Italia divisa tra Magna Grecia e Celti. E Roma esporta solo stracci e antichità: parola dello storico Jules Michelet

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di ROMANO BRACALINI – Nel 1831, il grande storico della Rivoluzione francese Jules Michelet, in un aureo piccolo libro, dal titolo “Introduzione alla storia universale”, tracciava un profilo delle grandi nazioni d’Europa: dalla Germania filosofica e mistica, alla Francia rivoluzionaria e razionale, all’Inghilterra empirica e padrona dei mari; quanto all’Italia, dopo “la meravigliosa leggenda del Medio Evo”, aveva perduto ogni primato ed era decaduta in Europa al rango di paese marginale, frammentata e divisa al suo interno da stirpi diverse e inconciliabili, con tratti del carattere e del costume rimasti inalterati nei secoli.

Il greco di Calabria, il celta di Milano, non sono più lontani l’uno dall’altro del figlio dell’aspro Sannio e quello della morbida Etruria. Questa diversità di province e città si esprime con la derisione reciproca,  con la creazione di una maschera locale,con l’opposizione del bergamasco Arlecchino e del Pulcinella napoletano. In terre del genere, ci sarà una giustapposizione di razze diverse, mai intima fusione.

La povera Italia è poco cambiata, osserva ancora Michelet, e questa è la sua rovina. Un quadro che non si discosta molto dall’Italia d’oggi e ci aiuta a comprendere meglio il presente.

Nelle campagne stesso sistema di coltura. L’aratro è lo stesso descritto da Virgilio. Napoli è sempre greca. I napoletani sono sempre rumorosi e grandi parlatori. Napoli è una città d’avvocati. Nel meridione l’idealismo, la speculazione e i greci; nel nord il sensismo, l’azione e i celti.

L’Austria voleva “germanizzare” la Lombardia, ma i lombardi erano “tedeschi” italianizzati.

La guida dell’Italia,  che anticamente era nel meridione,nella Magna Grecia, era passata al nord e oggi si trova in Romagna, nel milanese e in Piemonte, le parti celtiche d’Italia.

I carpentieri, i falegnami, i venditori ambulanti, i muratori, vengono da Novara, da Como, da Bergamo. Stessa continuità nelle province del centro, a Roma e in Etruria. L’Italia è il paese delle tradizioni e della continuità storica. Questa provincia, dice Machiavelli, con la forza e la gravità che gli sono consuete,”pare nata a risuscitare le cose morte”. L’autentica vocazione del romano è l’azione politica. Non potendo più agire, sogna. Osservate questa stirpe monumentale nelle strade e nelle piazze, sarete sorpresi della sua fierezza, o meglio della sua alterigia e tracotanza plebea.

Il romano è sboccato, saccente, irridente, per niente al mondo farà un lavoro servile. Devono venire degli abruzzesi a mietere il grano o a riparare le strade, dei bergamaschi a fare i lavori più ingrati e pesanti; sua moglie non si degnerà di rammendare i buchi del suo mantello; ci vuole un ebreo per accomodarli. Le uniche cose che Roma esporta sono la terra, gli stracci e le antichità. A Roma ci sono più mendicanti che in qualsiasi altra città d’Europa, si calcola non meno di 70.000, quasi la metà della intera popolazione dell’Urbe.

Il romano di oggi mendica nobilmente.Si ciba sempre di maiale.

Nell’Agro romano non si allevano bovini a causa della malaria. La stessa aria di Roma è malsana e farà scappare re Vittorio Emanuele II al suo primo arrivo in città nel 1870. Ad ogni offesa il romano risponde con il coltello. Non lo abbandona mai. La coltellata è un gesto naturale e frequente a Roma. Dovreste vedere con che gioia furibonda incita con il fuoco il cavallo da corsa. Il suo grido carnascialesco è un grido di sangue e di livellamento: “Morte al monsignore! Morte alla bella principessa!”, come un tempo gridava forte: “I cristiani ai leoni!”.

E bisogna anche dire che l’aria di questa città ha qualcosa di tempestoso,d’immorale e di frenetico. Un’analogia ancor più triste tra i tempi antichi e i tempi moderni,è l’abbandono dei dintorni di Roma e in generale delle campagne italiane. Il deserto di Roma, isolata dalla terra come Venezia tra le acque, è il triste simbolo dei mali prodotti dalla vita urbana.

E’ questa Roma, cinica e indifferente, che sarebbe diventata la capitale del nuovo stato, senza avere i meriti storici delle grandi capitali europee, da Londra a Parigi. Nella profezia di Michelet, l’Italia non sarebbe mai diventata una nazione moderna: le mancava un disegno comune e condiviso; la sua lunga disorganizzazione, la sua debolezza di carattere, la sua corruzione politica come metodo di governo, il suo scarso senso civico, costituivano una contraddizione e una remora al suo sviluppo civile,e la vincolavano al suo peggior passato di obbrobrio e di servitù. Senza speranza di redenzione.

 

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3 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Gli esempi ci sarebbero ma… meglio voltarsi dall’altra parte per non vederli.
    Aho, faccio come fanno gli italiani che citano, dell’estero, solo quello che fa comodo a loro e alla loro continua se non infinita PROPAGANDA per l’UNA e INDIVISIBILE.
    .
    Dall’ANSA: “In Turchia altre maxi-purghe: cacciati oltre 40 mila statali”
    .
    Uhei: basta COPIARE..!
    .
    Ah si, adesso c’e’ il terremoto… e ne sbarcano sempre di piu’ di INVASORI mantenuti DA SUBITO PERCHE’ STATALI tout court.
    .
    At salüt kompagni.
    PS:
    peggio della PESTE NERA…

  2. Padano says:

    Che nazione di m…

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