Intrappolati nella ragnatela dei media globali

di CARMINE CASTORO

Intervista al sociologo Vanni Codeluppi autore del libro L’era dello Schermo

Seguendo uno storico, ineludibile asse che ci riporta agli studi del grande sociologo canadese McLuhan, i media, grazie ai quali dialoghiamo e ci informiamo, come tutte le tecnologie, sono estensioni delle nostre normali funzioni somatiche e psichiche, vanno a surrogare le nostre debolezze biologiche, come la ruota rispetto alle capacità di movimento, gli utensili rispetto alle braccia, gli abiti rispetto alla pelle. Ma proprio per questo acquisiscono, nel tempo, una tale funzionalità, una tale pervasività e fruibilità da plasmare essi stessi gli organi sensoriali, le modalità del pensiero e delle organizzazioni sociali. In pratica, la forma non fa più da “prolungamento”, da corteccia antropologica, da mero sistema operativo, ma il “come” dell’azione comincia a regolare a monte i valori, le strutture, i contenuti, i messaggi, appunto. Siamo imbrigliati in un rutilante apparato di cattura, in una rete inestricabile che non sempre combacia o integra o migliora il nostro principio di realtà, incamminati inesorabilmente in quella che Vanni Codeluppi definisce nella sua ultima opera L’era dello Schermo (Franco Angeli), testo limpido e asciutto del noto docente dell’università di Modena e Reggio Emilia che ci offre, in un percorso divulgativo e bibliograficamente ricco, gli strumenti per interpretare (e immunizzarcene) quel magma indifferenziato rappresentato dalla potenza mediatica nella quale viviamo immersi, che raccorda in un’unica ragnatela televisione, pubblicità, moda, mondo virtuale e, dunque, tutti gli stereotipi comportamentali e mentali che questo simbolico-matrix può innescare. Se, allora, tutto è omeopatia, flusso, tattica di circuizione e di desoggettivazione – ci mette in guardia Codeluppi -, se tutto risponde a una circolazione di segni in perenne fibrillazione dietro la quale non si fa fatica, però, a trovare caste, poteri, interessi specificamente orientati all’assoggettamento di ogni carica eversiva e desiderante, o anche solo esperienziale e raziocinante, ecco che allora bisogna stare attenti a non cadere in eterno nell’incantesimo delle immagini, e a coglierne il buono e il virtuoso – se ancora c’è – che non sacrifichi la nostra integrità antropologica.

Professore, il sottotitolo del libro dice: convivere con l’invadenza mediatica. Dunque, i media si presentano a noi come una forza “aliena”, invasiva e sopraffattoria? E a noi non resta altro che “conviverci”, ovvero ridurre al minimo i danni? E’ questo lo scenario che abbiamo di fronte?

“Oggi ci troviamo a vivere in una situazione paradossale: i media stanno progressivamente invadendo la nostra cultura sociale, ma noi non possiamo fare a meno di loro. La nostra esistenza verrebbe ad esserne fortemente impoverita. Per non essere schiacciati, dobbiamo però tentare di difenderci rispetto a questa invasione mediatica e ritengo che l’unica forma di difesa che abbiamo a disposizione è cercare di attribuire un ruolo critico al pensiero umano. L’unica possibilità cioè per porre dei limiti allo sviluppo di una società totalmente dominata dagli schermi è tentare di sviluppare un’analisi critica. Un’analisi che ritengo costituisca anche la prima tappa per un possibile miglioramento sociale”.

Come si arriva dal dominio delle immagini, che sembrano sempre divertenti e confortevoli, a quella che descrive come “dittatura della mediocrità”?

“Effettivamente la Rete appare essere regolata oggi da una specie di “dittatura della mediocrità”. Ovvero dal volere della massa, che si afferma grazie alla forza insita nella sua quantità. Ciò avviene perché gli algoritmi dei motori di ricerca, come quello di Google, tendono a premiare i siti e i messaggi più frequentati e dunque più popolari. Ne deriva che la massa degli ignoranti tende ad imporre i suoi criteri di giudizio su quelli delle persone realmente competenti, come ad esempio gli esperti e i critici. Va considerato inoltre che Internet tende ad annullare la coscienza storica delle persone e quegli standard che in precedenza venivano definiti attraverso una rigorosa selezione temporale ed erano in grado di consentire una valutazione comparativa. Erano cioè in grado di permettere di capire se qualcosa era realmente innovativo e possedeva i caratteri della vera originalità oppure si trattava invece di una novità solamente apparente”.

La parte centrale del libro è, ritengo, giustamente critica nei riguardi della Rete e dell’apologia che un po’ la circonda. Potremmo riassumere i pericoli più importanti e dannosi che Internet  e il virtuale provocano nei nostri modi di leggere il mondo?

“L’odierna cultura degli schermi riesce a far funzionare efficacemente il nostro sistema economico. I flussi mediatici che li attraversano sono infatti una specie di “carburante” per l’economia. Ne deriva che tendono progressivamente ad unificare i tanti schermi in un unico grande schermo. Uno schermo che sembra inglobare l’intera società e che ha creato anche un unico sistema di potere all’interno del quale gli individui comuni sono delle vittime. Infatti, in questo universo, il loro potere effettivo è modesto, anche se in apparenza può sembrare molto elevato. La mitologia della Rete ci fa credere che tutti gli individui possano essere parte del flusso informativo che conta, ma non è così. Si pensi, ad esempio, a quanto sia scarso il potere di cui può disporre chi riceve, insieme a numerose altre persone, un commento da un personaggio politico importante attraverso Twitter. Eppure l’impressione che si ha oggi è esattamente contraria. Questa ideologia è utile per il funzionamento del sistema produttivo, il quale ha un grande interesse che ci sia una costante partecipazione da parte del fruitore. Questo pertanto viene sempre presentato come pienamente soddisfatto, affinché continui ad offrire il suo contributo attivo”.

Narcisismo e divismo autoreferenziale sono, poi, altri due “mostri” dell’era delle comunicazioni globali. Quella che chiama anche “gossipcrazia”…

“Il modello dei divi e delle star del mondo dello spettacolo domina la nostra società, e tale modello sta sempre più diventando quello da seguire per i comportamenti individuali. Di conseguenza, il gossip dilaga sugli schermi televisivi come sulle prime pagine dei siti Internet. Quel modello prestigioso cioè che l’industria cinematografica hollywoodiana ha inventato e formalizzato durante la sua epoca d’oro è diventato negli ultimi decenni uno dei punti di riferimento fondamentali dell’intera cultura sociale. Non è un caso che oggi marche aziendali di tutti i tipi si appoggino in maniera crescente sull’identità di divi di varia natura. E i divi stessi si trasformano spesso in marche a loro volta per vendere abiti, profumi, alimenti e molto altro ancora. È dunque tale oggi il peso promozionale e commerciale di questi fenomeni che è possibile addirittura sostenere che l’economia delle società avanzate non potrebbe fare a meno del prezioso supporto che i divi sono in grado di offrirle”.

Alla fine il libro non propone una vera e propria “uscita” dal reale trasformato in icone superficiali e puro virtuale. Come se l’unico scampo fosse più che altro un metodo che, non più per ragionamenti, ma per temporalità ritrovate e punti di discontinuità riesca a trovare una radice materiale delle cose espresse per immagini. E’ così?

“Credo che sia particolarmente interessante il metodo proposto all’inizio del Novecento da Walter Benjamin, il quale ha affermato di voler sostituire un metodo “dialettico” a una prospettiva esplicitamente critica. Egli riteneva infatti che la critica più radicale possa essere esercitata dagli individui entrando in profondità all’interno di ciò che più li affascina: la cultura pop delle merci. Benjamin pensava dunque che fosse necessario fare ricorso ad un metodo basato sull’accostamento paziente di elementi eterogenei. Attraverso cioè un lavoro attento di selezione e accumulo di materiali espressivi, Benjamin credeva di poter far emergere da tali materiali, in maniera quasi automatica, un punto di discontinuità in grado di rendere il soggetto pienamente consapevole del suo ruolo e delle sue azioni”.

 

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