ISLANDA, IL DOPO CRACK E I DESTINI INCROCIATI DEI LEADER

di SALVATORE ANTONACI

L’immagine schizofrenica della piccola Islanda in questo tribolato scorcio di inizio millennio è ottimamente rappresentata dal destino contrastante di due uomini politici ambedue appartenenti all’ Independence Party, formazione conservatrice al potere per decenni e solo da poco tempo rimpiazzata alla guida dell’esecutivo da una coalizione di sinistra.

Mentre, infatti, l’ultimo Premier dell’IP Geir Haarde vive l’inusitata esperienza di un processo a suo carico per la catastrofica gestione della crisi finanziaria del 2008-09 che ha messo in ginocchio il paese, il Presidente della Repubblica Olafur Ragnar Grimsson (che di Haarde era perlappunto collega di partito) viene ricandidato a furor di popolo alla medesima carica per un ulteriore mandato.

Il crollo delle tre principali banche private islandesi, Kaupthing, Landsbanki e Glitnir molto deve, per la verità, al crack di Lehman Brothers, emblema di quella finanza spregiudicata che tanto alimento ha tratto dalle demenziali politiche espansive della Federal Reserve e del Congresso americano. Una crisi di importazione, dunque, ma nel contempo una colossale sottovalutazione del rischio ed una culpa in vigilando esiziale da parte del governo. Tanto più grave se si considera che, da sempre, l’IP si attribuiva il ruolo di rappresentante e portavoce di un capitalismo sano e dal volto umano in un paese aduso a vivere quasi unicamente dei proventi derivanti dal turismo e dalla pesca. Ecco i motivi della rabbia popolare culminata in un assalto simbolico, per fortuna totalmente incruento, all’Althingi, il parlamento locale, evento che segnò l’ inizio della fine politica di Geir Haarde.

Ora, a distanza di tre anni, è giunto il momento di rispondere alla giustizia: le responsabilità maggiori di quanto accaduto, è bene ribadirlo, esulano dal ristretto ambito isolano, ma l’aver permesso che l’intero sistema creditizio nazionale finisse infeudato ad una mafia finanziaria globale non è sicuramente colpa lieve, fatta salva la doverosa presunzione di innocenza che è bene valga per tutti, capi di stato e morti di fame qualsiasi. A fare da contrappunto a questa penosa vicenda umana e politica, l’irresistibile ascesa di Grimsson assomiglia davvero ad uno di quei film hollywoodiani nei quali l’eroe buono interviene al momento giusto a raddrizzare i torti e restituire speranza alla cittadinanza umiliata ed offesa. Il Parlamento frastornato, pur dopo il cambio di maggioranza, vota per il rimborso miliardario dei creditori stranieri delle banche fallite rischiando di far precipitare Reykjavik in un nuovo medioevo assai meno epico di quello immortalato nelle Saghe vichinghe?

Ecco che, uscendo dalla ritualità imbalsamata di un ruolo quasi puramente onorifico, il primo cittadino islandese decide, tra lo sconcerto di vecchi e nuovi amministratori, di restituire la parola al popolo sovrano, proprio come in quelle assemblee di uomini in armi che un tempo decidevano le sorti e gli affari di una comunità. Il risultato è noto: per ben due volte un trattato ignominioso viene respinto per via referendaria a schiacciante maggioranza e lo spettro di una moderna servitù della gleba respinto al mittente. La vera vittima di questo doppio responso, tuttavia, non è solo il gotha politico islandese che, come ovunque, ha conosciuto il peccato originale dell’autoreferenzialità, ma soprattutto il fragile colosso europeo. Da decenni l’ambiziosa burocrazia continentale accentratrice tentava di cooptare la repubblica dei ghiacciai. Il diniego fermo di un uomo e poco più di 100.000 schede nell’urna lo hanno impedito. Forse definitivamente.

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