Italia, Repubblica od ostello dei migranti?

garibaldi3di AGILULFO

Ci scrive un lettore: «Ma l’Italia, secondo voi, è la casa degli italiani o è semplicemente un ostello della nuova umanità migrante? Perché io dovrei essere più contento di questa Entità nazionale rispetto ad un Francese o ad un europeo dell’est o ad un extracomunitario che in qualunque modo decida di arrivare ed arrivi, con o senza il mio consenso, in questa terra? Personalmente guardando la stampa e la giustizia non lo capisco più. Quali diritti in più dei non italiani ho io? Quali precedenze? E se, come credo, le mie domande sono destinate a restare senza risposta, quale affetto particolare io dovrei dimostrare? Spero comunque che qualche colto nazional-mondialista provi almeno a rispondere ai miei quesiti».

No, caro Lettore, i nazionalisti neorisorgimentali non Le risponderanno, semplicemente per il fatto che non hanno e non possono avere risposte. Sono nazionalisti a parole, nel senso che hanno bisogno di slogan per giustificare lo status quo, per sacralizzare l’esistente e impedire ogni cambiamento. Lo stato, per costoro, non è il bene comune, la res publica, ma la greppia a cui foraggiarsi. Non per nulla gridano alla bestemmia se qualcuno osa mettere in dubbio i loro dogmi. Non difendono un’idea, ma dei privilegi mascherati da ideali. La prova?

L’ha già indicata Lei nella Sua domanda. Ci tengono tanto poco alla loro cittadinanza da essere disposti a regalarla a chiunque. Si appellano tanto alla “romanità”, ma furono proprio gli antichi Romani a caricare la cittadinanza di un valore e di un’esclusività che non poteva essere per tutti. «Civis Romanus sum», sono cittadino romano, non era un’affermazione vuota, ma la professione di fede in un’appartenenza, in un patto di reciprocità totale, che garantiva l’impegno del cittadino per la Patria comune e la piena tutela della persona e dei beni del cittadino da parte di quest’ultima.

Anche a prezzo della guerra. Il patriottismo retorico dei nastrini tricolori troppo spesso si confonde con il volgarissimo e cialtrone «ahó, quanno se magna?» che è la quintessenza di un’Italietta ben poco degna del suo straordinario passato. Avrei potuto risponderle che i mali dell’Italia di oggi, il falso patriottismo e lo svuotamento del senso di cittadinanza dipendono dalla storia, dal fatto che l’unità d’Italia è stata fatta contro i popoli d’Italia.

Avrei potuto citare Cattaneo, i grandi protagonisti di un altro Risorgimento, federalista e, per questo, messi a tacere dai poteri che l’Italia l’hanno fatta e la fanno. È una tesi ampiamente dimostrata da ricerche e studi serissimi. Ai patriottardi magnoni di oggidì gli studi storici però interessano poco. Negherebbero, come di fatto negano, anche l’evidenza. È chiaro che ci sono altri interessi in gioco. E sono interessi “indicibili”, che hanno sostituito allo sviluppo del Meridione, la meridionalizzazione dello Stato. Solo che quando il gioco si fa troppo sporco non tutti sono disposti a starci e, prima o poi, un po’ di gente comincia ad aprire gli occhi. In proposito, chiudo, citando un’altra lettera, questa volta polemica nei miei confronti, perché nel mio editoriale di domenica scorsa me la sarei presa con la Regione Sicilia che assume ventottomila precari. Che male c’è, mi chiede una lettrice. «Sciura, venga giù dalla brocca», si dice dalle mie parti. Mettiamo in parallelo le 4000 assunzioni (produttive) della Lufthansa in Germania, con le ventottomila (improduttive) della Sicilia. È evidente che i denari che servono a mantenere eserciti di impiegati siciliani e partenopei sono sottratti allo sviluppo, in tutto il Paese.

Quegli stipendi li paga il Nord, li pagano gli operai di Mirafiori, costretti a un nuovo contratto di lavoro che la CGIL definì“punitivo”, e forse non ha tutti i torti. Ma la CGIL sbaglia perché non va alla radice del problema, e infatti tace sugli abusi e gli sprechi clientelari al Sud. Se la Regione Sicilia dovesse pagarsi da sola quegli stuoli di impiegati pubblici, probabilmente agirebbe diversamente, se non per grandi ideali, magari per la semplice e intrinseca forza delle cifre. Solo il federalismo integrale impone la virtuosità dei bilanci e proprio per questo sta incontrando enormi resistenze, ovviamente indorate dal richiamo ai grandi ideali patriottici. Saranno i conti a spazzare via, implacabilmente, questa vernicetta inconsistente, perché la vacca non può più essere munta, è esausta, e, se si prosegue di questo passo, è destinata a morire. La Sicilia, Napoli, Roma assumono: contratti parastatali, praticamente intoccabili. Perché la Sicilia deve avere il doppio degli impiegati di Lombardia o Veneto? Perché i consiglieri regionali siciliani devono guadagnare molto più dei loro omologhi settentrionali? Perché la Puglia di Vendola regala indennità milionarie ai propri consiglieri regionali?

Quanto costano il clientelismo e questa burocrazia elefantiaca? Quanti posti di lavoro, produttivi, si potrebbero creare, anche in Sicilia, anche a Napoli, con i fondi così sottratti allo sviluppo? Il Nord intanto tira la cinghia e continua a pagare per loro, senza che nessuno assuma i suoi precari. Il senso di appartenenza a una patria si misura nel momento dell’emergenza, quando il nemico è alle porte. Il nemico, oggi, sono la crisi economica e il mondialismo, due volti dello stesso problema, in una contraddizione insanabile che non potrà non esplodere, quando, finalmente, anche a livello di massa si comincerà a capire che il re è nudo.

 

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