L’ultima fiamma di Loria: un’altra storia veneta

di PAOLO LUCA BERNARDINI

Nell’emozione di questo autunno di fermenti donde germinerà una primavera di libertà, dalle sponde del Lario, osservo felice il succedersi di vittorie, il numero crescente di comuni veneti che abbracciano la scelta referendaria. Scrivo del centesimo e già siamo al 104, alla data del 5 ottobre. Mentre, in macchina sulla A4 — la spina dorsale luminosa dell’Italia produttiva che mantiene milioni di parassiti, tante formiche mobili mentre le cicale in numero assai più alto gongolano dal loro ozio senza vergogna –transitavo da Milano a Padova, riflettevo anche sul Comune numero 100. Loria, Loria… Ma perché questo nome mi richiamava qualcosa del passato ed anzi del mio secolo preferito, il Settecento?

Ho dovuto attendere il mio ritorno a casa perché le ombre della mia memoria fossero acquietate dal rapido scorrere elettronico, quel che sazia quasi sempre la mia curiosità divorante, un vero e proprio verme solitario. E allora tutto si fa chiaro. Ne parlò Scipione Maffei, figura centrale della cultura veneta settecentesca. Probabilmente ne trattano gli studiosi di storia della scienza, e, se non lo avessero fatto, ecco se mai un buon tema per una tesi. Di cosa trattano? Di Loria, e della sua mirabile vicenda.

I fuochi fatui del 1754. Scriveva uno scrittore del secolo scorso: “E se a ciò s’aggiunge la vista dei fuochi fatui, che  specialmente nelle notti calde ed oscure splendono di tanto in tanto nei lontani cimiteri, e dei vapori  condensati negli strati dell’atmosfera, che sembrano spesse volte figure soprannaturali, e delle ombre che l’imaginazione di leggieri trasforma in corpi animati e dell’idea del diavolo”. I fuochi fatui. Ecco come si spiegano le tre fiammelle nello stemma del comune di Loria. Quale mirabile intreccio di storie nei millenni di vita della Venetia. Unico al mondo. Proviamo a riassumere la storia.

Siamo dunque nel pieno secolo dei Lumi. Nel 1754 un’ondata di fuochi fatui investe parte del Veneto, ma in particolare Loria, piccolo paesino d’agricoltura povera, tra Castelfranco e Bassano. Si parla di ottanta fuochi. Qualcosa di mirabile. Ma anche di pernicioso: s’incendiano campi, fienili, perfino case. Siamo sì nel bel mezzo del secolo illuminato, ma la superstizione è ancora ben viva, nelle campagne, e assai spesso anche nelle città. Il demonio che si manifesta in forma di biogas infiammato da eventi atmosferici o semplici scintille o per ignizione spontanea. La popolazione è inquieta, tanto che la notizia giunge a Venezia. Il Procuratore di San Marco Giovanni Emo, di una famiglia di recente nobiltà, ma che aveva dato a Venezia l’ultima grande e geniale ammiraglio, Angelo (forse su wikipedia definirlo “italiano” è un poco azzardato, ma pazienza…) ordina un’inchiesta, non sono cose da prendere alla leggera. Da dove vengono quei fuochi? Nessuno a Venezia credeva alla magia, certamente non il senatore Emo. Ma se si trattasse di incendi dolosi? Se qualche criminale avesse voluto incendiare Loria? E per qual fine? E poi, pur dando per scontato che fossero alla fine fenomeni naturali, di quali fenomeni veramente si trattava? Microeruzioni vulcaniche? Esalazioni di gas naturale? O qualche altra cosa?

Emo incarica dunque un medico di Crespano del Grappa. Non più giovanissimo, aveva passato la cinquantina, Giovanni Larber, formatosi a Padova con personaggi come Morgagni, aveva fatto una brillante carriera a Frascati e a Roma, per poi tornare a Crespano in seguito alla morte del padre. Medico, scienziato, uomo dell’Illuminismo. La ricerca lo porta a Loria. E lo riporta a Venezia con un memoriale, poi pubblicato in forma di epistolario scientifico: i Discorsi epistolari sopra i fuochi di Loria, pubblicati a Bassano nel 1756. 30 paginette, che daranno modo al grande Scipione Maffei di dire la sua sull’argomento. Niente demoni ctoni. Neanche vulcani. Biogas, derivato soprattutto dagli escrementi animali. Larber diceva dunque la sua su di un tema discusso in tutta Europa da molto tempo. Anche a Padova, lo scienziato da Riva vi aveva scritto trent’anni prima. Bruciava il fosforo e il nitro. Larber non si pose il problema, ma aveva compreso la chiave delle bioenergie. Le “fiammelle erranti incendiarie” di Loria, dunque, hanno anticipato la storia. I biogas rappresentano ad esempio una fonte importante di energia in Danimarca. Ma anche in molte altre parti del mondo che avanza, non di quello che arretra. Speriamo che lo siano anche nel Veneto libero del (prossimo) futuro.

Ma intanto Loria ha acceso la centesima fiamma della libertà. E per citare il Peter Gabriel che mi è così caro, “you can blow out a candle, but you can’t blow out a fire…When the flame begins to catch, the wind will blow it higher”. La centesima fiamma di Loria. Paese di fuochi e luci, se il suo ristorante più noto si chiama “al faro”. Anche la pianura, è, in fondo, un mare. Nessun nodo nella trama della storia è mai intessuto a caso. O invano.

Tratto da plebiscito2013.eu

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3 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Si si a Loria e ma anka nel me paexe ghe jera i “fantasmi” de note, specialmente in te i simiteri.
    Kusi’, ko jero ceo, i me gavea fato paura (i grandi no gavea tanto da far se vede) in na maniera tae ke mi pasar davanti a un simitero jera’ un sforso grando. Doveo vinsar ea me paura apunto inkulkada dai toxati pi’ grandi.

    Podopo, devegnesto pì grando me sonti rexo konto ke jera un fenomeno naturae… No so se a kel tenpo i lo ciamava biogas, no me rikordo, pero’ xe proprio kueo.

    Kusi’, me sxe vegnesto inamente sti fati… lexendo ea bea storia beoria de Loria.

    Par ea parentesi ke a kel tenpo i fuse taliani, xe mejo stendar un tendon da stadio sora serte tendense kuulturai taibane. Retajo patriottiko de serti komunisti ke pensa de esar lanpadari, apunto iluminai.e quindi inparai.

    PSM

  2. Garbin says:

    Da indipendentista convinto faccio una battuta : speriamo siano fuochi, ma non fatui.

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