Consumare per crescere e il capolinea keynesiano

di DAVID STOCKMAN*

Anche la tiepida ripresa post-2008 non è stata quello che ci si aspettava, soprattutto per quanto riguarda la presunzione di Wall Street secondo cui il consumatore americano rappresenterebbe ancora una volta il motore della crescita del PIL. Va da sé, infatti, che la situazione precaria dell’Uomo della Strada sia stata offuscata dal modo in cui le medicazioni fiscali e monetarie (senza precedenti) dello stato hanno distorto i dati e la narrativa economica. Queste distorsioni coinvolgono tutti i gradini della scala economica, ma sono particolarmente eclatanti riguardo alle classi ricche. In realtà, un mini-boom nel consumo guidato dalla ricchezza ha contribuito immensamente a dare l’impressione che il consumatore medio fosse ritornato alle abitudini di spesa pre-crisi. Ma non è minimamente vero.

Cinque anni dopo l’apice della seconda bolla di Greenspan (2007), le vendite al dettaglio aggiustate all’inflazione erano ancora in calo di circa il 2%. Questo fatto da solo è senza precedenti. In confronto, cinque anni dopo il ciclo del 1981 le vendite reali al dettaglio (esclusi i ristoranti) erano salite del 20%. Analogamente, all’inizio del 1996 le vendite reali al dettaglio erano del 17% più alte rispetto a cinque anni prima. E con una buona dose di aiuto da parte del grande MEW, le vendite al dettaglio a metà del 2005 erano del 13% più alte di quanto non fossero state cinque anni prima (all’apice della prima bolla di Greenspan). Quindi questo ciclo è molto diverso, e neanche la stagnazione degli ultimi cinque anni nelle vendite al dettaglio reali cattura l’intera storia della perdita di valore dei consumatori. L’andamento divergente dei negozi Wal-Mart negli ultimi cinque anni rispetto ai Whole Foods evidenzia un’altra dimensione fondamentale; e cioè che le medie sono materialmente gonfiate dai trend ottimistici tra le classi benestanti.

In realtà Wal-Mart rappresenta un proxy per l’Uomo della Strada in America, quindi non è sorprendente che le sue vendite siano ferme sin dalla fine della bolla di Greenspan. Infatti le sue vendite sul mercato interno da $226 miliardi nell’anno fiscale 2007 sono salite ad un livello aggiustato all’inflazione di soli $235 miliardi nell’anno fiscale 2012, il che implica una crescita reale inferiore all’1% annuo. Al contrario, la maggior parte dei Whole Foods riflette le classi ricche dato che i suoi clienti hanno un reddito familiare medio di circa $80,000, o più del doppio della media di quelli che vanno nei Wal-Mart. Durante gli stessi cinque anni, le sue vendite aggiustate all’inflazione sono passate da $6.5 miliardi a $10.5 miliardi, o ad un tasso reale annuo del 10%. Senza sorprese, il prezzo delle azioni di Whole Foods è raddoppiato sin dalla seconda bolla di Greenspan, contribuendo al mantra di Wall Street sulla resilienza dei consumatori.

A dire il vero, la differenza di crescita di 10 a 1 tra le due aziende riguarda fattori come la moda del cibo sano, che va al di là della scala di reddito in cui risiedono i loro rispettivi clienti. Questo stesso modello fortemente contrastante è evidente anche nei dati ufficiali sulle vendite al dettaglio.

Che il partito del consumismo sia fortemente inclinato verso l’alto diviene ancora più evidente dall’andamento delle vendite dei dettaglianti a partecipazione pubblica. I loro risultati rendono chiaro che la visione miope di Wall Street, sulla cosiddetta ripresa dei consumi, si basa sui doni della FED alle classi benestanti, e non di una resurrezione della spesa da parte delle masse di Main Street. Questi ultimi fanno la spesa in sei discount e catene di grandi magazzini — Wal-Mart, Target, Sears, J. C. Penney, Kohl’s e Macy’s. Questo gruppo ha registrato $405 miliardi di fatturato nel 2007, ma nel 2012 le vendite aggiustate all’inflazione sono diminuite di quasi il 3% fino a $392 miliardi. Il brusco cambiamento di direzione è notevole: durante i venticinque anni fino al 2007, la maggior parte di queste catene è cresciuta a due cifre anno dopo anno.

Dopo un breve inciampo alla fine del 2008 e all’inizio del 2009, le vendite presso i rivenditori di lusso hanno continuato a salire, inseguendo quasi perfettamente la reflazione del mercato azionario e degli asset rischiosi alimentata dalla FED di Bernanke. Di conseguenza, le vendite da Tiffany, Saks, Ralph Lauren, Coach, Lululemon, Michael Kors, e Nordstrom sono cresciute del 30% al netto dell’inflazione nel corso degli ultimi cinque anni. Il contrasto evidente tra i due gruppi di rivenditori non si fermava solo ai prezzi delle merci, ma si estendeva al loro raggio di azione: nel 2012 le vendite reali totali nel settore del lusso arrivavano a circa $33 miliardi, o l’8% del fatturato da $393 miliardi riportato dai discount e dalle catene di negozi di fascia media.

La storia dei due gruppi di rivenditori è carica di implicazioni. Non solo dimostra che la cosiddetta ripresa è tenue e molto asimmetrica a favore di una piccola fetta di popolazione in cima alla scala economica, ma anche che l’intervento economico statalista è ormai diventato selvaggiamente disfunzionale. Basata in gran parte sull’opulenza delle classi alte, Wall Street raglia che la ripresa economica è tuttora in corso anche se Main Street continua ad annaspare. Ma quando questa stramba convinzione tonerà a traballare, Wall Street insisterà affinché lo stato liberi risorse illimitate sotto forma di tagli fiscali, stimolo della spesa e stampa di denaro per mantenere vivo il simulacro della ripresa.

La branca della banca centrale in mano allo stato rimane ostaggio degli speculatori di Wall Street che minacciano un attacco isterico di svendite, a meno che non sia data loro energia ancora e ancora. La politica monetaria è quindi diventata un motore di redistribuzione alla Robin Hood ma in modo inverso; ci si sbraccia affinché vengano implementate teorie quasi-Keynesiane di pompaggio della domanda, le quali puniscono i risparmiatori, i lavoratori e gli imprenditori mentre creano infinite possibilità, come illustrato di seguito, per guadagni speculativi nel casinò di Wall Street.

Nel frattempo gli economisti Keynesiani di entrambi i partiti hanno sollecitato una rapida azione fiscale, ed i politici hanno accumulato tagli fiscali del budget ed iniziative di spesa. Gli Stati Uniti sono diventati fiscalmente ingovernabili. Washington ha avuto paura di disturbare una presunta ripresa economica che non è reale o sostenibile, e quindi ha continuato a prendere in prestito e spendere per far felice la “stampa” macroeconomica. A lungo andare questo atteggiamento seppellirà la nazione sotto il debito, ma nel breve termine sarà sufficiente a mantenere alte le azioni e le vincite speculative dell’1%.

La distruzione del denaro sonante ha infine generato un finale crudele. Le branche fiscali e bancarie centrali hanno continuamente malmenato il libero mercato, sradicando la sua capacità di generare ricchezza e crescita. Ciò, a sua volta, ha generato richieste politiche affinché lo stato stimolasse la ripresa e l’occupazione. Ma la macchina dello stato è stata dirottata dalle varie dottrine Keynesiane di stimolo della domanda, taglio delle imposte e stampa di denaro. Queste sono tutte le varianti di “acquista ora e paga dopo” — una manovra pericolosa quando lo stato è a corto di scappatoie in entrambi i rami fiscali e monetari. Tuttavia, queste futili azioni di stimolo sono richieste e promosse dalle lobby dei capitalisti clientelari che seguono la scia di qualsiasi elargizione possano raccogliere. Alla fine della giornata, lo stato lavora pesantemente, ma produce una ripresa solo per l’1%.

(Estratto da THE GREAT DEFORMATION: The Corruption of Capitalism in America di David A. Stockman. Pubblicato da PublicAffairs.)

[*] traduzione di Francesco Simoncelli

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

5 Comments

  1. Albert Nextein says:

    Io consumo per quanto mi serve.
    Mi compro vestiti quando mi servono.
    L’auto se quella vecchia non è più all’altezza, mediamente ogni 10-12 anni.
    Vado in vacanza se me lo posso permettere.
    Cambio il cellulare quando si rompe il vecchio.

    In sostanza, non sono vittima del consumismo.
    E non consumerei mai e poi mai di più solo per far girare l’economia sulla base di indicazioni di economisti i quali, si sa, sono esseri umani fallibili.
    Io cerco di usare il buonsenso, in considerazione del fatto che la vita si può rivelare pericolosamente lunga.

    Quindi , tento di risparmiare.
    Ma devo dire che ormai non ci riesco quasi più.
    Anzi non ci riesco più, e siccome non mi voglio indebitare, stringo la cinghia.
    Altro che consumare di più.

  2. Marco Mercanzin says:

    Scusate ancora una volta, ma cosa c’entra con Keynes, tutto il casino sopra descritto ?
    Cosa c’entra il flusso di denaro dato da greenspan al sistema bancario, con Keynes ?

    ” … ci si sbraccia affinché vengano implementate teorie quasi-Keynesiane di pompaggio della domanda, le quali puniscono i risparmiatori, i lavoratori e gli imprenditori …..”

    Ecco, appunto, ” ..quasi keynesiane…” , almeno un po’ di pudore c’è .

    • Fidenato Giorgio says:

      Ancora una volta, caro Marcanzin,dai sfoggio della tua incultura economica. Tutto ciò che accade nell’economia è fortissimamente keynesiano. E il Keynesysmo è il male assoluto!!!!

      • Marco Mercanzin says:

        A sto punto go’ capio che te si un insemenio totae.
        E se non lo hai capito, e non lo hai sicuramente capito, persino l’autore dell’articolo dice ” il quasi keynesismo”.
        Fidenato, rassegnati, devi percorrere altre strade…….

  3. Riccardo says:

    La bella analisi di Stockman, ottimamente tradotta da Simoncelli, conferma ciò che qualche bravo sociologo aveva saggiamente predetto anni fa, cioè che l’economia finta del compra e pagherai è da tempo finita. I gloriosi tassi di crescita degli anni 90 non erano altro che finta economia foraggiata da finto denaro. Ma il tempo ha fatto la sua parte e la bolla è arrivata a scoppiare. Ora dovremo lentamente tornare al “consumo quanto riesco a produrre” e questo porterà milioni di famiglie a fare i conti con la realtà e a retrocedere drammaticamente.
    Ho un solo dubbio. Chi paga Stockman?

Leave a Comment