Ius soli, clandestinità e le associazioni “umanitarie” che ci guadagnano

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

Che dire dell’abolizione del reato di clandestinità attuata dalla Commissione Giustizia del Senato sull’onda emotiva delle recenti stragi di migranti nel Canale di Sicilia e della di poco precedente risoluzione approvata dal Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna di concedere la cittadinanza onoraria ai bambini nati in Italia da cittadini stranieri, magari da estendere poi anche a quelli nati in Italia da stranieri clandestini?

Con la fine del comunismo classico (c’è solo la Corea del Nord che ancora resite, giacché persino Cuba sta rivedendo alcuni concetti come ad esempio l’inezia di poter uscire liberamente dal paese) alla base trinariciuta emiliana, che aveva idolatrato il baffuto Stalin e l’idea della giustizia sociale intesa come uguaglianza economica, visto che l’ammazzare preti non dava risultati, col tempo non è rimasto che attaccarsi, bontà sua, ai diritti civili degli individui. Non tanto ovviamente a quello di proprietà, cosa ancora indigesta e da metabolizzare con calma, anche se più di qualche dirigente di partito in realtà l’ha fatto con grande celerità. Infatti, per cosa sarebbero state inventate le COOP che, tra l’altro, hanno mandato in rovina migliaia di piccole imprese commerciali autonome, se non per arricchire partito e dirigenti, facendo passare ai militonti (o zoccolo “duro” del partito) per collettiviste operazioni che in realtà non profumavano di prosciutto ma di accumulazione di capitali?

Comunque fosse, ai trinariciuti emiliani, nel cui territorio si è stabilita la ministra congolese, figlia di dignitari di quel paese, che grazie ad amicizie e conoscenze non sbarcò certo a Lampedusa, adesso stanno particolarmente a cuore i diritti di extracomunitari e gay. Sorvoliamo sulla questione dei gay che mi trova del tutto neutrale (“sono persone anche loro, che Dio solo può giudicare” ha detto Bergoglio, il Papa peronista, ed io mi associo) non però quando ci si scaglia contro il Mulino Bianco di Barilla solo perché predilige la famiglia tradizionale. Sulla questione dello jus soli, il quale esiste da molto tempo negli USA, sarei anche favorevole, solo nel caso però che l’Italia adottasse lo stesso sistema di welfare che c’è in quel paese e le stesse leggi sull’immigrazione, reato di clandestinità incluso.

Questo significa in sintesi: i nati negli USA restano avendone acquisito la cittadinanza, i loro genitori, se clandestini, vanno in galera e poi sono espulsi. Se invece essi sono entrati regolarmente, che si trovino un lavoro (cosa non difficile da fare, data l’estrema flessibilità del mercato del lavoro in quel paese e la propensione dei suoi lavoratori alla mobilità lavorativa e territoriale) e che si arrangino per le loro necessità perché la gran parte degli americani, pur avendone la possibilità, non ha intenzione di mantenere perditempo e barboni. Il parlamento, a maggioranza repubblicana, l’ha detto chiaro e tondo: gli USA non sono un paese socialista.

Volenti o nolenti gli USA sono, però anche i guardiani del mondo e cinicamente lo jus soli consente loro di avere una buona base da cui attingere, selezionare e reclutare giovani volontari per le loro forze armate, figli d’immigrati coloured, ispanici ed est europei che diversamente non avrebbero alternative all’infoltire le bande giovanili suburbane. Da noi in Italia, i figli d’immigrati non troverebbero certo spazio in quest’ambito. Le forze armate italiane, in cui ci sono quasi più ufficiali di soldati, utilizzate solo in retroguardia per azioni di peacekeeping, sono, di fatto, ormai sature per i tagli di spesa e ridotte a territorio d’invasione dei meridionali sempre a caccia di privilegi. In sostanza, sono un lusso che il sistema Italia non può permettersi oltre.

Ora, tornando all’Emilia, regione ricca nonché rossa e socialista per antonomasia, se fosse indipendente, potrebbe anche liberamente decidere di adottare lo jus soli e forse avrebbe anche le possibilità economiche per farlo senza rischiare di rovinarsi con le proprie mani, ma l’Italia certamente no. Combinare in Italia lo jus soli con il nostro ampio sistema di diritti sociali (conseguenza dello strisciante collettivismo di cui è stata oggetto) e con la cronica inaffidabilità della nostra economia sarebbe da incoscienti e avrebbe delle ricadute disastrose sul nostro fragile welfare e sull’economia intera del paese già in parte compromessa.

Riguardo allo stato di clandestinità, in molti paesi esso non è un reato (non però in Francia, GB e ovviamente USA) e comporta solo l’espulsione e il divieto di reingresso per un certo numero di anni, che per le persone civili che viaggiano è un deterrente più che sufficiente per guardarsi bene dal rischiare di farsi sorprendere in clandestinità anche solo per aver prolungato di qualche giorno la permanenza nel paese straniero dopo la scadenza del permesso di soggiorno.

Pertanto, a parte i recidivi, ossia gli abbonati dell’espulsione, che in Italia ne hanno accumulati a decine i decreti e che, seppur non avessero commesso reati penali andrebbero comunque incarcerati alla seconda o terza espulsione, se non altro per dileggio delle leggi italiote, che effetto può avere, con l’abolizione del reato di clandestinità, su un disperato che intenda attraversare clandestinamente l’Italia per recarsi nei paesi nordici, sapere che rischierà solo un foglio di via invece che un’annessa incriminazione con detenzione nelle patrie galere? Rispetto a quelle libiche, sai che paura le patrie galere! Per quanto dicano siano affollate, riceverà due buoni pasti giornalieri, non sarà maltrattato e forse imparerà un lavoro e pure a recitare.

Comunque, anche se lo spauracchio fosse solo psicologico, averlo eliminato è per lui un chiaro incentivo a partire, attraversare il deserto, sopportare le malversazioni dei libici, salire infine su di una carretta del mare rischiando la vita per naufragio e fare spesso da cuscino e copertura inconsapevole a pericolosi jihadisti senza scrupoli, poiché quello che lo aspetta in Italia, dove non sarà né trattenuto né carcerato e forse neppure identificato anche se clandestino, è niente in confronto a tutto ciò che avrà passato prima.

Chi vive in paesi in guerra, potrebbe evitare tutto questo travaglio in più se solo potesse richiedere l’asilo politico presso strutture UE, presenti nei paesi stranieri, in grado di identificare con certezza i richiedenti e la completezza dei requisiti in loro possesso. Quanti hanno titolo per esercitare il diritto di asilo politico, come profughi di guerra o rifugiati politici, potrebbero utilizzare un corridoio umanitario per giungere in Europa in tutta sicurezza invece di naufragare al largo di Lampedusa e dovrebbero poi essere redistribuiti tra tutti i paesi UE, tenendo conto anche di criteri di disponibilità e uguaglianza tra questi paesi.

Diverso è il discorso per i poveri e derelitti del mondo intero. Costoro son sempre esistiti anche in passato. Cosa c’è di diverso oggi? Sono forse aumentate la sensibilità e la compassione degli europei nei loro confronti al punto dal volerli salvare tutti, mentre prima gli europei erano una massa d’insensibili e spregevoli cinici che non si curavano affatto di loro o non è forse più verosimile che grazie alla globalizzazione siano solo aumentati il loro desiderio e la loro possibilità d’emigrare e premere ai nostri confini?

Certo è che di fronte a questa pressione migratoria, non è pensabile che l’UE e tanto meno l’Italia, spalancando le porte a tutti loro (con jus soli integrale e leggi sull’immigrazione che aboliscano ogni filtro e controllo) possano anche farsene carico. Questo lo sanno bene tutti, buonisti compresi che in realtà si differenziano dai cattivi per minimi e poco significativi dettagli che però vengono enfatizzati e usati come motivo di scontro politico a fini elettorali assieme all’esposizione mediatica di una ignara ministro burattino di colore, senza curarsi se, così facendo, ipocritamente creeranno negli extracomunitari delle illusorie aspettative di lavoro e benessere per tutti.

In realtà, in questa situazione le uniche a guadagnarci sono le cosiddette organizzazioni umanitarie cattocomuniste, affigliate a partiti ben noti. Esse ricevono fondi statali con cui lucrano per crescere ed espandersi e che solo in parte usano per soccorrere questi derelitti, per ora prevalentemente extracomunitari ma sempre più “integrati nella miseria” da italiani stessi. Un “business” in Italia in grande espansione, alimentato dal flusso dei migranti e dalla crescita della povertà.

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2 Comments

  1. Pedante says:

    “In realtà, in questa situazione le uniche a guadagnarci sono le cosiddette organizzazioni umanitarie cattocomuniste…”

    Non è proprio così. Chi è stato pregiudicato dai nazionalismi di stato ha ogni interesse perché non succede mai più. Gli europei vanno depotenziati, e l’immigrazione ne è lo strumento.

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