Italia, tre macroregioni per uscire dalla crisi eterna, dai sussidi, dalle tasse

federalismodi SERGIO BIANCHINI – Sebbene la problematica federalista sia stata oscurata la realtà quotidiana inconfutabile della esistenza di tre Italie si presenta ogni giorno innanzi a noi. E allo stesso modo si evidenzia la totale inettitudine dello stato, della giustizia e delle istituzioni pubbliche che non riescono a sostenere non dico il progresso ed il futuro ma nemmeno il passato i cui frutti, anche positivi, si disgregano inesorabilmente sotto l’incuria. Come l’esempio grandioso del ponte Morandi, assieme ad altri mille, insegna.

 

Ma sia il pensiero federalista che quello centralista, apparentemente inconciliabili ma uniti nella marginalità rispetto all’anarchismo dominante, si avvitano inutilmente e flebilmente su sé stessi senza produrre idee forti, possibili, praticabili e visibili a medio raggio e non nel sogno futurista.

 

Provo a proporre un approccio che medito da anni ma che si è coagulato da pochi giorni quando un ragazzo che frequenta spesso la Cina mi ha detto: – in Cina lo stato prende i migliori e funziona bene, ma fuori, nella società, c’è molta brutta gente-.

Dentro di me ho pensato: -da noi è il contrario, nello stato sono entrati i peggiori e la gente più intelligente e più eticamente forte sta fuori. Si, perché da 40 anni lo stato è diventato il punto di raccolta sia della disoccupazione meridionale che del dissenso politico minoritario ma potentissimo di stampo sindacale-.

 

Come ripristinare una normalità minima nella scelta del personale e nel buon funzionamento delle istituzioni sia a livello locale che centrale?

Ammettendo che le Italie sono 3 si può pensare all’esistenza di tre macroregioni, Nord, Centro e Sud. Le prime due hanno già provato a prendere da sole il sopravvento nella magmatica realtà nazionale ma i due referendum costituzionali da esse promossi sono stati perdenti. O meglio, quello della lega prevalse solo in Veneto e Lombardia e quello di Renzi solo in Toscana ed Emilia Romagna. Sono due particolarità dei due eventi alle quali si è prestata pochissima attenzione perché in Italia il criterio del destra-sinistra continua a sovrastare ogni valutazione ed offuscare i cervelli. In seguito il sud ha espresso l’enorme avanzata del movimento 5 stelle che, spinto dalla fame di risorse, non ha proposto riforme strutturali ma ha preso in mano il governo.

 

Tornando dunque alla mia proposta di riforma contemporanea delle istituzioni locali e di quelle centrali dico che una frazione chiara e semplice degli adempimenti pubblici e delle risorse finanziarie può essere destinata alle 3 macroregioni lasciando al governo centrale la politica estera e la supervisione regolatrice sulle altre funzioni.

 

Ma decisiva diventa la questione del personale pubblico che oggi è scandalosamente a senso unico per la provenienza dalla macroregione Sud, con conseguenze, tralasciando il discorso sull’equità, dannosissime per il buon funzionamento, la compattezza ed il prestigio delle istituzioni stesse ed anche della comunità nazionale intera.

La mia proposta è che nelle istituzioni locali almeno il 50% del personale sia selezionato per legge tra i residenti della macroregione di appartenenza delle istituzioni stesse.

Per le istituzioni centrali invece l’idea è che il personale debba provenire, in percentuale adeguata alla rispettiva popolazione, da ognuna delle tre macroregioni del paese.

 

Sono due cose fattibili, semplici, proponibili, comprensibilissime a tutti. Ed evidentemente potentissime. Troveranno qualche intellettuale e politico disposti a sostenerle e vincere?

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3 Comments

  1. RAFFAELE says:

    Per capire l’impossibilita’ di trattare con Roma basta osservare il percorso della lega negli ultimi 25 anni. Una volta Bossi disse ” Questo sistema e’ immodificabile dall’interno”. aveva ragione. Purtroppo abbiamo visto come e’ finita.

  2. caterina says:

    Sarebbe un inizio ragionevole… anche se c’e’ da augurarsi che l’autonomia delle regioni che si sono pronunciate in proposito possa aspirare alla totale copertura dei posti pubblici, con estensione eventuale in assenza di aaspiranti idonei all’intero stivale…

  3. mumble says:

    Dall’analisi degli ultimi 30 anni trovo un comune denominatore: chiunque abbia parlato di cambiare l’assetto istituzionale dell’italia (dalle macroregioni alla devolution) ha sempre dovuto soccombere dinanzi alla volontà gattopardesca di non voler cambiare nulla di Roma (intesa come il centro pensante e pulsante del centralismo italiano).
    Qualunque proposta di cambiamento dovrà scontrarsi con esiti non diversi sempre contro Roma: che è ancora più incattivita e sprezzante dopo che l’Europa le messo un po’ di catena al collo.
    Per questo motivo credo che la strada da tentare sia quella europea ed internazionale, perché il dialogo con Roma non porterà mai a nulla: nella migliore delle ipotesi Roma coprirà di onori e di oro i rappresentanti del Nord mandati dai popoli padani a trattare.
    E’ una storia del resto che sta scorrendo da anni sotto i nostri occhi e continuiamo a voltarci di là per non vederla.

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