Non deve stupire che la repubblica italiana sia illiberale

di PAOLO AMIGHETTI

Limitare l’estensione e le pretese del potere politico è l’obiettivo di fondo di chiunque abbia a cuore la libertà, non solo individuale. Un modo per raggiungere tale scopo è frazionare il potere e impedirne l’accentramento. I sistemi coerentemente federali rispondono all’esigenza di restringere la supremazia del politico sull’iniziativa privata, impedendo l’amalgamarsi di un centro amministrativo monopolistico destinato in breve tempo a divenire autoritario e inefficiente. All’interno della federazione, il governo centrale ha competenze limitate e ben delineate, mentre le varie realtà locali periferiche godono di ampia autonomia. Anzi, sono sovrane per tutto ciò che le riguarda direttamente. Ne deriva una pluralità di regimi fiscali e di legislazioni sull’istruzione, sulla sanità, e via discorrendo: questo clima di concorrenza istituzionale è il vero punto di forza dei sistemi federali.

Innanzitutto, i cittadini possono confrontare le tendenze e l’operato dei governi locali e “votare con i piedi”: se, poniamo, un Cantone elvetico venisse male amministrato, sarebbe facile – come già accade del resto – per gli abitanti abbandonarlo per recarsi in un altro in cui la tassazione è più bassa e i cui servizi sono più efficienti. Cosa ancora più importante, una concorrenza tanto aspra impedisce ai governanti di comportarsi sconsideratamente, e ne limita in maniera decisiva gli appetiti. I cittadini sono infatti in grado di esercitare sulle istituzioni locali un controllo reale: i ventisei “staterelli” svizzeri hanno poca probabilità di trasformarsi in legiferatori autoritari. Quando il governo è forte e distante, la situazione si capovolge: è più probabile che il cittadino divenga facile preda del potere politico. In terzo luogo, la mancanza di un nucleo di potere abbastanza robusto da imporsi in modo omogeneo su tutto il territorio impedisce l’affermazione prepotente di una cultura dominante a scapito di quelle della periferia; non a caso nei ventisei Cantoni svizzeri si parlano svariate lingue (1) e resistono ancora forme di vita comunitaria locale risalenti all’età medievale (2). Ciò significa che, oltre al resto, la frammentazione del potere è in grado di garantire la conservazione di straordinarie eredità culturali, altrimenti spazzate via dall’arroganza di sovrani e parlamenti.

Insomma, verrebbe da dire che “piccolo è bello“, in tutti i sensi: e in effetti sarebbe impossibile per i capitani reggenti sammarinesi comportarsi come i governanti di Stati più vasti ed interventisti. Chi controlla uno Stato di dimensioni limitate infatti ha generalmente interesse a contenere le proprie ambizioni regolamentatrici, in virtù delle stesse regole che frenano i governi locali in un contesto federale. Scrive il filosofo Hans-Hermann Hoppe: “Le dimensioni piccole contribuiscono alla moderazione. Uno Stato piccolo è circondato da molti concorrenti, e se tassa e regolamenta i suoi cittadini molto di più dei suoi concorrenti soffrirà inevitabilmente di emigrazione del lavoro e del capitale, che si tradurrà nella perdita degli introiti fiscali futuri. Prendiamo un unico nucleo familiare, un paese o un territorio indipendente. Un padre potrebbe mai fare a suo figlio, o un sindaco alla sua città, quello che l’Unione Sovietica ha fatto ai suoi cittadini (cioè impedire la proprietà privata di capitale) o quello che i governi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti fanno ai loro cittadini […]? Ovviamente no. Ne seguirebbe immediatamente o una rivolta che rovescerebbe il governo o una migrazione verso un altro nucleo familiare o un altro paese”. (3)

In Italia lo scenario è completamente diverso. La nostra è tra le classi politiche più voraci ed incapaci d’Europa; la burocrazia complica l’amministrazione e rende farraginoso il ricorso al servizio pubblico; il malcostume politico dilaga anche a causa della condizione di totale irresponsabilità di cui gode la nomenklatura. Il centralismo italiano, che ha resistito al passare dei decenni, sembra inossidabile. Se la via federale è la strada maestra per godere di istituzioni più libere e di un reale potere di controllo sul governo, dovremmo chiederci perchè essa appaia così ripida e impervia. Come mai l’Italia delle piccole patrie e del municipalismo ha lasciato che il potere gettasse addosso a tutte le sue particolarità quella che Gianfranco Miglio definiva una “coperta funerea”? Un’occhiata alla storia dell’unità d’Italia può aiutare a far luce sul problema.

Occorre innanzitutto una precisazione, e cioè che la storia dell’Italia contemporanea comincia in Francia, per due ragioni principali. La Francia era la terra di origine della dinastia Savoia, la quale anche dopo essersi volta al Piemonte mantenne la mentalità dei sovrani d’oltralpe; e di provenienza francese erano le nuove idee di Stato, nazione e sovranità, figlie della rivoluzione del 1789. Ad importarle al di qua delle Alpi furono le armate di Napoleone. Il cosiddetto Risorgimento italiano deve molto alla rivoluzione francese e al suo bagaglio ideologico. La Grande Armée si presentava come un esercito liberatore, giunto in Pianura Padana per scacciare gli oppressori e fare a pezzi l’intero sistema di potere dell’Ancient Régime. Questo proclama di Napoleone risale al 1796, anno d’inizio della campagna d’Italia: “Italiani, l’esercito di Francia viene a spezzare le vostre catene: il popolo francese è amico di tutti i popoli; corretegli incontro; le proprietà, le consuetudini, la religione saranno rispettate! Faremo la guerra solo contro i tiranni che vi tengono schiavi”. (4)

Le promesse di libertà, uguaglianza e fraternità non vennero mantenute dal governo napoleonico, che trasformò gli Stati della penisola in vassalli dell’impero. Ma il seme era stato gettato: le idee della sovranità popolare, della volontà generale e dell’unità spirituale della nazione fecero breccia in molti intellettuali ed entrarono prepotentemente nella cultura politica della penisola. Il dovere di creare uno Stato-nazione legittimato dalla cosiddetta volontà generale postulata da Rousseau divenne il cardine dell’impegno politico degli uomini del Risorgimento. Prima i carbonari e poi Mazzini si servirono dunque del retaggio del giacobinismo negli anni successivi al 1815. Alla “Giovine Italia” mazziniana, che era a favore di un’Italia centralista e repubblicana, si opponevano i cosiddetti “moderati” come Vincenzo Gioberti. Il prete torinese pubblicò nel 1843 un volume intitolato Del primato morale e civile degl’italiani: in quelle pagine sosteneva la necessità di preservare il “genio” italiano unificando sì la penisola, ma dandole un assetto “federale”. Toccava al Papa promuovere la nascita di una confederazione sulla quale avrebbe dovuto esercitare il proprio blando controllo. Anche Gioberti, tuttavia, credeva poco in questo vago programma. Lavorò ad un libro simile, come rivelò dopo la pubblicazione, per proporre con forza la questione italiana, ed attirare l’attenzione del clero austriacante e conservatore. Scrisse Gioberti al filosofo politico Terenzio Mamiani: “Se aggiungessi che ci credo [al progetto di confederazione capeggiata dal Papa, n.d.a] sarei matto affatto, e la Giovine Italia potrebbe noverarmi tra i suoi soci”. (5)

Un pensatore autenticamente federalista fu invece Carlo Cattaneo. Il filosofo milanese, esperto conoscitore del mondo svizzero, ne apprezzò la cultura, l’efficienza e l’ordinamento. Più che ad un’aggregazione di Stati sotto la presidenza del Pontefice, pensava ad un sistema cantonale ispirato al modello elvetico. Nemico del centralismo monarchico, divenne presto una figura di spicco in Lombardia; arrivò a capeggiare il Consiglio di guerra durante i moti milanesi del 1848. Rifiutò l’aiuto piemontese durante le cinque giornate, diffidando del re Carlo Alberto; in seguito alla repressione austriaca si ritirò in Ticino. Cattaneo, va detto, non conosceva l’Italia mediterranea, diversa in tutto e per tutto da quella alpina: come scrisse Indro Montanelli, “l’Italia del Cattaneo è quella cisalpina. […] Del resto Cattaneo […] andò a Napoli e resistette qualche giorno. Poi si arrese e tornò a Lugano, nella sua Svizzera”. (6)

Ordinare l’Italia intera in senso federale si rivelò impossibile per ragioni politiche, oltre che culturali e strutturali: fallì anche il timido tentativo di costituire una Lega italica sul modello dello Zollverein germanico (7). Il Piemonte, infatti, non aveva interesse all’apertura delle frontiere con gli altri Stati della penisola, e Carlo Alberto si rendeva conto che un patto simile avrebbe comportato l’inviolabilità territoriale di tutti gli aderenti. E lui, come tutti i Savoia, era convinto che il Piemonte dovesse divorare il carciofo italiano una foglia dopo l’altra: cioè sottomettere alla corte di Torino l’intera penisola, per potervi esercitare il suo monopolio.

Dopo la disfatta di Piemonte e alleati nella prima guerra d’indipendenza ogni progetto di federazione sfumò. Ma va detto che tale piano presentava delle pecche anche nelle sue premesse teoriche. Un’autentica federazione, infatti, sorge dal basso, grazie allo svilupparsi spontaneo di comunità indipendenti che stringono accordi pattizi mutuamente vantaggiosi. Un sistema federale non può nascere per decreto: a metà del XIX secolo le popolazioni della penisola non avevano né la volontà di stare insieme né i mezzi necessari a far valere una simile aspirazione, se l’avessero avuta. Conducevano la partita sparute minoranze d’intellettuali e i governi dei singoli regni: tant’è vero che l’Italia venne fatta nell’indifferenza della maggioranza o contro di essa. Dopo il fallimento della ca