Italia, stagnazione delle menti

italia puntellatadi CHIARA BATTISTONI – Le notizie sul Pil creano un terremoto, almeno nell’Italia della politica, perché nel Paese che vive e produce, i nuovi dati non fanno che confermare una tendenza percepita con crescente inquietudine da tempo. I quotidiani hanno proposto ogni sorta di sondaggio, studi e analisi che individuano tutti una sola tendenza: stagnazione, recessione; per non parlare poi delle soluzioni possibili, condite con salse dai colori diversi a seconda dell’origine. Leggiamo di mancate riforme strutturali, di spesa eccessiva;
una spessa coltre grigia sembra essere piombata sulle nostre teste. La via d’uscita? A parte le riforme strutturali ormai invocate un po’ da tutti, che per anni sono state lettera morta, colpisce (e probabilmente sconcerta i più) che la proverbiale creatività italiana, capace d’inventarsi l’impossibile, questa volta sembri proprio non servire. Già, quando la creatività va in ordine sparso e non è mediata dal rigore del metodo, i risultati non solo non arrivano ma rischiano di trasformarsi in ciò che oggi viviamo: un formidabile puzzle di soluzioni, di iniziative private, pubbliche, miste, una babele di leggi e norme che alla lunga, anziché creare, paralizzano.

A furia di analizzare e cercare di capire, blocchiamo tutto: è la sindrome della “paralisi per analisi”. Quando il disordine cresce a dismisura, quando si perde di vista l’orizzontesi smarriscono le coordinate, allora il caos è alle porte. È vero – ce lo ha ricordato anche Gianfranco Miglio – che per creare ordine ci vuole disordine, ma l’ordine non si crea senza un progetto condiviso e forse ciò di cui più ha bisogno il nostro Paese è proprio una rinnovata progettualità, che valorizzi le potenzialità locali. Il mondo complesso e liquido (vi ricordate Zygmunt Bauman e la Modernità liquida?) in cui viviamo non dà tregua, è dominato dal cambiamento incessante; per cambiare senza soccombere, senza perdere la propria identità e le proprie caratteristiche ci vuole tutta la forza e il rigore di un metodo che sappia coordinare, valorizzando la collaborazione.

Non a caso il Federalismo, con il suo approccio glocale (globale e locale), suggerisce un’alternativa percorribile. Di cosa abbiamo bisogno allora? Di ideali alti, in cui credere, che ci diano una rinnovata speranza e di una rinnovata “governance”, cioè una nuova prassi che metta ordine nel caos, offra nuove pratiche di lavoro e soprattutto strumenti di verifica e controllo dei processi attivati. Facile a scriversi, ben più difficile a realizzarsi. Anche perché questi sono gli interventi del lungo termine, quelli che scaturiscono da una rinnovata cultura che non si improvvisa ma si costruisce nelle generazioni e prima di generare i suoi effetti richiede almeno 10 anni di apparentemente “infruttifero” investimento. È la forza delle idee a cambiare i popoli; il profitto e la tecnica da soli non bastano. L’ottimismo, quell’atteggiamento che ci fa cogliere il lato positivo delle persone e degli eventi, non basta proprio più. Non è sufficiente vedere rosa perché il mondo diventi rosa; ciò di cui abbiamo bisogno sono una rinnovata audacia, fortezza, temperanza, molto più di tratti caratteriali come l’ottimismo. Abbiamo bisogno di verità in cui credere e per cui lottare.

Leggete cosa scrisse Giovanni Paolo II nel 1991, nell’Enciclica Centesimus Annus (nata per celebrare il centenario della promulgazione dell’Enciclica di Leone XIII, Rerum Novarum): «Un’autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia delle singole persone mediante l’educazione e la formazione ai veri ideali, sia della “soggettività” della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e corresponsabilità.

Oggi si tende ad affermare che l’agnosticismo e il relativismo scettico sono la filosofia e l’atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti sono convinti di conoscere la verità e aderiscono con fermezza a essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposito, bisogna osservare che, se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia». La politica dell’immanente, di matrice marxista, che tuttora permea buona parte della vita della nostra Europa, porta con sé i dogmi del relativismo e dell’assistenzialismo.

Quando l’individuo “sente” di essere comunque impotente di fronte allo Stato rischia di trasformare la sua carica vitale e generatrice in
mera sopravvivenza (il più classico “tirare a campare”), aspettando che sia appunto lo Stato a intervenire di fronte alle difficoltà. Perde
la sua identità: che agisca o non agisca, nulla o quasi, cambia; non è accaduto qualcosa di simile proprio nei Paesi socialisti e d’oltre
cortina che si dissolsero quasi 30 anni fa e che oggi, non è un caso, conquistano i primi posti nelle classifiche europee della competitività
e della globalizzazione?

Torniamo allora alla Centesimus Annus e leggiamo un altro passo interessante: «La Chiesa, pertanto, riaffermando costantemente la
trascendente dignità della persona, ha come suo metodo il rispetto della libertà. Ma la libertà è pienamente valorizzata soltanto
dall’accettazione della verità: in  un mondo senza verità la libertà perde la sua consistenza e l’uomo è esposto alla violenza delle passioni e a condizionamenti aperti o occulti». Il “tirare a campare”, il “carpe diem”, cogli l’attimo, di una vita vissuta alla giornata, non bastano più: i risultati sono nelle classifiche di questi giorni ma sono soprattutto nella delusione e nel disagio dell’unico tesoro autentico che un Paese sano dovrebbe amare e “coltivare”, i suoi giovani (la generazione invisibile) cioè il suo futuro, la sua unica dimensione trascendente di fronte ai limiti della vita terrena.

Un Paese che non cresce più è un Paese che non può affrontare con slancio vitale il futuro, correndo incontro al futuro, per quanto liquido, per quanto indeterminato, col coraggio, la fiducia e l’apertura che sono tipiche delle nuove generazioni. Prima che economica, ciò che stiamo vivendo è la “stagnazione delle menti”. Ed è la stagnazione più pericolosa perché per uscirne non aiutano i decreti sulla competitività e non basta l’eliminazione dell’Irap; ci vuole invece una cultura nuova che sappia unire piuttosto che separare, che sappia capire (e governare) la complessità e il cambiamento, che trovi nella liquidità i confini del nuovo mondo. Un’opera davvero titanica, costellata di sacrifici.

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One Comment

  1. Giancarlo says:

    Condivido pienamente.
    Devo però ricordare che poiché sono stati i politici a portarci a questo punto non possiamo pretendere che siano loro a trovare le soluzioni perché le loro menti sono ormai distorte da anni e anni di facciamo quello che vogliamo tanto il popolo esiste solo quando ci sono le elezioni.
    Alle elezioni dopo innumerevoli promesse…quasi sempre disattese ritornano a fare gli affaracci loro, specie i partiti diventati delle vere botteghe faccendiere e basta.
    Senza creare un federalismo vero e corretto, senza creare delle zone franche che possano drasticamente abbassare le tasse ed i costi della pubblica amministrazione l’italia ha solo un traguardo da raggiungere in questo momento….il suo inevitabile DEFALT !!!

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