Dietro allo “jus soli” c’è molta propaganda e tanta demagogia

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

Lo jus soli determina l’allargamento della cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul territorio dello stato. Ciò spiega perché sia stato adottato da paesi con una forte immigrazione e, al contempo, un territorio in grado di ospitare una popolazione maggiore di quella residente (Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada ecc.). Al contrario, lo jus sanguinis tutela i diritti dei discendenti degli emigrati, ed è dunque spesso adottato dai paesi che sono o furono interessati da una forte emigrazione (Armenia, Irlanda, Italia e Israele) o di cambiamenti di confini a causa di guerre (BulgariaCroaziaFinlandiaGermaniaGrecia, Italia, Polonia, Serbia, Turchia, Ucraina e Ungheria).

Attualmente, la maggior parte degli stati europei adotta lo jus sanguinis (con alcune concessioni) e non pensa di cambiare (fa eccezione la Francia, dove lo jus soli vige fin dal 1515). La ragione dovrebbe apparire ovvia poiché, pur essendo ora soggetti a una forte immigrazione, questi paesi hanno già un’elevata densità abitativa e non possiedono un territorio in grado di ospitare una popolazione maggiore di quella già residente e risorse atte a garantire i diritti sociali (welfare) a questo surplus di popolazione, come sarebbe previsto dalle rispettive costituzioni o, in alternativa, dalle normative UE e dalle convenzioni internazionali ONU e OIL.

Il possesso della cittadinanza garantisce i diritti civili, politici e sociali. Tuttavia, impegni internazionali multilaterali o bilaterali o scelte unilaterali degli stati hanno fatto sì che ora i diritti civili (libertà personale, di movimento, di associazione, di riunione, di coscienza e di religione, l’uguaglianza di fronte alla legge, il diritto alla presunzione d’innocenza e altri diritti limitativi delle potestà punitive dello stato, il diritto a non essere privati arbitrariamente della proprietà e così via) siano ormai già riconosciuti anche ai non cittadini, e tale riconoscimento è di solito sancito a livello costituzionale, mentre i diritti sociali (welfare) e soprattutto quelli politici (votare ed essere eletto, accedere agli uffici pubblici e cosi via) tendono ancora a essere legati alla cittadinanza.

Riguardo ai diritti sociali, in Italia un lavoratore straniero in regola ha ovviamente garantiti tutti i diritti sociali che derivano dal fatto di contribuire alle entrate dello stato come qualsiasi lavoratore italiano in regola (pensione e ammortizzatori sociali). I cosiddetti diritti sociali di prestazione sono invece in parte garantiti a tutti, compreso quindi chi non ha un reddito e non contribuisce (assistenza, istruzione) e in parte garantiti solo a chi ha un reddito inferiore a un dato limite (accesso all’edilizia residenziale pubblica, bonus bebè, bonus istruzione e simili). Pur nella frammentarietà di competenze tra Stato, Regioni ed Enti locali, in ottemperanza alle normative comunitarie, anche i diritti di prestazione, che dipendono dall’assenza o dall’esiguità del reddito (condizioni d’indigenza) sono sostanzialmente garantiti agli stranieri, purché risiedano in regola da almeno cinque anni nel territorio nazionale.

Con riferimento ai minori stranieri, sono le stesse fonti internazionali, come la Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata dall’Italia con la L. 176/1991, ad assicurare in ogni caso la tutela contro ogni forma di discriminazione ai minori stranieri non accompagnati. Questi diritti sono garantiti, anche se essi sono entrati irregolarmente in Italia, purché facciano richiesta di un permesso di soggiorno per minore età, che non potrà essere negato. In base alla convenzione, essi non possono essere espulsi, tranne che per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato e fatto salvo il diritto, in caso di adozione o affido, a seguire il genitore o l’affidatario espulsi. Essi sono obbligatoriamente iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, hanno l’obbligo scolastico e il diritto di iscriversi a ogni ordine e grado di scuola. Inoltre, la Legge Bossi-Fini (30 luglio 2002) prevede implicitamente che essi possano lavorare (a 15 anni, dopo aver assolto l’obbligo scolastico e con modalità tali da non violare l’obbligo formativo) poiché, tra i requisiti per la conversione a 18 anni del permesso di soggiorno per minore età in permesso di lavoro, è compreso anche l’aver già svolto attività lavorativa.

I minori stranieri entrati accompagnati e residenti in Italia con permesso individuale o iscritti in quello dei genitori, pur avendo chi si occupa di loro, nondimeno hanno questi diritti-doveri, compresi gli assegni scolastici, le borse di studio (e i bonus bebè, se i genitori sono residenti da cinque anni sul territorio nazionale). Quelli nati in Italia hanno anche la possibilità di richiedere a 18 anni la cittadinanza italiana, ma se i loro genitori, dopo dieci anni di permanenza in Italia ottengono la cittadinanza, di conseguenza anche i loro figli minori divengono dei cittadini italiani, ben prima dei 18 anni d’età. Supponiamo quindi il caso di un figlio, nato in Italia, d‘immigrati extracomunitari che non intendano diventare italiani o che lo abbiano abbandonato e chiediamoci quali diritti civili e sociali, rispetto a un minore italiano, sarebbero a lui negati, considerato che quelli politici li potrebbe comunque esercitare solo con la maggiore età.

A prima vista, si potrebbe osservare che gli è negato il diritto a una mobilità internazionale illimitata, che pare incompatibile con il requisito della permanenza ininterrotta sul territorio italiano, necessario per ottenere la cittadinanza a 18 anni. Tuttavia il requisito della residenza ininterrotta è comunque valutato con elasticità. In caso di permanenza interrotta o di ritardo nella sua registrazione anagrafica (per ignoranza dei genitori o perché questi clandestini al momento della nascita) sono valutati, quali prove della sua permanenza sul territorio italiano, anche certificati medici, scolastici o altra documentazione simile. Per anticipare i tempi e ottenere la cittadinanza non troppo oltre il compimento del suo diciottesimo anno ed evitare così ogni possibile abuso nei suoi confronti, dipendendo dalla volontà dell’interessato e dalla solerzia dei genitori, la richiesta può essere inoltrata anche prima di tale data. Enfatizzare poi il fatto che frequentando le scuole superiori egli possa incontrare delle difficoltà a partecipare alle escursioni che queste organizzano al di fuori dell’Italia, appare una forzatura su una situazione piuttosto particolare e limitata, probabilmente risolvibile con qualche permesso ad hoc in più.

Riguardo ai diritti sociali, al momento l’unica differenza esistente è che se egli nascesse prima che i genitori abbiano trascorso almeno cinque anni sul territorio nazionale, non ovunque avrebbe accesso immediato ai bonus bebè (una prestazione saltuaria non strutturale) né ovunque avrebbe subito accesso all’edilizia residenziale pubblica. La situazione, infatti, è molto variegata tra Regioni ed Enti locali (ed è giusto che sia così nel rispetto delle loro discrezionalità) nel senso che in molte parti d’Italia queste prestazioni sono concesse anche in assenza del requisito dei cinque anni di permanenza.

Di fatto, la legge attuale impedisce che il figlio di stranieri nato in Italia possa acquisire la cittadinanza italiana a 18 anni se egli trascorresse degli anni fuori dai confini nazionali, al paese di origine dei genitori o altrove. Se lo fa, perde il diritto alla cittadinanza italiana in cambio della mobilità internazionale. Ma solo perché sua madre passando per l’Italia l’ha partorito e registrato qui, deve mantenere il diritto alla cittadinanza italiana? Perché questo è quanto prevede lo jus soli! Quindi, sostanzialmente nessun diritto civile e sociale è negato ai figli d’immigrati regolari nati qui, mentre i diritti politici, come ogni minore italiano, costoro li potrebbero comunque godere solo dalla maggior età.

D’altro canto vi è la considerazione che adottare la cittadinanza italiana rinunciando magari a quella dei propri genitori, sia una scelta da farsi con piena consapevolezza. Un auspicabile abbassamento del limite di residenza ininterrotta da 18 a 16 anni consentirebbe ai figli degli immigrati nati in Italia di ottenere in tempi certi la cittadinanza entro il diciottesimo anno, potendo così esercitare, senz’alcuna discriminazione, ogni diritto politico alla maggior età, alla pari dei loro coetanei figli d’italiani. La scelta di diventare in tutti i sensi italiani, se fatta a 16 anni (a volte anche contro il volere dei genitori) è sicuramente più consapevole che se fatta alla nascita dai genitori in base allo jus soli, magari solo per opportunismo.

Quali sono allora le vere intenzioni di queste esternazioni pro jus soli? Sono evidentemente esternazioni strumentali, propagandistiche e demagogiche, indirizzate ai malinformati e volta a favorire gli interessi di una parte politica. Sono azioni fuorvianti, fatte volutamente per distogliere l’attenzione del proprio elettorato dai problemi pressanti e dalle prospettive incerte del paese, per concentrarle contro chi, accusato sommariamente di razzismo, ha la sola colpa di chiedere che si contrasti l’immigrazione incontrollata. Se, invece, l’intenzione è dire, che a dispetto di tutte le normative nazionali e sovranazionali atte a impedire ogni forma di discriminazione minorile, tuttavia questa persiste, specialmente in certe aree degradate del meridione povero e dominato dalle mafie, dove i figli degli immigrati nati in Italia, al pari dei loro padri (spesso clandestini e sfruttati dal caporalato) vivono in condizioni disumane, questo fatto non si può certo negarlo.

Tuttavia, non si vede come lo jus soli possa modificare queste situazioni di sfruttamento, che al contrario peggiorerebbero sotto il peso di un’immigrazione di massa da esso incentivata, che andrebbe a gravare sull’economia di territori poveri e in un paese a rischio default, creando delle facili illusioni che presto, a causa del permanere del degrado e dello sfruttamento, si trasformerebbero in rabbia incontrollata come già avviene nelle periferie ghetto di altri paesi. Sarebbe, perciò, veramente da irresponsabili creare queste illusioni, anche se sinceramente spinti da motivazioni etiche e umanitarie, piuttosto che da speculazioni puramente politiche e di bottega come si è tentati di diffidare. Il vero problema è come garantire, ai figli d’immigrati clandestini, una loro immediata registrazione anagrafica alla nascita (impedendo che diventino dei minori invisibili) senza che ciò comporti la loro sottrazione ai genitori, a causa della condizione d’irregolarità e indigenza di questi ultimi. Lo jus soli porterebbe a un aumento della clandestinità e delle situazioni di degrado, in cui dei figli sarebbero forzosamente separati dai genitori e affidati a istituti, non garantendo più l’unità della famiglia naturale nell’interesse del minore, salvo che non si conceda ai genitori clandestini un permesso di lavoro, nella speranza che essi trovino effettivamente un lavoro e possano così aver cura dei figli e non si rinunci, nel caso abbiano commesso gravi crimini, a espellerli per motivi di ordine pubblico o sicurezza dello Stato.

In sostanza, per garantire l’unità della famiglia biologica e pur espellendo i criminali, lo Stato si vedrebbe costretto a regolarizzare i clandestini, incoraggiando così un’immigrazione di massa nel nostro paese. In definitiva, considerando la situazione contingente di grave difficoltà economica del paese e di disoccupazione crescente, usando un termine molto in auge, anche l’immigrazione deve essere sostenibile e lo jus soli non sembra per niente andare in questa direzione. La pretesa della sinistra italiana di conciliare nel nostro paese welfare con jus soli appare vana e impraticabile, poiché lo jus soli farebbe saltare in aria il nostro già precario sistema di garanzie sociali, sottoposto ormai da anni alla pressione di una crisi economica per cui non si prevedono rapide soluzioni. E’ duro ammetterlo, ma non ci sono risorse sufficienti per tutti e bisogna riconoscere che lo jus soli non è un problema ma una risorsa solo negli USA, dove non esiste stato sociale né comunismo strisciante e la gente si deve arrangiare con le proprie forze e girare armata per autodifesa. Dobbiamo essere consci che o controlliamo l’immigrazione mantenendo lo jus sanguinis o la prospettiva sarebbe questa se passassimo allo jus soli.

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4 Comments

  1. terra says:

    Il junguis sanguis fa vergogna sopratutto con quella stupidac regola delle donne nate prima dal 1939…. allora le donne italiane nati prima dal 1939…non. sono Italiane???? Havhahaha ha…ma gli ebrei nati italia sono italia.ni…ha ha…..ma per favore….u guys r more than retarded

  2. lega nord says:

    Visti i tempi,bisognerebbe bloccare la cittadinanza, dato che siamo come sardine in scatoletta ormai. è autodifesa della propria specie..

  3. Mi auguro ke Padania adotti un tipo di legislazione immigratoria x kome di seguito lo deskrivo… meanwhile diko ke:”

    bisogna distinguere tra Cittadinanza e Residenza e dentro kuesta tra kuella Provvisoria e Permanente…

    se uno straniero entrasse in Padania da turista e decidesse di fermarsi da noi, trovandosi un lavoro (od altro valido motivo), avrà diritto ad estendere il permesso di soggiorno turistiko in un Permesso Provvisorio di Residenza, otorgato x il periodo di kontratto lavorativo ke abbia sottoskritto o komunkue x un massimo di anni 1.

    La Residenza Provvisoria rikonosce al possessore immigrato il permesso di risiedere e lavorare godendo d’uguali diritti e doveri dei cittadini, tranne kuello di voto e lo obbliga, terminato il periodo di permanenza koncesso, al reimpatrio… salvo poter rientrare kon altro permesso turistiko o kontratto di lavoro e ripetere l’iter residenziale provvisorio stabilito.

    La Residenza Permanente. dopo 5 anni di permanenza sul Territorio, kon Permesso Provvisorio, può rikiedere di Residenza Permanente, superando una serie di esami linguistici, komportamentali …

    La Cittadinanza rikiede ulteriore tempo di permanenza profittevole nel Paese (di almeno 18 anni) e la si konsegue avendo dimostrato degne kualità morali e komportamentali attestate da un Certifikato Penale pulito.
    E’ prevista una “data nazionale” x celebrare kuesto rito (ke si può denominare “Giornata della Cittadinanza”) ke kulminerà kol giuramento d’accettazione, del Kandidato Cittadino, della kostituzione vigente e lealtà verso tutto il popolo, ke lo akkoglie.

    Vi è anke la “Cittadinanza Parentale” e la si akkuisisce automatikamente se un cittadino straniero dimostra d’essere figlio o discendente diretto (3 generazioni max) di almeno uno dei due genitori.
    (nessun razzismo… rikordo kuà ke un Ebreo x essere rikonosciuto tale deve essere necessariamente figlio di un’ebrea femmimna…)

  4. Babbini says:

    Perchè la cittadinanza a chi nasce in Itaglia la discutono al diciottesimo anno di età?
    perchè quando il servizio di leva era obbligatorio, il figlio di stranieri nati in itaglia,alla visita di leva (i famosi tre giorni) se accettava di essere arruolato ,automaticamente acquisiva la cittadinanza.

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