Una repubblica fondata sul lavoro dipendente a tempo indeterminato

di MATTEO CORSINI

Mario Monti, lo scorso 4 luglio nel corso della conferenza stampa al termine del vertice bilaterale con Angela Merkel, ha fatto questa affermazione: “La riforma del mercato del lavoro non ha goduto di buona stampa in Italia… semplificando, le parti hanno assunto, da una parte, un atteggiamento desideroso di stravincita, e un desiderio di conservatorismo dall’altra. E quindi la riforma ne è uscita abbastanza svilita da entrambe le categorie.”

Secondo il presidente del Consiglio, mentre in Italia la Confindustria non ha saputo apprezzare i vantaggi della riforma e i sindacati si sono arroccati nella difesa più o meno dura della disciplina previgente, all’estero, e nell’ambito delle istituzioni comunitarie in particolare, la riforma stessa è stata giudicata molto positivamente. Questa osservazione di Monti non credo sia di per sé sufficiente per considerare positivamente la riforma, dato che è del tutto consueto che, almeno inizialmente, la Commissione europea valuti i provvedimenti presi da un governo basandosi sulle intenzioni più che su un’analisi puntuale del testo (questa, almeno, è l’impressione che si ha). Non credo si potrebbero spiegare altrimenti i cambiamenti di opinione che poi sopraggiungono dopo qualche tempo, magari accodandosi alla bocciatura che i mercati rendono palese con l’aumento dei rendimenti richiesti sui titoli di Stato. Spesso i provvedimenti dei governi greci sono stati apprezzati dalla Commissione, salvo poi cambiare idea. E lo stesso si può dire anche per le diverse manovre del precedente governo italiano: non venivano mai bocciate subito, e a volte neppure dopo. Fatto sta che Monti non sarebbe a palazzo Chigi se tutto fosse andato davvero bene.

Ciò premesso, che i sindacati (soprattutto la Cgil) premessero per minimizzare i cambiamenti era prevedibile; quanto alla Confindustria, il suo atteggiamento critico è stato semmai un po’ tardivo e non credo che si possa dire, come ha fatto Monti, che si lamenta perché non ha stravinto.

Venendo al contenuto della riforma, il provvedimento inizia così: “La presente legge dispone misure e interventi intesi a realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ed economica e alla riduzione permanente del tasso di disoccupazione…”. Segue una serie di obiettivi, tra cui il primo è fare del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato il “contratto dominante” in tema di rapporti di lavoro.

In effetti tra aumento del costo per i contratti a termine, ammorbidimento solo apparente della disciplina dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e norme che dovrebbero contrastare l’abuso delle partite Iva ma che, di fatto, rischiano di mettere fuori legge anche chi sceglie di lavorare da autonomo per un cliente prevalente, la riforma sembra fare di tutto per favorire il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Alla luce di tutto ciò, un amico ha giustamente ipotizzato una modifica del primo comma dell’articolo 1 della Costituzione, che nella nuova formulazione dovrebbe diventare: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro dipendente a tempo indeterminato”.

Il problema fondamentale della riforma, a mio parere, risiede nella pretesa di togliere rigidità al mercato del lavoro restringendo di fatto ulteriormente la libertà contrattuale. Questa riforma ha finito per togliere flessibilità in entrata, ma non ha sostanzialmente aggiunto flessibilità in uscita. Vietare, come avverrà nei fatti, a un titolare di partita Iva di lavorare per oltre 6 mesi all’anno per lo stesso cliente e presso i locali di quest’ultimo può forse aiutare a individuare delle situazioni in cui il titolare di partita Iva preferirebbe essere assunto come dipendente a tempo indeterminato, ma ha almeno due effetti (inintenzionali?): limitare la libertà di coloro che scelgono di non fare i dipendenti, pur avendo un cliente prevalente; produrre disoccupazione, dato che solo una minima parte delle partite Iva non volontarie saranno assunti a tempo indeterminato. E ciò sarà pressoché inevitabile soprattutto perché l’annunciata flessibilità in uscita non si realizzerà. In tema di licenziamenti per motivi economici, infatti, la versione finale della riforma lascia un grado di discrezionalità al magistrato che, considerando la giurisprudenza italiana in materia di lavoro, finirà per lasciare sostanzialmente invariato lo status quo.

Questo non è stato detto in termini così espliciti dalla maggior parte di coloro che hanno manifestato perplessità sulla riforma, anche perché è politicamente corretto sostenere che si ha piena fiducia nell’operato della magistratura. Ma se veramente ci fosse tutta questa fiducia nei giudici del lavoro, probabilmente non si dovrebbe temere che, in fin dei conti, la riforma dell’articolo 18 non abbia fatto nulla per aumentare la flessibilità in uscita.

Insomma: checché ne dica Monti, la riforma del mercato del lavoro non potrà raggiungere gli obiettivi pomposamente indicati nel primo articolo della legge, perché invece di togliere vincoli ne mette di ulteriori. D’altronde, il clima è quello che è: quando il ministro Fornero ha detto al Wall Street Journal che il lavoro non è un diritto, ma qualcosa da guadagnarsi, anche facendo sacrifici, in un altro Paese (non necessariamente liberale) nessuno ci avrebbe fatto caso, mentre in Italia è stata tempestata di critiche basate su patetici richiami a quell’intoccabile totem cattocomunista che è la vigente Costituzione.

C’è poco da meravigliarsi se poi le riforme fatte a suon di compromessi sono scadenti. E lamentarsi se qualcuno si permette di avanzare osservazioni critiche, magari brandendo l’arma della crescita dello spread come Monti ha fatto anche ieri, fa somigliare tanto l’atteggiamento del premier a quello del suo predecessore al ministero dell’Economia. L’unica differenza è che con Tremonti la stampa mainstream era critica, con Monti decisamente meno.

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3 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Questi ILLUMINATISSIMI non sanno dove vivono.

    Non sanno cosa significhino tantissime cose. Esempio certi SACRIFICI per tirare avanti.

    SONO DOTTORI o PROFF in ignoranza..!

    Oh… Senza offesa…!!

    Solo CONSTATAZIONE..!

    Perdonino il mio dire da analfabeta.

    Riverisco…

  2. Angela Maria Fascia says:

    Trovo stucchevole non ritenere la P.A. amministrazione un covo di vagabondi sopranumero, la maggior parte di loro impeigati sono grazie a concorsi truccati, a tutti i livelli, a partire dagli enti locali, anziende pubbliche, consigli di amministrazione di di inutili istitutuzioni pubblcihe create ad hoc per dare lauti stipendi a politici senza più incarichi o per favorire chi potrebbe essere utille politicamente. E’ evidente che questi ultimi possono servire alle economie locali e ai rapporti Economica locale e sindacati locali. Questi ultimi stanno dimostrando che il solo interesse per mantenere la loro sopravvivenza, non agendo ormai da oltre 40 anni nell’interesse dei lavoratori, tanto da non essere più conferedati, è quello di poter mantenere obbligatorio un tesseramento che permetta loro di sapere quante sono le persone che possono orientare politicamente in sede elettorale e pertanto ritenere di essere ancora una forza /movimento di opinione che ha il suo peso specifico. La società italiana dovrebbe imparare a non ascoltare certe sirene anche perché non solo non sono in grado di allettare nessuno, ma non stanno sussurrando nulla da anni. I lavorati dipedenti italiani attivi nel settore pubblico e privato, si sono resi conto che le aziende interinali, i contratti a progetto sono divenuti la prassi perché favoriti dai sindacati molto vicini alle cooperative rosse, alle Onlus che sono praticamente la stessa cosa ma non si può dire perché molto care alle sinistra catto/comunista e ciellina. Una volta sdoganati in sede cooperativa e onlus, perché preoccuparsi se il contratto di lavoro ottenuto da una azienda di permette di lavorare in una impresa privata ? Chi lavora seriamente odia chi non fa nulla anche perché è cosa nota anche al cittadino. Il presidente di Confindustria e la sindacalessa sono come il gatto e la volpe. Ridicoli ….

  3. Giovanni Birindelli says:

    Bell’articolo

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