L’unità va cercata fra chi vuole liberarsi dell’Italia

di ALINA MESTRINER

Ricordo che da bambina mi aveva particolarmente colpito un accessorio da campeggio di cui andava molto fiera una cugina di mia madre. Era il “preingresso” a una roulotte, perennemente parcheggiata in non so quale camping sul lago Maggiore: l’aveva costruito il marito, in pensione da anni, uomo notoriamente dalle mani d’oro. A me suscitava non poco stupore il manufatto in questione in quanto, oggettivamente, attraversata la piccola veranda di sottili assicelle, trovavo soltanto la porticina, che introduceva, previo scalino, alla roulotte propriamente detta. Non v’era traccia, ahimè, di quell’anticamera, che io avevo immaginato ampia e luminosa, come quella di casa mia.

E proprio al “preingresso” della cugina Giovanna, che non prevedeva un ingresso, è andato, curiosamente, il mio pensiero, dopo che, trascorsi più di quaranta giorni dalle elezioni e dal conferimento dell’ormai famoso “preincarico”, e, dopo infiniti giri di consultazioni,  tra Napolitano e Bersani, che, forse, aveva in animo di sentire anche il Gran Mogol delle Giovani Marmotte, nessun governo è stato dato a questa espressione geografica, cui comunemente si da il nome di “Italia”.

Napolitano, a questo punto, si è inventata una soluzione, l’ennesima, che potesse togliere dalla paralisi totale l’Italia: due commissioni di “saggi” per verificare la possibilità di stendere un programma, su cui far convergere un ampio schieramento di forze politiche, per dar vita a un governo, per cercare di fare quello che Bersani non è riuscito a fare. E qui, mi si perdoni l’ardire, il maestro si è dimostrato all’altezza dello scarso discepolo e lo si percepisce dolorosamente osservando le facce dei “saggi”: la loro disarmante coscienza di totale inutilità traspare in modo così evidente da sprofondare nella disperazione totale chiunque si fosse aggrappato alla loro nomina, come ultima speranza, prima della fine.

Le facce transilvaniche di almeno un paio di questi signori sembrano davvero evocare, inquietanti,  il Nosferatu di Friedrich Murnau. Menando, per giorni e giorni, il can per l’aia, solo per guadagnare tempo, l’allegra compagnia, ha fatto sì che la sorte dei popoli, che abitano la penisola italica,  più il Nord di maroniano interesse, rimanessero appese alle paturnie di un tizio caparbio, agganciato alla sua illusione di diventare premier e ai capricci di un vecchio, stolidamente appiccicato a una continuità con l’ agenda di un Monti, voluto da lui, mentre i fatti e il voto nelle urne urlavano il contrario.

Ora, mentre forum televisivi di giornalisti, costituzionalisti, economisti, filosofi e altri barlafuss italici sono tutti presi nell’orgasmico toto nomi quirinalizio, che sarà lo sport nazionale dei prossimi giorni, la situazione sta precipitando. Si ignora ancora, colpevolmente, la cifra esatta del debito di uno Stato cialtrone verso le imprese e, sebbene non mi interessi minimamente la fine che farà il miserabile debitore, rimango tuttavia attonita davanti al dolore della povera gente, soprattutto perché dubito, non solo che i debiti saranno onorati presto, ma anche che saranno saldati tutti e sul serio. Lo saranno “A babbo morto”,  sicuramente, e, scusate la tautologia, i morti non mancano davvero se anche ieri la cronaca ha testimoniato altri quattro Caduti di Stato.

Giovedì scorso, in tv, una piccola signora con le vesti tradizionali della sua Patria, a viso aperto, da sola, ha chiesto la libertà per la sua gente, con un pensiero rivolto a tutti i popoli, che hanno fame d’indipendenza: un cammino da percorrere tutti insieme. Il contesto era, se non ostile, quasi perplesso, impreparato, disabituato a tali concetti. Noi, al contrario, sappiamo bene di cosa stava parlando. L’unità che dobbiamo perseguire non è quella di uno Stato, che ha saputo soltanto provvedere a se stesso con la sua voracità omicida, non è quella di un qualsiasi movimento politico, ma è la concordia di chi cerca la libertà. Libertà,  per non morire, anche dentro di noi: i preingressi lasciamoli alla cugina Giovanna.

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6 Comments

  1. Stefen says:

    “A sostegno di ciò noi ci offriamo gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore.”

  2. Malgher says:

    Dovremmo, forse, imparare dai Catalani e dai Nord Irlandesi: meno parole e più fatti.
    Soprattutto meno culi sulle sedie e più fatti disinteressati.

  3. Giancarlo says:

    …sebbene non mi interessi minimamente la fine che farà il miserabile debitore…

    Questa frase è stupida e cinica, perché l’autrice dovrebbe sapere che i titoli di debito del suddetto miserabile non sono solo quelli commerciali in parola, ma enormemente di più sotto forma di obbligazioni sparse per il mondo, dalla cui sorte dipendono individui, banche e, nel caso del medesimo miserabile, la collettività intera che è compresa nei suoi confini, che lo voglia o no.

  4. giammarco.e says:

    Il titolo di questo Articolo è già tutto un programma, purtroppo è solo un’utopia. Infatti, fa a pugni con altri titoloni e socialmente con i commenti che si possono anche qui leggere, ognuno dei postanti pensa di avere la verità in tasca e la sbandiera come fosse la panacea che ci affligge. Ogni identità autonomistica o indipendentista, cerca di tirare acqua al proprio mulino, ma non disdegna per niente di togliere la fonte energetica al vicino concorrente.
    È qui viene il punto del mio dire, siamo dei concorrenti ma non ci passa assolutamente per la zucca, manco lontanamente, la concezione che si possa, ma sopratutto accora, essere degli alleati. Noto che si coglie ogni occasione per farci propaganda o per farci la guerra ideologica, come se il “comune denominatore” ovvero il despota stesse tra di noi in Padania, piuttosto che a Roma.
    A chi giova questo dualismo, questo continuo conflitto, questo duellare tra noi stessi se non a coloro che ci stanno massacrando? Stiamo facendo il loro gioco, continuiamo quindi a farci del male da soli, tra i due litiganti, il terzo gode, lo sanno anche i bambini.
    Quello che si nota qui è il sintomo di un malessere, a cui però si propone una cura a base di tossine piuttosto che medicamentosa, uno spaccato della classe politica padana ,che anziché unire le risorse umane ed intellettuali, preferisce il battibecco popolare nella comune aia.
    Probabilmente dovremo un poco imparare qualcosa dal meridione, dove le varie forze politiche sono capaci di coalizzarsi senza distinzioni di bandiera, compattandosi davanti al bene comune di fare cassa, mentre al Nord lo sport più in voga sembra essere quello litigare lanciandosi a vicenda sospetti, critiche, accuse che allontanano sempre più la “causa comune” che ci dovrebbe unire.
    Avanti quindi tra Maroniani e Bossiani, tra Leghisti ed ex Leghisti, tra Leghisti e Indipendentisti, tra Autonomisti e Indipendentisti, tra ……cani e gatti e chi ne ha più ne metta.

  5. Renzo says:

    Ecco quello che dovremmo fare. Siamo tutti d’accordo nel
    sostenere che viviamo in uno stato LADRO, ma nella realtà dei fatti ci martelliamo le palle fra noi. Autonomisti contro indipendentisti contro leghisti , ecc ecc….. URGE UN INCONTRO FRA TUTTI NOI PER TROVARE UNA BASE COMUNE PER LIBERARCI DA QUESTA ITAGLIA.

  6. L’unità che dobbiamo perseguire non è quella di uno Stato … non è quella di un qualsiasi movimento politico, ma è la concordia di chi cerca la libertà.

    Komplimenti… ciaskuno nel proprio ordine e grado, ma uniti nel komune obiettivo di libertà dall’oppressore italiko…

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