Scozia, garanzie sociali spingono gli indecisi verso il SI

di PAOLA BONESUBROWN

Accantonato dal suo partito dopo la sconfitta nelle elezioni del 2010, Gordon Brown – ex Prime Minister laburista – gode ancora di grande rispetto nella sua Scozia.
Nonostante Better Together – il principale comitato pro-Unione – abbia tentato di tenerlo fuori dai giochi, Brown è tornato al centro del dibattito tra pro e contro l’indipendenza grazie al suo nuovo libro “My Scotland, Our Britain“.

Ospite all’Edinburgh International Book Festival, evento nel quale ha ingaggiato un confronto a distanza con Alex Salmond (accolto con un sold out 3 giorni prima), Brown ha rimarcato il suo posizionamento “anomalo” all’interno del fronte del NO.

Politico di grande esperienza, che forse manca un po’ del physique du role da leader contemporaneo, Brown ha probabilmente avuto la sfortuna di raggiungere l’apice della carriera politica in un’era in cui – sulla scia del fenomeno Obama – i consulenti politici insistono forse un po’ troppo sull’efficacia (comunque indiscutibile) dello storytelling.
In 15 minuti di assolo sul palco – i politici oltremanica hanno una spiccata propensione al cabaret – racconta una decina di aneddoti, citando cene con Mandela, Amy Winehouse, discorsi di Kennedy, imprese di politici svedesi e battute di Nixon.

Per Brown, la Gran Bretagna ha bisogno di una complessiva riforma in senso federalista.
No all’indipendenza quindi, ma un cambiamento dell’assetto dell’Unione è più che mai necessario visto l’attuale sbilanciamento del potere verso Londra.

Ma le linee guida del suo pensiero sono utili a convincere un elettore indeciso?
La sua performance sembra più incentrata sul tentativo di ritornare “a pesare” all’interno del suo stesso partito, attraverso la proposta di una visione “positiva” contrapposta alla negatività che ha finora caratterizzato il messaggio del NO.
La scelta di Better Together di tenerlo un po’ fuori dai giochi e di puntare su argomenti di spessore e tono differente si è però fino ad ora rivelata vincente.

Brown rimarca il fatto che il mondo oggi sia molto più caratterizzato dall’interdipendenza che non dall’indipendenza. Questo è un concetto che non suona nuovo alle orecchie di un indipendentista: è di solito la prima critica che viene posta a chiunque persegua l’obiettivo di creare una nuova entità statale nel 2014.
Un’equivalenza tra indipendenza e chiusura (o autarchia) che però non è nelle intenzioni degli scozzesi, con il SI che ha più volte evidenziato la necessità di avere rapporti stretti (ma su base egualitaria) con le altre innumerevoli istituzioni mondiali, in primis il vicino Regno Unito.

Il suo secondo argomento è che le nazioni che compongono il Regno Unito sono unite in una sorta di miracolo istituzionale che nel tempo ha permesso loro di essere – appunto – sempre più interdipendenti (in primis dal punto di vista commerciale) e di creare un set di diritti individuali e sociali condiviso in ogni angolo della Gran Bretagna.
È vero, ma in questo momento il motore propulsore della campagna per il SI è proprio la percezione, piuttosto diffusa in Scozia, di vivere in una società caratterizzata da crescenti disuguaglianze.

Un tipo di visione amplificata dalle politiche dei Tories che spingono in Inghilterra per la privatizzazione di aree fino ad ora sotto tutela statale, effettuando tagli alla spesa pubblica che si ripercuotono anche in Scozia attraverso la formula di Barnett (che regola la distribuzione dei soldi tra le varie nazioni del Regno Unito e che implica che ogni taglio alla spesa in Inghilterra si rifletta in tagli anche negli altri territori).
Per una nazione che vive ancora la Thatcher come incubo ricorrente (in confronto Berlusconi in Italia è un uomo che naviga nell’oblio) e che ha avuto la sua ultima ondata di grande partecipazione politica proprio nel momento delle proteste contro la poll tax, il rischio che le privatizzazioni possano accrescere l’ineguaglianza già presente, spinge molti elettori a considerare il voto verso il SI.

Sopratutto la possibile privatizzazione dell’NHS – il sistema sanitario nazionale – risulta un boccone molto difficile da inghiottire per un elettorato anti-conservatore come quello scozzese, tanto che in un sondaggio pubblicato risulta che (escludendo i “non so” 18%), se spinto a riflettere sulle possibili ripercussioni negative sul servizio sanitario scozzese, il 57% si dichiara pronto a votare l’indipendenza (!), contro il 43% che voterebbe NO.

La relazione tra chi crede che uno stato indipendente scozzese possa diminuire il gap tra ricchi e poveri e chi voterà SI è diventata negli anni sempre più forte. Secondo una ricerca effettuata dallo ScotCen, il 78% di chi ha deciso di votare SI è convinto che uno stato scozzese sarà maggiormente capace di operare per ridurre queste disparità.
Inoltre, l’SNP è in questo momento il soggetto ritenuto più credibile per l’attuazione di questo tipo di politiche, avendo da qualche anno sconfitto il decennale predominio Labour su questo fronte “morale”: anche per questo pare che il 37% degli elettori che alle elezioni scozzesi del 2011 aveva votato Labour, sia ora pronto a votare per il SI.

Proprio quando Brown sottolinea che l’attuale sistema di welfare condiviso non è stato imposto dal Regno Unito come una forma di colonizzazione verso una Scozia riluttante, ma ha visto fin dagli anni ’20 gli scozzesi battersi in prima linea per ottenere un set di diritti condivisi in tutta la Gran Bretagna, non si accorge che quei diritti sono percepiti a rischio dal suo stesso elettorato.

Probabilmente offre a Salmond anche la possibilità di creare una potente contronarrazione che evidenzi come appunto da sempre gli scozzesi abbiano creduto nel valore dell’accessibilità al welfare e ne abbiano fatto un fondamento per rimanere dentro l’Unione. Ora la Gran Bretagna – anche a causa dell’ininfluenza dell’elettorato scozzese sulla formazione del governo UK – tradisce quel tipo di spirito e toglie ai figli scozzesi ciò che i loro padri erano riusciti conquistare: cosa ci tiene quindi ancora insieme?

http://www.scotlandthebrave.it/gordon-brown-disuguaglianza-sociale/

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