INVESTIMENTI IN EUROPA? MEGLIO NEI PAESI FUORI DALLA UE

di STEFANO MAGNI

Grande è bello? Essere nell’Ue vuol dire essere più forti e soprattutto più ricchi? Di solito sono questi gli argomenti che vengono ripetuti in continuazione dagli euro-entusiasti. Ma nel Regno Unito, il centro studi euroscettico Bruges Group dimostra proprio il contrario.

L’analista economico Michael Burrage, del Bruges Group, ha deciso di fare un esperimento. E’ infatti troppo facile parlare per luoghi comuni: le affermazioni devono essere sottoposte alla prova dei fatti. E Burrage ha semplicemente preso i database dell’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development) sugli investimenti diretti stranieri e li ha applicati ai Paesi che fanno parte del mercato comune europeo e a quelli che ne sono rimasti fuori. Ha scelto gli investimenti diretti stranieri, perché, meglio di altri parametri, possono misurare quanto è attraente un Paese agli occhi di un investitore. Per misurare la tendenza degli investimenti, Burrage ha scelto un periodo abbastanza ampio, il ventennio 1990-2010. E poi ha selezionato le sue “cavie”: 11 Paesi che sono membri del mercato comune europeo sin dal 1990, 3 Paesi europei che ne sono esclusi (Svizzera, Norvegia e Islanda) sin dal 1990 e 5 Paesi non europei comparabili (per dimensioni del loro mercato interno e livello di sviluppo), cioè Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Canada, Israele. Ultima finezza: gli investimenti diretti stranieri sono misurati pro-capite, in modo da poter comparare Paesi grandi e piccoli usando una stessa unità di misura.

I risultati di questo esperimento fanno lasciare a casa ogni euro-entusiasmo. Infatti emerge abbastanza chiaramente che gli investitori di tutto il mondo preferiscono puntare sui Paesi che sono al di fuori del mercato comune europeo. Sia i tre “dissidenti” del vecchio continente, che i Paesi extra-europei scelti per l’esperimento sono decisamente più attraenti per chi ha soldi da investire. Se si paragona l’ammontare degli investimenti diretti (pro-capite), anno per anno, vediamo che, per tutti si è registrata una progressiva crescita nel periodo 1990-2000, due primi cali degli investimenti del 2004-2005, una rapidissima crescita nel 2006-2008 e poi la botta della crisi finanziaria (scoppiata nel 2008). Benché accomunati da queste fasi cicliche, non tutti hanno reagito allo stesso modo. I Paesi del mercato comune europeo, ad esempio, hanno reagito meglio nel 2004-2005, ma poi hanno registrato una crescita di investimenti molto più lenta. Hanno perso di più nel 2008 e fino ad ora stentano ad attrarre nuovi capitali. Al contrario, i tre Paesi europei extra-Ue registrano un andamento molto più volatile: grandi cadute, ma anche grandi e rapidissime riprese. L’Islanda, per esempio, è la nazione che è riuscita (senza aiuti/imposizioni dell’Ue) ad attrarre nuovi investimenti più di ogni altro Paese colpito dalla crisi. Riceveva 22.322 dollari pro-capite prima del 2008, scesi a 263 nel 2009 (in piena crisi), ma nel 2010 già riceveva investimenti pari a 9215 dollari pro-capite. Considerando tutti gli indipendenti nel loro complesso (europei e non), si può vedere come abbiano retto il colpo meglio dei Paesi Ue.

Se si guarda alla tendenza ventennale, il risultato è ancora più esplicito. I Paesi dell’Ue, sempre rimasti nel mercato comune, hanno accumulato stock di investimenti diretti stranieri pari a 14.683 dollari pro-capite dal 1990 al 2010. Per i Paesi indipendenti (europei e non) presi nel loro complesso, questa cifra sale a 28.017 dollari pro-capite. E a 56.009 dollari pro-capite nei Paesi europei che non fanno parte dell’Ue.

Se prendiamo le stesse tre “cavie” e le sottoponiamo ad altri test, i risultati sono ancora più sorprendenti. Quel che si lamenta oggi è il livello di disoccupazione. Dunque è interessante confrontare il livello di disoccupazione nel gruppo degli 11 Paesi dell’Ue con quello dei tre Paesi europei esterni all’Ue e il gruppo degli indipendenti nel suo complesso. Dal 1993 al 2010, nel gruppo degli 11 Paesi stabilmente nell’Ue, la disoccupazione è stata, in media, del 9,9%. Nei Paesi europei esterni all’Ue, è stata, in media, del 3,5% nello stesso arco di tempo. Complessivamente, per i Paesi indipendenti dall’Ue (europei e non) esaminati, la disoccupazione è, in media, del 5% nell’ultimo ventennio. Dunque: poco più della metà della disoccupazione registrata nel gruppo dei Paesi europei.

Paradossalmente per i sostenitori dei grandi sistemi, i Paesi più indipendenti e “isolati” sono in realtà quelli più aperti al mercato mondiale. E creano maggiore occupazione.

E allora quali sono i vantaggi economici del mercato comune europeo? Attrarre meno investitori stranieri e avere più disoccupati? Piccolo (e indipendente) è bello.

 

Il paper del Bruges Group è scaricabile qui: http://www.brugesgroup.com/eu/does-the-eus-single-market-encourage-fdi-into-the-uk.htm?xp=paper

 

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One Comment

  1. Roberto Porcù says:

    “E allora quali sono i vantaggi economici del mercato comune europeo?”
    Elementare Watson, avere più posti politici (fuori controllo) e tanti posti di burocrazia da distribuire agli amici.

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