Una nazione è comunità di interessi. L’Italia non lo è

di GIOVANNI MARINI

Partiamo da una premessa. Consideriamo chiuso ogni tentativo di cercare una soluzione ai problemi che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana hanno ad oltre una decina d’anni dalla nascita della prima e dall’adesione della seconda. Lo consideriamo chiuso perché, come in un progetto malfatto, i tentativi di rimediare ai difetti danno risultati peggiori dell’originale. La Repubblica come l’Unione sono prototipi da cui bisognerebbe trarre informazioni per procedere alla loro riprogrammazione ed al loro smantellamento nel tempo più breve possibile. Bisogna fare ciò che fecero i fondatori della Repubblica italiana quando capirono che il Fascismo stava per essere sconfitto dalla storia: pensare e progettare qualcosa di nuovo.

La Repubblica Italiana è il risultato storico di una ricomposizione nazionale successiva alla seconda guerra mondiale ed alla sconfitta del Fascismo. La Costituzione, che sta alla base della sua definizione, è il suo proseguimento penitente. Penitente perché pur riproponendo la parte peggiore del Fascismo, in estrema sintesi l’egemonia dello Stato, ne perde i principi ispiratori, prendendone le distanze, che della penisola ne facevano una nazione: la cultura patriottica. Il Fascismo, infatti, è l’ultimo rantolo che ha inciso nel mondo Occidentale come proprietà degli italiani, della loro avanguardia culturale rivoluzionaria, riconoscibile nel Futurismo, dalla sua architettura inconfondibile, del gusto dell’estetica e del carattere forte delle sue tradizioni, sia contadine che industriali.

La Costituzione italiana abbandona gli italiani per essere indefinitamente pluralista perché è la risultante delle forze ideologicamente schierate dei suoi estensori. Un vettore spingeva per la scelta occidentale democratica, l’altro per il comunismo internazionalista e per la dittatura del proletariato. E così smette di essere Nazione per trasformarsi in uno Stato che degli italiani non conserva alcun carattere, ma si presta ad aprirsi alle ingerenze americane e sovietiche contemporaneamente. Non è l’espressione della comunità degli italiani, ma quella dei suoi vertici politici che li volevano e li vogliono trasformare in qualcosa di diverso.

La Costituzione italiana è così priva di personalità sociale che potrebbe essere la costituzione di qualsiasi nazione della Terra che abbia un passato da dimenticare.
L’Italia, che poteva essere una comunità d’interessi omogenei, si è rivelata antagonista a se stessa in ragione di una scelta politica che non poté esprimersi per la debolezza dell’impianto istituzionale che aveva predisposto, per generare quel futuro perso nei fallimenti dei modelli di riferimento.

Una Nazione è una comunità di interessi, a cui io aggiungo omogenei per rafforzare il peso delle diversità che chi esprime interessi comuni è tenuto a far convivere.
Una carissima amica mi rimprovera questa aggiunta, omogenei, perché sostiene: “Il termine “omogeneo” è una resa alla incapacità di fronteggiare le difformità che esistono in natura e che non si possono sopprimere: aggirare gli ostacoli è rassicurante ma mai risolutivo”; oppure: “se non fosse per quell’omogeneo che mi sa tanto di omologato“. Non riesce ad intuire che la diversità, negli esseri umani, è un comportamento uniformemente diverso da altri individui senza il quale la diversità non è riconoscibile e, dunque, inaccettabile. Alle culture italiane si è imposto il senso di appartenenza come collante nazionale, tramite la retorica di Stato veicolata dalla scuola pubblica e lo si è applicato coartandolo con la colonizzazione, con l’immigrazione interna, con la leva militare, nel tentativo di distruggere quelle diversità che avevano fatto della penisola il centro dell’arte e della scienza al pari, ed a volte superiore, di altre nazioni occidentali. In questo senso il senso di appartenenza è l’omologazione di un carattere italiano che non esiste se non nelle fantasie perverse degli ideologi del secolo scorso.

Quale nazione è più impermeabile e più equidistante dal mondo che la circonda della Confederazione Elvetica? Eppure nel mondo nessuna nazione ha l’autocoscienza della diversità in una forma così perfetta, che si sviluppa in una dignitosa convivenza tra popoli diversi, per lingua, religione, cultura. Scrivo dignitosa per epurare la proposizione dalla retorica che potrebbe confondere. In Svizzera c’è un detto, che è l’ingrediente del successo di questa ricetta: per convivere conviene non capirsi.

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5 Comments

  1. Veritas says:

    Sono totalmente d’accordo con quanto scrive Marini. La attuale costituzione è superata ma sono soltanto un paio di giornalisri liberali che sostengono questo.
    Purtroppo essa viene osannata in continuazione sia dal Presidente della Repubblica sia dall’attuale classe politica

  2. Claudio Franco says:

    La Nazione non è una comunità di interessi. E’ una costruzione teorica ideale inesistente nella realtà.
    Lo Stato e la Nazione vanno di pari passo perchè fa comodo a entrambi. Lo Stato ha un elemento “unificante” e quindi rafforzante, la Nazione ha un apparato utile a imporre sè in maniera pervasiva.
    Prima ci libereremo del concetto di Nazione, e qui parlo della mentalità, prima potremo utilizzare quello di Stato nella sua forma pura, di mero strumento e non di fine.
    Allora, più che di Nazione parlerei, come ebbe a dire Oneto, di Comunità (Miglio, come al solito avanti anni luce, parlava addirittura di “convivenza”, mi si corregga se sbaglio). E i conti tornerebbero. Se gli interessi non fossero comuni, come potrebbe costituirsi una unità dalla pluralità, tralasciando un’imposizione forzata?

    • Giacomo says:

      Totalmente d’accordo con Claudio Franco. No a tutti i nazionalismi. L’identità alla quale ci appelliamo è ormai rarefatta. Una nuova identità può scaturire oggi sulla base del concetto di autodeterminazione. Una comunità lombarda indipendente si distaccherebbe ben presto dalle abitudini prese a causa della sua stretta dipendenza dalla melma italica. Così facendo farebbe emergere la sua naturale propensione alla ragionevolezza e al consociativismo.

      Perché questo si realizzi occorre che la Lombardia indipendente nasca come sistema federale imperniato sulla sovranità inalienabile dei cittadini sui governanti. La classe dirigente lombarda ha mostrato chiaramente di voler anteporre gli interessi particolari a quelli generali. La cittadinanza lombarda, comunità per comunità, dovrebbe necessariamente comporre interessi diversi deliberando in direzione dell’interesse prevalente. Sarebbe un ordinamento fondato sul primato della periferia sul centro, e sul primato del buon senso sulla cupidigia.

  3. Unione Cisalpina says:

    kome kontestualizzare il tutto !? … ki deve prenderne koscienza !? … xkè ciò non succede !?

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