Italia, nel paese dei debiti si continuano a fare debiti

di CLAUDIO ROMITI

Come è noto tutti i maggiori istituti internazionali (ultimo in ordine di tempo il Fondo monetario internazionale) stimano il deficit italiano ben sopra il fatidico 3% accettato dal Paese di Pulcinella – dunque non imposto con la forza dall’Europa – quando sottoscrisse il famoso trattato di Maastricht.  Un margine, occorre sottolineare, che per noi risulta fin troppo ampio, considerando il colossale debito pubblico e la oramai cronica propensione alla decrescita, quanto felice non saprei dire.

Tuttavia è assai probabile che i vertici finanziari dell’Ue, dovendo fare i conti con l’universale spinta keinesiana, abbiano garantito ai propri membri un certo spazio di manovra per il cosiddetto deficit spending; condizione da riequilibrare in seguito con manovre di espansione monetaria eseguite dalla Bce. In pratica è come se si fosse voluto tacitamente indicare alla politica locale di vivere al di sopra delle proprie possibilità entro una soglia la quale, pur compensata con aumenti surrettizi della liquidità complessiva, non facesse esplodere il fenomeno dell’inflazione.

D’altro canto, nonostante la crisi in atto, il 3% per la patria dei santi, dei poeti e dei navigatori – occorrerebbe aggiungere anche i venditori di fumo – costituisce un gruzzolo non indifferente che sfiora i 50 miliardi di euro. Eppure i nostri politici di ogni colore e schieramento, tutti rigorosamente keynesiani per interessi di bottega, lo considerano insufficiente. Persino i presunti liberali del Pdl non fanno altro che protestare la loro indignazione nei confronti di una Europa che non ci consente di largheggiare coi soldi degli altri, sebbene ci si trovi sulla polveriere di un debito pubblico che ha superato il 130% del reddito nazionale; quest’ultimo in gran parte prodotto nelle regioni al di sopra della linea Gotica.

Ovviamente, al pari dei loro colleghi di governo del Pd, non avendo la benché minima intenzione di imbarcarsi in assai impopolari iniziative finalizzate a tagli consistenti della spesa (non certamente come quelli finti del loro ex-compagno di partito Tremonti, basati su una surreale riduzione di incrementi di spesa gonfiati a tavolino) e volendo passare per strenui oppositori di nuovi aumenti delle tasse, costoro vedono nell’incrementi del deficit l’ultima spiaggia  prima di arrendersi al catastrofico fallimento politico, economico e finanziario di questa democrazia di marionette. D’altro canto, alibi europei o meno, se dovesse prevalere l’irresistibile tentazione dei deficit eccessivi ci penseranno i mercati a bastonare duramente gli eventuali irresponsabili al timone. A quel punto l’opzione ritorno alla liretta, tanto auspicata da una moltitudine di sprovveduti titolati, rappresenterebbe l’unica àncora di salvezza, si fa per dire, per un Paesello destinato a tornare ai fasti della vanga e dell’aratro.

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4 Comments

  1. caterina says:

    ma ci dobbiamo preoccupare noi? se Napolitano si permette di aggiungere ulteriori milioni di debiti per costose onorificenze di nomine a senatori a vita, cosa stamo qui a preoccuparci?

  2. Andrea Pellis says:

    Quanta malafede ci vuole per sostenere che sia meglio restare nella dittatura neuropea? L’autore di questo (per il resto condivisibile) articolo riesce a dormire la notte? O forse è uno dei pochi che da questa dittatura riceve qualche briciola?

  3. Albert Nextein says:

    Cercano sei miliardi entro fine anno.
    Fassina ha detto che se si guarda capitolo per capitolo la spesa pubblica di 800 miliardi non si riesce a trovare un ambito nel quale risparmiare.
    Secondo lui è già stato raschiato tutto.
    E’ evidente che le scelte economiche e monetarie governative vengono prese esclusivamente su basi demagogiche.
    E così sarà per il futuro.

    Da come la vedo io si possono alienare immediatamente le aziende e le azioni in mano al sistema pubblico anche periferico.
    Mi risulta che Finmeccanica possa valere circa un miliardo.
    Enel, Eni, etc. Via, vendere tutto, senza neppure tenere la Golden share.
    Cosa me ne frega a me se il comune ove abito ha il 25% dell’aeroporto vicino, oppure la regione ha un’azienda di trasporti pubblici in deficit?
    Alitalia cosa ha insegnato?

    Devono vendere azioni, aziende, oro, arte nei sotterranei dei musei.
    Poi il resto, come immobili, terreni, demanio, etc.

    Naturalmente saranno somme una-tantum, se non viene rivoltato come un calzino il welfare state, riducendolo al minimo o abolendolo.

    Privatizzazioni massicce.

    E’ la solita proposta liberale che nessuno ascolta, per pure ragioni ideologiche e demagogiche socialiste.

    I soldi non ci saranno più davvero quando la gente non potrà più o non vorrà più pagare le tasse.
    Io, in merito, mi sto già adeguando.

    Non posso sentire ,infatti, uno che incassa 15mila€ al mese per non fare un tubo, o per attentare alla mia libertà e ai miei soldi, che dica simili falsità.
    Inizi lui a autoridursi da 15 a 7mila al mese ,sempre troppi, il salario pubblico.
    Lì si può risparmiare, già da ora.

  4. Tito Livio says:

    Ah i miti…

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