono del Nord, per sostenere Renzi ma anche per chiedergli di accelerare sulle riforme. Poi c’è l’attacco all’opposizione populista, tutto fumo  e demagogia.

Che dire? Che la questione settentrionale oggi è rappresentata dai rappresentanti di Mediobanca o dagli avvocati d’affari di Milano o dalle multinazionali delle assicurazioni o da Eataly e via discorrendo? Che il Nord che ci rappresenta è questa casta che ha soldi per scrivere una lettera al premier più che per andare al mercato e comperare a buon prezzo quel che serve per sopravvivere? Una casta che scrive ad un’altra casta fa ridere? No, per nulla.

Renzi dall’altro ieri ha ceduto alla finanza. Lo ha fatto, come avevamo già avuto occasione di scrivere, mettendo un uomo di Goldman Sachs al vertice della grande banca di stato che è la Cassa depositi e prestiti. Cosa c’è da dire di più di questo? E allora non c’è da stupirsi se gli scrivono sul Corriere che ha superato la prova.

Altra questione è che il placet arrivi dal Nord e si cortocircuiti su via Solferino, simbolo di una certa Milano.

Quella che osannò Napoleone che cambiò nome alla repubblica Cisalpina in Repubblica Italiana nel 1802. Le casse erano vuote e Napoleone mise a capo del ministero delle Finanze un uomo del Nord, un uomo di finanza, Giuseppe Prina.

Affamò il popolo lombardo, non certo la borghesia che lo sosteneva. Incassava le tasse per degli stranieri, riscuotendole dalla nostra gente. Come fa oggi Roma per Bruxelles e il suo patto di stabilità.

Confiscò i beni della chiesa, con gli ospedali e le opere di pietà inclusi. Banche e sciuri furono esentati dalla mannaia della sanità per pochi. A Milano però la tensione cresceva. «Prina! Prina! Il giorno si avvicina!», si leggeva nei cartelli sulle strade. Dopo l’abdicazione di Napoleone, per Prina furono guai.  Nascostosi come narra la cronaca, in un armadio, venne buttato giù dalla finestra e finito, dopo una breve fuga, a ombrellate.

Non andò meglio quando fu Napoleone III a entrare trionfante a Milano nel 1859. Esultanza della borghesia. Idem per l’arrivo di Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna, che avrebbe “annesso” la Lombardia alla Sardegna sotto forma di provincia dello Stato Sabaudo.

Farsi annettere, conquistare, è lo sport della borghesia lombarda. Il dramma è che il dna si trasmette di generazione in generazione.

Figuriamoci se quei borghesi della finanza, anziché scrivere “Dai Matteo siamo tutti con te e con quelli che ti vogliono lì”, avessero invece scritto: vogliamo arrivare al referendum per l’autonomia della Lombardia, per una regione ad autonomia differenziata o qualsiasi altra cosa simile.

No, la borghesia non ha tempo per misurarsi con le cose del popolo né con quello che passa per l’urna, per il voto. Ci sono altre scorciatoie, pubblicabili ma indicibili.

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