Italia, baciamo le mani

usura117 di GILBERTO ONETO –   La Rochefocault aveva scritto che «l’ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù» ma non conosceva la Repubblica italiana altrimenti si sarebbe messo a dissertare sull’ipocrisia fine a sE stessa, eletta a sistema di vita o, tutt’al più, quale paravento di vizi peggiori. Qui si fa finta di credere che la Repubblica sia fondata sul lavoro, che la legge sia uguale per tutti, che i cittadini eleggano liberamente i propri rappresentanti e che il potere appartenga al popolo. Qui si fa finta di credere che nelle scuole si istruiscano
i futuri cittadini, che nelle università si faccia cultura, e nella stampa e nella televisione si faccia informazione; si finge di credere che negli ospedali si curino tutti i malati con lo stesso impegno e che nei tribunali si giudichino tutti i cittadini con lo stesso rigore e senso della giustizia.

Qui si fa finta di credere che il Parlamento sia composto da rappresentanti che fanno gli interessi di chi li ha eletti, che le guardie catturino i ladri, che lo Stato stia in piedi per fare il bene dei cittadini. Qui si fa finta di credere che l’Italia sia una nazione, che tiene insieme gente che ha la stessa storia, le stesse origini, la stessa cultura e la stessa tradizione, che i suoi confini siano sacri perché apposti dal Buon Dio, che la sua storia sia un rosario di vicende patriottiche ed edificanti.

 

L’ipocrisia per sopravvivere deve creare connivenza e si deve abbigliare con vuoti formalismi. Serve che almeno una parte della comunità viva e si arricchisca sulla finzione: non serve neppure che sia maggioritaria, è sufficiente che gestisca i mezzi di informazione e di formazione della pubblica opinione, le leve del potere effettivo e i cordoni della borsa. Se le servono i numeri, si distribuiscono briciole di potere e di ricchezza (i “panem et circenses”) oppure si convincono i più tarlucchi che questo è il migliore dei sistemi possibili. Se qualcuno apre gli occhi e si ribella, la reazione è sempre la stessa: la carota della parziale associazione al potere e della distribuzione
di qualche prebenda, e il bastone della repressione e della colpevolizzazione. La nostra storia più recente è piena di gente messa fuori dal cosiddetto “arco costituzionale”, di cittadini da emarginare perché sono extraparlamentari, anarchici, razzisti, secessionisti…

 

Il tocco finale, il rifinimento estetico dell’ipocrisia, è però costituito dai formalismi. Questo è il paese delle eccellenze, eminenze, dei dottori, onorevoli, professori, egregi, illustrissimi, signoria vostra e vossia. Quello che conta è la forma e non la sostanza. Nell’Esercito italiano si devono chiamare “signor” i superiori dal maresciallo in su, e si rischia la punizione se si dà del signore a un sergente maggiore;
sugli attenti il dito medio deve stare scrupolosamente appoggiato sulla cucitura dei pantaloni: non importa se si perdono tutte le guerre, se migliaia di neghittosi rapinano uno stipendio e molti di loro anche magazzini e furerie. Quel che conta è la forma. Nel Parlamento italiano ci sono passate in quasi centocinquanta anni tantissime persone per bene, ma anche frotte di ladri, mafiosi, delinquenti, bugiardi, manganellatori e pistoleri rossi e neri, corrotti e corruttori.

 

Non si fa distinzione: al buio tutti i gatti sono bigi e dietro il paravento del formalismo buoni e cattivi sono tutti uguali. Così, dietro a un balletto cicisbeo di inchini, “onorevoli colleghi”, “signor presidente”, grisaglie anglosassoni e rigatini alla Al Capone, si confondono onestà e criminalità, ideali e furberie, bru bru e gente che ci crede, rappresentanti del popolo e quelli delle cosche, delle logge e della corbeille di Piazza Affari. La bandiera, la foglia di fico di questa fiera dell’ipocrisia, è ovviamente definita dalla Costituzione, ma il simbolo più immediato è la cravatta che i componenti maschi del Parlamento devono sempre portare a “onor del gozzo”. Lo impone il Regolamento e i presidenti di turno delle assemblee si degnano di regalarne (con i nostri soldi) eleganti esemplari a chi se la dimentica o non la porta allacciata al modo giusto. Magari in quell’illustre cantiere non si costruisce proprio sempre il bene del popolo sovrano, ma è importante che il nodo scapino sia perfetto.

 

È anche piuttosto divertente che questo segno di patrio formalismo sia un oggetto che ha una storia così poco patriottica come la cravatta, che è nata come una sorta di foulard che gli ussari croati (Crovatti) al servizio della Serenissima (e poi di altri eserciti) si allacciavano al collo per impedire alla polvere di penetrare sotto il giubbotto. Forse sarebbe più patriottico obbligare i parlamentari a presentarsi con un poncho garibaldino, una camicia nera o una maglietta (azzurra) con il Che.
Nei tribunali imperversano toghe, tocchi ed ermellini: ci siamo risparmiati le parrucche bianche solo per un tardivo sussulto di giacobinismo; in ogni caso è piuttosto raro che qualcuno entri in quelle aule imbaldanzito dalla certezza del diritto e ne esca appagato nella sua ricerca di giustizia terrena. Tutti noi siamo naturalmente poco propensi a dare credito a chi si presenta con le chiome unte, gli abiti lerci e strati di morchia dietro le orecchie, ma tutti noi dovremmo anche rizzare per bene le antenne quando abbiamo a che fare con
qualcuno perennemente “vestito della festa”, circondato da effluvi di dopobarba e con il nodo della “cravatta” privo di ogni pur minima asimmetria.

 

Il Diavolo si presenta sempre con un aspetto accattivante. Quelli che ci fregano sono vestiti bene, hanno la giacca di marca e la camicia su misura, sono imbellettati e incipriati, si circondano di estetiste (contro l’invecchiamento della pelle), di coiffeur (per il riportino) e di nani e ballerine (per i minuti piaceri). Ma soprattutto hanno il suggeritore, il ghostwriter e il portavoce: parlano forbito, spesso con accento classico, ma sempre politicamente corretto.

(da “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. Giancarlo says:

    Non posso commentare questo scritto di GILBERTO ONETO perché se lo facessi sarei un ingrato verso colui che lo ha concepito. E’ perfetto, vero, pregnante e infinitamente “devastante”.
    Lo stampo subito e lo tengo in evidenza perché questo scritto è vera Università Giornalistica.
    Grazie di tutto Gilberto !!!
    WSM

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