Jonghi Lavarini: Salvini Barone nero di Milano? No, né sindaco né leader centrodestra

di STEFANIA PIAZZOjonghi2

Se Salvini vince e occupa lo spazio che la destra ha lasciato vuoto è colpa di Gianfranco Fini. Ma da qui a parlare di leader e di piena credibilità per la destra doc, mettiamola così, sulla svolta nazionalista del Matteo lombardo, ne passa. E ne passa anche che convinca il ceto medio moderato che è orfano di leader. Non governerà, per questo fanno gioco i suoi strilli all’altro Matteo. Insomma, la destra scomposta e ricomposta che uscirà anche dalle prossime regionali, forse darà qualche indizio in più sul futuro, ma i tempi non sono vicini. Né maturi.

Il ragionamento che fa Roberto Jonghi Lavarini, classe 1972, esponente storico della destra milanese e lombarda, presidente della Associazione Culturale Grande Milano ,orgoglioso delle proprie origini ossolane walser, fila diritto su questo cardine.

Questo Matteo Salvini sarà il nuovo barone nero di Milano dopo aver abbracciato le diverse anime disperse della destra?

“No! Salvini da destra lo guardiamo con interesse anche con un grande punto interrogativo. D’accordo, la Lega si è posizionata a destra ma questa svolta appare a volte un po’ frettolosa, non ci sono credo accanto le basi culturali per dire che si tratti di un fenomeno davvero di destra, nazionalista, con tutte le caratteristiche geopolitiche tipiche del nostro pensiero”.

In altre parole, Salvini copre uno spazio libero e niente più?

“Non ho detto questo, dico che a destra dopo il disfacimento di An non c’è più nessuno a rappresentare la nostra identità. Colpa di Fini, colpa dei colonnelli del partito… Si è arrivati ad una frantumanzione. Oggi, quella destra trova nelle posizioni urlate di Salvini un referente. Questi sono  i fatti”.

Ma allora questa Lega è di destra per davvero o per opportunità?

“Ci interroghiamo su questo, se cioè la virata populista abbia anche un retroterra culturale. Guardando alla storia culturale di Salvini non mi sembra…: prima simpatizzante di sinistra, poi secessionista, ora si scopre nazionalista.E’ un percorso che, nelle modalità e nei tempi, lascia degli interrogativi. In altre parole, è strumentale, elettorale o è frutto di una sincera convinta visione di pensiero, di geopolitica?”.

Cosa può aver contribuito a spingere Salvini verso destra?

“Ad influire nella svolta sinceramente vedo due persone: Mario Borghezio, da sempre storicamente a destra, è suo il merito dell’abbraccio lepenista di Salvini. Altro uomo chiave per i consigli in materia di geopolitica è il suo portavoce Gianluca Savoini, che arriva culturalmente dalla destra. Il nuovo posizionamento geopolitico della Lega è frutto della vicinanza di Savoini. Essendo entrambe, Borghezio e Savoini, ottimi patrioti, le scelte di Salvini mi fanno pensare ad una reale posizione culturale della Lega verso questa destra”.

Da qui però a diventarne il leader, ne passa. O no? 

“La Lega vuole tirare le fila del centrodestra, questo è chiaro. E vuole anche aprirsi al centrosud. Ecco, su questo ultimo passaggio nutro dei dubbi. E’ nel suo dna? O è uno stare nel guado che non porta al massimo risultato? E’ qui che traballa la svolta nazionalista, parliamo sempre della Lega Nord. E la parola Nord non è un orpello”.

Però dal nome del gruppo a Montecitorio è sparita la Lega per l’indipendenza della Padania, sostituita con l’indipendenza dei popoli… Non basta?

“Oggi serve una nuova sintesi nazional popolare presidenzialista. Deve nascere in altre parole un fronte nazional popolare che tenga dentro la post Lega, la post destra radicale e quel che si raccoglie dal fronte moderato. Ma il processo deve essere condotto in modo chiaro e netto. Occorre dire al proprio elettorato: noi oggi siamo un’altra cosa. Lo sta facendo Salvini? Noi lo aspettiamo al varco”.

Marcello Veneziani, di recente ha cassato l’idea di un Salvini alla guida del centrodestra, lo vede più come un uomo di passaggio. Condivide?

“Sì, perché non ha le caratteristiche dello statista per rappresentare tutto il centrodestra. Sta avanzando la necessità di avere un centrodestra identitario, nazionalista e anche rivoluzionario ma i moderati non si sentono rappresentati dal segretario del Carroccio. Salvini leader della protesta può anche toccare il 25-30% ma senza l’elettorato centrista, liberista, non andrà mai a governare. Non si vincono le elezioni così. Ecco perché è giusto dire che Salvini faccia gioco a Renzi, al premier fa gioco avere un’opposizione che urla, comunicativa, che raccoglie il consenso di destra, della Lega e di protesta. Ma lì ci fermiamo, intesi?”.

Allora correrà per fare il sindaco.

“Chi, Salvini? Guardi, non ha i numeri anche per fare questo. Non tutti i milanesi lo voterebbero. A meno che in questo lasso di tempo non sia in grado di organizzare una diversa strategia politica con la destra moderata. E’ facile che davanti ad un Ambrosoli, per fare un esempio, Salvini non passi. Magari cresce in voti ma il suo consenso è e resta settoriale, si consolida ma perde altrove”.

Parliamo della classe dirigente. Oltre al leader del Carroccio, chi c’è che spinge dietro?

“Nessuno. Sia nella Lega che negli altri partiti, non vedo oggi né classe dirigente né, nello stesso Carroccio, grandi consiglieri politici. Direi che possiamo rimpiangere, senza essere frainteso, la cultura e la preparazione della classe politica che avevamo fino a Tangentopoli. Oggi siamo a zero. E questo non favorisce il processo di rinascita del centrodestra”.

Dopo le elezioni regionali ci sarà forse un quadro più chiaro?

“Di certo siamo davanti ad una scomposizione e ad una ricomposizione, anche la scissione veneta influisce. C’è un soggetto però pronto  a raccogliere pezzi di Forza Italia, più Fitto, più Tosi più l’Ncd del Nord con Lupi… Io vedo un soggetto a destra di Forza Italia ma concorrente di Forza Italia”.

E l’Ncd?

“Sarà cannibalizzato, un po’ da Renzi un po’ dal nuovo centrodestra che si sta ricompattando”.

Voi con l’Associazione Grande Milano dove vi ponete nel panorama lombardo?

“Siamo una piccola coerente realtà della destra destra, e viviamo il nostro impegno per quello che rappresenta la cultura del fare politica secondo lo stile milanese. Non si tratta dunque solo di pensare a Milano ma di vivere secondo una visione culturale degna del Ducato, la guida politica del nostro territorio e della nostra nazione. Nel contempo ci sentiamo identitari, vogliamo una nazione dei popoli e dei campanili perché Milano ha perso la propria identità culturale”.

Con quali effetti?

“La politica si è meridionalizzata, anziché essere asburgica nello stile e nell’impegno, è diventata trafficona e sciatta, impreparata”.

Non c’è classe politica, dunque?

“La politica conta sempre meno, i politici sono esecutori e burattini, sono mezze figure e mezze seghe, non rappresentano che i poteri che li dirigono da altri siti. Abbassando il livello dei politici, si abbassano anche i livelli immunitari delle amministrazioni pubbliche, di fatto corruttibili e barattabili. Con una politica debole, le lobby sguazzano, fregano e imbrogliano. Abbiamo urgente bisogno di un ceto politico preparato e coerente, quello che è sparito da tempo dalla scena”.

 

 

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