Quando i soldi sono degli altri, vincono sprechi e consorterie

di DANILO BRESCHI*

Ai primi di febbraio di quest’anno la procura generale della Corte dei Conti ha pubblicato un dossier in cui è stata scandagliata l’attività condotta nel 2012 da tutte le procure regionali e ha messo insieme “le fattispecie di particolare interesse, anche sociale, rilevanti per il singolo contenuto e per il pregiudizio economico spesso ingente”. I magistrati contabili hanno riscontrato numerose consulenze illecite, “imprudenza nella stipulazione di contratti di finanza derivata” da parte di giunte regionali, e anche omessa riscossione delle imposte. In base ad un calcolo ancora provvisorio si stima un pregiudizio economico nell’anno da poco trascorso di oltre 293,632 milioni di euro. Al netto della presenza di alcune procure e di qualche magistrato dall’uso un po’ disinvolto dell’avviso di garanzia, i dati che seguono sono comunque relativi a indagini o sentenze dei giudici contabili e fanno senz’altro riflettere. Non ai fini dell’antipolitica, ma della pro-politica, per ricostruire una polis lacerata.

Tra i casi archiviati, ma citati nel dossier, c’è il Ponte della Costituzione a Venezia, voluto dall’allora sindaco Massimo Cacciari, realizzato dal famoso architetto spagnolo Santiago Calatrava, e costato molto più del previsto (per una cifra finale di oltre 11 milioni di euro). La Corte dei Conti ha riscontrato “comportamenti colpevoli del progettista e del direttore dei lavori”, per un danno all’erario calcolato in 3,467 milioni di euro. Si cita poi il caso del Comune di Firenze. Da tempo il Ministero dell’Economia, e quindi la Corte dei Conti, contestano a Palazzo Vecchio di aver aumentato a dismisura la spesa del personale, a partire dal 2001, per una cifra complessiva che ammonta a circa 50 milioni di euro. Il risultato sarebbe un altro danno erariale, dovuto, in questo caso, al modo in cui è stata gestita da amministratori e sindacati la “contrattazione decentrata” del 2001, con il cosiddetto “salario accessorio” (indennità integrative, premi, ecc.). Il risultato è che il Ministero chiede adesso la restituzione dei soldi erogati in eccesso. Sono cifre percepite in buona fede dai dipendenti, ma resta l’esempio di una spesa irresponsabile perché “pubblica”. Dovrebbe essere esattamente il contrario, e l’attuale sindaco di Firenze sta procedendo ai primi tagli. C’è quindi l’Abruzzo, con alcune vertenze in corso di istruttoria che riguardano soprattutto i contributi per i lavori seguiti al terremoto del 2009. Sempre in questa regione, ci sono poi casi di “mancata riscossione di contravvenzioni al codice della strada da parte di diversi Comuni”, per via di “amicizie” tra multati e funzionari pubblici. Là eccessive spese, qua mancate entrate. Tanto i soldi sono sempre degli “altri”.

Passiamo alla Campania. Qui si parla di un danno di circa 43 milioni di euro per la gestione del contratto per la bonifica e lo stoccaggio dei rifiuti nel litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano. A fine febbraio, poi, la Corte dei Conti ha condannato sette ex amministratori del Comune di Napoli, tra cui gli ex sindaci Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino, nonché l’ex assessore e neodeputato Massimo Paolucci, al risarcimento per un altro danno. La vicenda è quella dei 362 lavoratori dell’Ente di bacino numero 5, il cui territorio coincide con quello del Comune di Napoli. Pur disponendo di tanta manodopera da destinare alla raccolta dei rifiuti, 362 lavoratori, i giudici contabili hanno rilevato che il Comune di Napoli preferì fondare una società ad hoc, l’Asìa. Nel frattempo, ha continuato a pagare inutilmente i 362 dipendenti. Alcuni di questi lavoratori furono impiegati per la raccolta differenziata della carta prodotta dai soli negozi, ma disponevano di appena 50 mezzi, peraltro mal funzionanti, su ciascuno dei quali potevano trovare posto al massimo tre persone: in tutto 150 su un totale di 362. L’Ente di bacino è stato, di fatto, incorporato nella struttura burocratica del Comune, con il che la sua gestione è stata “connotata da evidenti profili di diseconomicità ed inefficienza, il cui aspetto più eclatante è risultata la ridotta utilizzazione dell’ampia forza lavoro potenzialmente disponibile”, secondo quanto riporta anche “Il Mattino” del 28 febbraio scorso. La somma da risarcire ammonta complessivamente a 5.608.935,35 euro.

Tornando al rapporto della Corte dei Conti per l’anno 2012, ci sono casi di palazzi acquistati e poi lasciati lì, inutilizzati. Il riferimento specifico è all’ufficio Inail distaccato di Casalecchio di Reno. Il danno per sovra-prezzo e sovra-dimensionamento risulterebbe di 3,3 milioni. Ci sono poi opere mai realizzate, come a Trieste, dove la Regione Friuli Venezia-Giulia aveva versato 600.000 euro “ad una nota Fondazione di fotografie antiche”, secondo quanto scrive la Corte dei Conti. C’è poi il caso di un tecnico di un comune della Sardegna che affidava lavori a un’impresa in cambio di opere per la propria abitazione.

È invece notizia più recente, di fine marzo, quella dell’esito dello scandalo scoppiato intorno al celebre Premio letterario Grinzane Cavour. Il suo ex-presidente, Giuliano Soria, è stato condannato in primo grado a 14 anni e sei mesi per uso illecito di finanziamenti pubblici nella gestione del premio, nonché per maltrattamenti nei confronti di alcuni dipendenti. Sono inoltre stati condannati a sette anni il fratello Angelo Soria, ex dirigente regionale, e a due anni e dieci mesi Bruno Libralon, all’epoca dei fatti direttore della scuola culinaria Icif, il quale avrebbe distratto contributi Ue e fondi regionali. Gli enti che si sono costituiti parte civile, tra cui la Regione Piemonte, hanno ottenuto il diritto di essere risarciti con una somma da quantificare in un apposito procedimento. In ogni caso, ulteriore debito pubblico. Tra i dati più significativi presentati dalla Corte dei conti ci sono anche l’indebitamento di oltre 34 miliardi di euro dei 5 mila organismi “costituiti e partecipati dagli enti locali” che sfuggono ai controlli; e poi le frodi legate ai fondi Ue, per oltre un miliardo negli ultimi 10 anni. Fermiamoci qui.

A margine di questo dossier del febbraio scorso, il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, ha lanciato l’allarme: la corruzione ormai “sistemica” e gli aumenti del prelievo fiscale mettono in pericolo la tenuta della nostra economia. Secondo il presidente della Corte dei Conti, “oltre al prestigio, all’imparzialità e al buon andamento della pubblica amministrazione, la corruzione di natura sistemica pregiudica l’economia della nazione”. A ciò si aggiungano gli aumenti del prelievo che forzano “una pressione fiscale già fuori linea” e non fanno altro che favorire “le condizioni per ulteriori effetti recessivi”. Giampaolino ha quindi sottolineato la necessità di ridurre tale pressione e di attuare una più equa distribuzione del carico fiscale. Al nuovo parlamento e al nuovo governo è stato chiesto infine di “esplorare le azioni in grado di generare una più equilibrata composizione di entrate e spese”, sottolineando la necessità di “restare sul sentiero di risanamento che conduce al pareggio di bilancio”.

Nell’accogliere questo assennato invito, sorge spontanea una riflessione che non vuole muoversi nella consueta direzione del lamento circa l’Italia corrotta, al vertice come alla base, che pur resta un’indubbia atavica zavorra che prescinde dalle stagioni politiche. Siamo semmai indotti a ricercare una possibile scaturigine, tra le altre, della corruzione, dello spreco e dell’indebitamento pubblico. Imputato è lo Stato. È colpevole di dolo intenzionale in virtù della sua stessa remota natura originaria? O è stato, più di recente, indotto a commettere il reato da una tendenza ideologica che si chiama “statalismo”? Se così fosse, potremmo intravedere delle date, periodi storici di svolta, pensando a quando lo Stato italiano si è fatto proprietario-industriale, sottratto alla competizione e reso intoccabile anche quando i suoi conti non quadravano, anzi sballavano.

Vengono in mente alcune pagine illuminanti di Giovanni Sartori, dal suo classico “Democrazia. Cosa è” (or sono vent’anni esatti dalla prima edizione): “l’economia pubblica è una economia gestita da qualcuno per altri, per terzi generalizzati e ignoti, e per ciò stesso un sistema economico irresponsabilizzato: chi lo controlla – il burocrate o il politico di panza – non paga mai di tasca propria, non perde il suo. […] nel contesto dell’economia pubblica chi perde può tranquillamente continuare a perdere (e anche nuocere) visto che non è mai lui che ci rimette”.

Un’economia pubblica su cui lucrano tante piccole e grandi consorterie, che, per difendersi e preservarsi, affossano ogni tentativo di rimessa in forma, o la snaturano. Buono o cattivo che fosse, dell’originario progetto di riforma resta sempre ben poco, se non ibridazioni malferme e malfunzionanti. Sono i soliti corporativismi che riemergono e, tramite veti ed emendamenti incrociati, riescono per via parlamentare a ribadire le loro quote di potere e nicchie di privilegio. Spezzoni di società dentro le istituzioni, società “civile” che si è fatta “politica”, solo nel senso che si è divisa fette di potere fiscale, di prelievo e redistribuzione delle risorse locali e nazionali. E così procedendo, un passo dopo l’altro, fino all’inabissamento di questi ultimi anni.

“Fin che la barca va / lasciala andare”, cantava Orietta Berti. E il sottotitolo del brano era, non a caso, “il grillo e la formica”… Ma qui, nella penisola, si sono viste ancor più cicale…, specie pubbliche. E il lasciar fare e il lasciar andare la spesa pubblica ci hanno portato in mare aperto e senza più uno straccio di timoniere. Ora c’è il Grillo, ma non pare quello saggio del Collodi.

Ovviamente, non tutto ciò che è privato è efficiente, non tutto ciò che è pubblico è spreco. Anche Sartori lo sa bene e lo scrive, ma la regola aurea del “proprium”, e del senso di responsabilità annessa e connessa, resta monito per ogni politica, di ieri, di oggi e di domani. Teniamone conto se si vuol evitare che la barca affondi. Oppure, visto che non c’è più concordia nazionale, salvagente in spalla e si salvi chi può! Ma sarebbe la morte della politica, ovvero la guerra di tutti contro tutti.

FONTE ORIGINALE: http://www.istitutodipolitica.it

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One Comment

  1. Dan says:

    Ah certo che se i soldi devono essere sudati del proprio, la predisposizione alla loro spesa diventa curiosamente molto ridotta.

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