Italia, il Paese più antimoderno d’Europa

Roma-CastelSantAngelo-part1di ROMANO BRACALINI – L’Italia è forse il Paese più antimoderno d’Europa. Il Paese che come certe collettività marginali dell’Est europeo vive col pensiero eternamente rivolto al passato. Si dice, non senza ragione, che in Italia, fragile
entità di popoli divisi, un regime eredita l’altro, senza quasi scartarne nulla, così che nulla si rinnova perché nulla viene eliminato e destinato all’archivio della storia.
Un confronto, anche appena accennato, con la Francia o con la stessa Spagna, uscita da un lungo letargo, ci relega nella schiera ultima dei Paesi che non hanno ancora chiuso i conti col passato. Uomini politici che a Madrid o a Parigi sono un ricordo, quando non un bassorilievo d’ossequio marmoreo, in Italia sono ancora vivi, attivi e vegeti. Calcano le scene della politica matusalemme che inaugurarono il Parla-mento repubblicano nel 1948, all’indomani della sconfitta della monarchia complice del Fascismo e della disfatta militare.
Le ideologie totalitarie, mai accolte nel mondo civilizzato, trovano qui ancora migliaia di adepti e di seguaci raccolti sotto le scalcinate e logore bandiere dell’odio; e dove può capitare se non da noi che per la festa della liberazione, 70 anni dopo, si rinfocoli l’odio atavico nell’antitesi Fascismo/antifascismo quando il comune denominatore è il medesimo istinto di sopraffazione e di violenza fascista? Che altro sarebbero le frange estreme della sinistra antagonista, ora normalizzata dal “nuovo” che avanza, se non gli stessi sputati epigoni del vecchio squadrismo fascista degli albori? Che altro sarebbero le dimostrazioni d’odio politico antisemita, col rito beota delle bandiere israeliane date alle fiamme,  se non la ripetizione pedissequa di un quadro di violenza fascista dipinto di rosso?

C’è alla base di tutto questo, un equivoco storico che va spiegato. L’anomalia parte da lontano. Ci soccorre Ma-chiavelli che per primo aveva capito che la sola unità possibile l’aveva fatta la Chiesa cattolica romana, la quale non permise secoli
dopo che altri la facessero contro il suo desiderio di secolare dominio egemonico. Il Risorgimento si risolse in un conflitto di poteri, che altrove sarebbe stato inammissibile. Il guaio è che in Italia la Chiesa dominava non solo le coscienze, ma s’era fatta potere temporale, governo sulla terra, Stato teocratico assoluto e vessatorio. Era la Chiesa della Controriforma che combatteva l’”errore” e l’apostasia con i tribunali crudeli dell’Inquisizione, con i processi senza pubblicità e senza difesa, col taglio della testa senza prove. A Roma il marchio dell’assolutismo è impresso su ogni pietra.

Dirà Ferdinand Gregorovius, il grande storico tedesco di Roma: «Nel luogo più putrefatto della sto-ria si viveva come nel sogno». Il cinismo cattolico trasmigrò nella prassi politica e di governo fino ai nostri giorni. Il metodo della controriforma contrassegnò le ideologie moderne che amavano presentarsi come rivoluzionarie, nella realtà delle cose italiane ogni regime che si affermava era reazione, violenza, abominio. Il Risorgimen-to liberale che intendeva abbattere l’arbitrio,
l’assolutismo e le tentazioni egemoniche di un Cattolicesimo antimoderno venne scon-fitto dalla ragion di stato, non ebbe né agio né tempo di formare una corrente politica di stampo liberale, moderna, europea. Dal con-nubio clerico-reazionario tra Stato e Chiesa prevalse l’istinto della controriforma, che è diventatata una costante della vita politica italiana. La paura latente di perdere il potere e di soccombere al “nemico” convinse tutti i
governi a rinviare le riforme e a lasciare inalterata la forma e la condizione dello Stato.

La cautela come forma consigliata per durare fu la sigla e il vanto di ogni governo. Nella lotta tra gli opposti estremismi non poteva che vincere chi dei due si sarebbe mostrato più forte. Ma da una guerra emerge la fazione rinnovata. Dalla violenza nasce altra violenza. Una classe liberale moderna basata su concetti di civiltà in Italia non si è mai affermata. Non ce ne fu il tempo perché una democrazia liberale non si inventa dall’oggi al domani. Lo Stato italiano nasceva piuttosto da un calcolo di re e principi ambiziosi e da una prova di forza militare con tutte le astuzie della diplomazia e dei patti di alleanza. Non ce ne dobbiamo meravigliare. In Italia la ragione si è sempre basata sulla forza e sulla violenza. Ha ragione chi urla di più. Il deficit di democrazia liberale che lamentiamo trova il suo fondamento storico in questo retroterra di confusione, di manicheismo e di sostanziale arbitrio.
Il Fascismo non fu forse il regime più adatto agli italiani? E la Chiesa non trovò conveniente venire a patti col Fascismo nella comune avversione della libertà di coscienza? Il panorama politico di fine Ottocento, che quasi immutabilmente riflette quello d’oggi, si presentava così diviso. Da una parte una Chiesa arroccata nel proprio rifiuto, incapace di digerire la formula cavouriana: «Libera chiesa in libero Stato», che sola le avrebbe reso un ruolo di dignità e di modernità, come poi avvenne con la caduta del potere temporale dell’ultimo Papa-re. Dall’altra lo schiera-mento dei nuovi partiti “rivoluzionari” e popolari, non di origine risorgimentale, come il socialista che avrebbe costituito la matrice del fascismo e del comunismo. Tutte queste forze illiberali, compresa la Chiesa che forniva il miglior esempio di reazione istintiva alla modernità e alla democrazia, mantenevano un precario equilibrio guardandosi in cagnesco, l’un contro l’altro armati, senza volgere
lo sguardo altrove che alla propria cadrega, ciò che condannava il Paese a un’eterna attesa, all’immobilismo politico, all’inerzia del Parlamento, sempre ostaggio delle fazioni estreme, e, in una parola, allo stile italico della “controriforma”. Un regime ereditava l’altro e non cambiava nulla, ogni governo aveva solo la preoccupazione di durare e durava di più (anche se durava poco) quello che non faceva nulla, perché nel fare qualcosa si rischiava di sbagliare e di pagarla cara.
La Dc ha governato per mezzo secolo con la sola preoccupazione di far da argine al comunismo. Nel frattempo l’Italia invecchiava, perché nessuno faceva nulla. Le nostre autostrade, le nostre ferrovie, i nostri servizi di base sono i peggiori d’Europa. La Spagna, partita con mezzo secolo di ritardo, ci sta superando. Perfino il Portogallo ha fatto più progressi di noi. Perché? Ma perché i partiti italiani che vanno al governo spendono tutto il loro tempo, non a governare, bensì a combattere i partiti “nemici” dell’opposizione. E così, siamo arrivati ai nostri giorni. In piazza si va armati contro il “nemico”, che cambia di volta in volta ma è sempre lo stesso, e se il nemico non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Non c’è la regola dell’alternanza che vige in un sistema costituzionale liberale, ma l’istinto della presa del potere propria degli assolutismi che ignorano la prassi liberale. Può meravigliare che l’Italia sia entrata nel terzo millennio con la mentalità politica del-l’Ottocento e con partiti che si sono formati sulle dottrine politiche di due secoli fa? La frase rivelatrice del clima di guerra civile che vige in Italia da quasi un secolo la pronunciò il verde-rosso Pecorario Scanio, degno epigono del pensiero totalitario travestito da metodo Montessori. S’era appena conclusa una adunata oceanica per il 25 aprile in piazza del Duomo a Milano, e Pecoraro disse ai microfoni dell’Eiar: «Oggi festeggiamo la liberazione anche da
Berlusconi». Idealmente, la fronte bassa del ripetente, me lo sono immaginato che imbracciava il kalashnikoff, come un piccolo Zarqawi del Cilento, con le mozzarelle al
posto delle bombe a mano.

(da Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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3 Comments

  1. RENZO says:

    Niente di nuovo sotto il sole… anche quello delle Alpi….
    Penso che ormai solo la Corea del Nord è… forse… peggio dell’itaglia… è del vaticano…
    Schiavi di roma Iddio ci creò…
    Iddio ha di meglio da fare… tantomeno creare schiavi
    WSM

  2. ric says:

    Analisi storicistica precisa e grande incipit al senso compiuto di liberalismo moderno mancato .
    Le concause evidenziate mettono in rilievo gli effetti e per cotanto marciume pare al fine una categorizzazione che in politichese mette il coperchio tombalmente sulla sommatoria di ideologie nefaste . Certamente , ma il male è pure altrove , allora come mai solo nel coacervo perdura coazione tanto nefasta ostacolo perenne alla evoluzione ?
    Poi nel finale la citazione al Pecoraro che decreta inequivocabilmente il focus al vulnus sottinteso e timidamente implicitato .
    La scienza dice la sua con l’approfondimento genetico , l’antropologia con quello razziale , la storia con l’analisi oggettiva ;
    Chi vuole indipendenza e conseguente libertà ha consapevolezza profonda , direi quasi istintuale da dove e cosa sia male , come l’animale quello del pericolo , come l’odio e arretratezza la puzza del “Pecoraro”.

  3. caterina says:

    desolante fotografia dell’immobilismo italiano, che non trova sbocchi se non va all’origine di tutti i mali… che fu la maledetta operazione cavourriana dell’unificazione italiana, secondo quanto concordato con gl’inglesi i quali miravano politicamente alla Sicilia, senza poi averla, e alla sconfitta di un Papa re di un regno mondiale che non stava bene alla massoneria…
    Errore strategico che si poteva evitare se i Savoia fossero stati più consapevoli e non avessero portato poi la capitale a Roma… anche loro, come novelli Napoleone, ne subirono l’attrazione fatale…
    Ma Roma è la cloaca massima che inghiotte tutto e tutti dopo averli stregati… e continua a farlo, senza che nessuno riesca a sottrarsi alla forza malefica della sua magia…
    Cadde l’impero romano e sulle sue ceneri lo sostituì un impero religioso che ne conservò la memoria e ne potenziò la forza attrattiva…
    A ripensare la carrellata dei secoli e dei potentati, emerge come straordinaria eccezione la Serenissima Repubblica Veneta che saggiamente e strenuamente difese la sua particolarità resistendo ad ogni tentativo di omologazione ai poteri che per 1300 anni ebbe di fronte, costringendo al rispetto della sua libertà papi e imperatori.
    Purtroppo il ciclone Napoleone sconvolse tutta l’Europa e, nonostante tutti i movimenti, tutte le ideologie, tutte le guerre, tutti i progressi scientifici e tecnologici, tutte le affermazioni di diritti individuali e collettivi, il mondo occidentale non ha ancora trovato un metodo per consolidare nella pratica la possibilità di una convivenza pacifica dei popoli senza privarli del diritto di essere se stessi e di progredire in pace secondo le proprie aspirazioni e nel rispetto della propria storia.
    Siamo ancora qui a cantare schiavi di Roma e chissà fino a quando…
    Io che sono veneta, canticchio in silenzio Judita Triumphans e spero …
    Intanto però mi sono procurata la carta d’identità della Repubblica Veneta… forse a breve chi lo sa la potrò usare!

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