Kenia: i secessionisti stanno reclutando migliaia di giovani

di STEFANO MAGNI

Il movimento secessionista “Mombasa Republican Council (Mrc)”, che mira all’indipendenza della zona costiera dal resto del Kenya, sta reclutando centinaia di giovani per protestare contro le ingiustizie subite dalle città della costa. La campagna di reclutamento viene condotta a tappeto soprattutto nelle scuole delle aree di Kilifi, Malindi e Kwale.

Le autorità keniote temono che il movimento secessionista trasformi i nuovi “adepti” in altrettanti bambini-soldato, come avviene già da decenni in molti altri movimenti insurrezionali africani. Per ora non è così, comunque. Il movimento dei secessionisti di Mombasa non ha mai fatto ricorso alla violenza, anche se l’ha subita più volte. Nel 2005, ad esempio, la polizia fece irruzione in una riunione del movimento e uccisero 6 militanti. Nessun attentato è stato organizzato per vendicare quell’episodio. Dal 2005 ad oggi, sono state condotte una serie di retate ai danni dei secessionisti, dietro accuse quali “cospirazione” o “attività contro lo Stato”. Eppure il Mrc annovera sempre più tesserati (ad oggi si contano nell’ordine delle decine di migliaia) e finora non ha mai torto un capello ad alcuno. Nel corso di questa ultima campagna di reclutamento, i bambini intraprendono un percorso educativo specifico in cui si raccontano le discriminazioni politiche ed economiche subite dai cittadini delle provincie costiere e, dopo aver prestato un giuramento, ricevono una carta di appartenenza al Consiglio supremo del movimento su cui è riportata la frase “Pwani Se Kenya” (la costa non è Kenya).

La causa dei secessionisti è storica ed economica. “In passato, queste terre erano ricche e facevano parte del Sultanato di Zanzibar – spiega alla rivista missionaria Nigrizia Radu Nzai Ruwa, segretario generale del Mrc – Poi furono affidate ai britannici come ‘protettorato’. Al momento dell’indipendenza, il Kenya, invece di riconoscerci l’autonomia, ci ha colonizzati. Nei successivi 50 anni, gli wabara (i popoli dell’entroterra, ndr) non fanno fatto che derubarci delle terre e delle risorse. Oggi noi siamo miserabili e loro straricchi”. Nel manifesto secessionista, si accusa la classe politica keniota di aver trasformato la costa in una “riserva di caccia” privata. Tra i maggiori possidenti delle terre locali figurano infatti parlamentari e ministri, fra cui il presidenti Mwai Kibaki, il premier Raila Odinga e i due vice-premier Uhuru Kenyatta e Musalia Mudavadi.

Il secessionismo costiero è causato soprattutto da una cattiva definizione dei diritti di proprietà. I politici e le più ricche personalità del Kenya legate ai vari governi succedutisi dal 1963 (anni dell’indipendenza dal Regno Unito) ad oggi, si sono assegnati gran parte delle terre costiere. Alla fine, gli abitanti originari si sono ritrovati ad essere giudicati “abusivi” in casa loro. Per tentare di risolvere la questione delle proprietà, nel 2005 il governo keniota aveva invitato proprietari di appezzamenti a produrre il rogito notarile. Impresa ardua in Italia, impossibile in Kenya. Buona parte degli autoctoni non era nelle condizioni di mostrare i documenti richiesti. E la manovra governativa è servita solo a fornire una legittimità, a posteriori, ai nuovi proprietari terrieri dell’entroterra.

Contro il dialogo con il movimento secessionista, le autorità keniote usano l’argomento della sua presunta affinità alla guerriglia islamica nella vicina Somalia. Nei mesi scorsi, per esempio, il commissario provinciale Ernest Munyi, invitato dal Mrc a iniziare colloqui con il gruppo secessionista, ha risposto senza mezzi termini: “Le attività del Mrc sono simili a quelle dei terroristi somali di Al-Shabaab. Stanno complottando per creare caos prima delle prossime elezioni. Il loro scopo è scacciare dalla costa i kenioti non originari del posto”. E aggiunge: “Alcuni imam e predicatori musulmani stanno offrendo agli iscritti del Crm la possibilità di riunirsi nelle moschee”. Scenario possibile. Se il governo non concede l’indipendenza e neppure l’autonomia, prima o poi scoppierà una guerra civile. E in tutte le guerre civili nei Paesi musulmani o (come nel caso del Kenya) contigui a Paesi musulmani, gli jihadisti sono pronti ad infilarsi a gamba tesa.

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2 Comments

  1. Ingrid Feltrin says:

    Ma questo giornalista lo ha mai visto il Kenya? Sono tutte cavolate, allarmistiche e infondate. Se c’è un popolo africano orgoglioso della propria identità nazionale è proprio quello del Kenya dove convivono pacificamente etnie e religioni (i mussulmani sono il 7% solamente). Quando nel 2006 ci furono degli scontri civili vicino a Nairobi, le 2 fazioni politiche antagoniste non riuscirono a fare proseliti e per creare disordini dovettero assoldare dei balordi … giusto per far capire quanto sono pacifici i kenioti che non hanno alcuna vocazione violenta. Sulla costa poi la convivenza con etnie di ogni tipo (indiani, arabi, europei …) è una consuetudine che dura da centinaia di anni.
    Quanto al reclutamento nelle scuole … ridicolo! Consiglio d’informarsi un po’ su come sono le scuole, soprattutto sulla costa del Kenya!!!

  2. E’ successo in Kenia, quello che succederà, rinunciando alla nostra autodeterminazione e divenendo sudditi di un impero germanico.

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