La Bissa: Lombardia autonoma? Sicuramente una Lombardia migliore

di Claudio Bollentinibandiera lombardia nuova

Dalle tre Italie di Gianfranco Miglio alla Macroregione di Roberto Maroni, passando per tante altre idee, proposte, progetti disparati, studi, libri, negli ultimi venticinque anni ne abbiamo veramente sentite di tutti i colori. Solo dibattiti, chiacchere, ma nessuna concretezza. Da ultimo, nell’infinito elenco, inseriamo il libro di Mario Mantovani “Lombardia migliore? Si, Lombardia autonoma”, dal quale abbiamo preso spunto per il titolo di questo articolo, ennesima occasione ancora una volta per fare dibattiti accademici ed esercizi di retorica. Certo, negli anni se ne è parlato e non inutilmente, tante categorie di pensiero e parole fino ad un quarto di secolo fa semisconosciute all’italiano medio sono entrate nell’abituale lessico politico e sociale del paese. Ma è troppo poco in rapporto agli sforzi profusi. Occasioni perse, sogni nel cassetto, strumentalizzazioni politiche e anche tanta mala fede in chi molto spesso predicava bene (al nord) e razzolava male (a Roma, comodamente seduto sulla poltrona). Non facciamo processi ad una stagione politica, ci penserà la storia, ci limitiamo a prendere atto che una fase si è conclusa, sacrificata sull’altare dei partiti pigliatutto a vocazione nazionale, nazionalisti e centralisti. Autonomia, federalismo, devolution, statuti speciali, difesa della identità territoriale, per non parlare di indipendenza, saranno presto categorie confinate a fenomeni di nicchia, di testimonianza, riserve indiane di gruppi culturali e prepolitici, magari anche di alto profilo qualitativo, ma di scarso impatto concreto sull’opinione pubblica ed insignificanti sul piano elettorale.

Buttare via tutto, rottamare e dimenticare? Tutt’altro! Riprendere le fila del discorso interrotto e rilanciarlo in grande stile al più presto per evitare che un patrimonio di militanza ed idee vada disperso per sempre. Il bubbone oggi sono le regioni, un moloch che a parole tutti vogliono riformare, ma che in realtà tutti si curano ben bene dal toccare. Organismo fondamentale per la perpetuazione del potere locale basato non certo su merito e contenuti, ma su clientele e gestione di interessi a fini politici. La riproduzione in chiave locale del peggiore centralismo romano, strutture pletoriche e costosissime, produttori di inutile ed invasiva burocrazia. Una istituzione che andrebbe cancellata perché irriformabile e culturalmente lontana da qualsiasi anelito autonomista. Qualcuno lo propone da anni, ma il rischio di riformare in modo pasticciato e inutile come nel recente caso delle province è più di un prevedibile rischio. Al di là delle questioni identitarie e storiche, delle nostalgie e delle rivendicazioni, tutti argomenti che abbiamo visto non sortire alcun effetto, è il portafoglio la probabile miccia che potrebbe far deflagrare non tanto una rivoluzione, ma una presa d’atto consapevole di una situazione che non può protrarsi all’infinito. La Lombardia per numeri e potenza economica è il fulcro del disagio e di conseguenza deve diventare trascinatrice di proposte innovative sul piano politico ed istituzionale.

Altre regioni sono eccessivamente piccole, altre poco allineate con le categorie del pensiero autonomista, solo la Lombardia può catalizzare l’attenzione di governo da una parte e opinione pubblica dall’altra su progetti e proposte dirompenti. Partendo magari dalla questione fiscale, da quel vergognoso e intollerabile residuo fiscale di oltre 50 miliardi di euro che ogni anno viene devoluto alla cloaca nazionale e che finisce nello spreco, nella inefficienza e molto spesso in vere e proprie ruberie. Da lì e solo da lì si parte per voltare pagina, ma ci vuole la forza per farlo, se sono una istituzione, o la capacità di aggregare la maggioranza degli elettori se sono un partito o un movimento. I tradizionali bacini di consenso, il terreno di coltura di queste idee oggi è rappresentato da chi guarda altrove o ha addirittura idee confuse in merito. Roberto Maroni, archiviato lo slogan elettorale della Macroregione del Nord, è oggi attratto da ben altri progetti e faccende. La neodemocristiana Lega in salsa dorotea è presente sicuramente laddove si parla di nomine e di formule, completamente assente sui tradizionali dossier del nord e dell’autonomia.

Il ripiego del Carroccio era immaginabile che venisse riempito dal principale concorrente, ossia il Pd, o meglio, Matteo Renzi, alla continua e disperata ricerca di un dialogo con il Nord, di un progetto che lo ponga sulla stessa lunghezza d’onda dei ceti produttivi, delle PMI, di chi fa faticosamente il Pil e che tiene in piedi l’Italia. Ma non si vede nulla all’orizzonte, tutto tace, eppure la partita, innanzitutto per le politiche prossime venture, si gioca proprio lì. Ascoltare il Nord non è e non sarà sufficiente, prendere i voti e sparire non sarà possibile, ci vogliono risposte, politiche serie, riforme. Il Nord produttivo ed operoso non chiede di uscire dall’euro come la vulgata populista vuol far credere, il Nord gli euro al limite se li vuole mettere in tasca, il Nord non vuole uscire dall’Europa, vuole riformare la Unione Europea, il Nord guarda il mondo, non si chiude a riccio in torri d’avorio identitarie, chiede che l’immigrazione sia legale e accettabile nei numeri, chiede di poter competere nel mondo alla pari con i concorrenti, il Nord non è anarchico, ripiegato su se stesso e antipolitico, ma chiede istituzioni snelle, efficienti e poco costose e di conseguenze un fisco equo e tollerabile. E via dicendo, l’elenco sarebbe lungo e sicuramente pochi o nessuno nella politica e nelle istituzioni sono oggi in grado di dare risposte serie e perentorie. Una riforma in senso veramente autonomista, come obiettivo minimo, è ancora una volta l’unica risposta possibile e praticabile da dare ad una regione che non vuole morire di spesa pubblica e di debito creati in gran parte da altri.

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