Interventismo e corruzione, fenomeni con radici molto antiche

di SANDRO SCOPPA

Secondo Transparency International, l’organizzazione internazionale non governativa che si occupa della corruzione, non solo politica, l’Italia occupa il 72° posto, e ha perso tre posizioni rispetto all’anno precedente, nella classifica dell’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di 174 Paesi nel Mondo, relativo all’anno 2012. In tale classifica è preceduta non solo dalla Danimarca, dalla Finlandia e dalla Nuova Zelanda che, a notevole distanza, occupano ex aequo il 1° posto, ma anche da paesi come Cile e Uruguay, entrambi collocati al 20° posto, la Francia (22°), la Spagna (30°) e, persino, Cuba, attestata al 58° posto. Tra i paesi europei, il nostro Paese è terzultimo, seguito solo da Bulgaria e Grecia, posti rispettivamente al 75° e 94° posto. Chiudono la classifica, al 174° posto a pari merito, l’Afghanistan, la Corea del Nord e la Somalia.

A corredo di siffatta classifica, la medesima organizzazione ha sottolineato: «Guardando il Corruption Perspection Index 2012, è chiaro che la corruzione rappresenta una grave minaccia per l’umanità. Distrugge la vita e le comunità, e mina i paesi e le istituzioni […]. I governi devono integrare le azioni di lotta contro la corruzione in tutti gli aspetti del processo decisionale. Essi devono dare la massima priorità alle normative in materia di lobbying e di finanziamento politico, rendere più trasparenti la spesa pubblica e l’assegnazione degli appalti e responsabilizzare gli enti pubblici»

Alla luce di tali dati, è innegabile come in Italia la corruzione rappresenti un fenomeno molto diffuso, che non soltanto crea ingiustizia, ma danneggia pesantemente anche la vita economica del paese. Si stima ad esempio che il peggioramento di un punto dell’indice di percezione della corruzione riduca la produttività del 4 % rispetto al prodotto interno lordo.

Si tratta peraltro di un fenomeno che ha radici antiche, tant’è che già presso i Romani ha formato oggetto di pubblico dibattito: Svetonio racconta infatti che pure su Giulio Cesare si addensò il sospetto di essersi procurato illecitamente grandi quantità di denaro e che tale sospetto, come poi rilevato da Bertolt Brecht ne “Gli affari del signor Giulio Cesare”, ove si legge: «Gli abiti dei governatori erano fatti solo di tasche», ha investito anche uomini e rivali dello stesso Cesare, e persino Crasso e Pompeo, ai quali Montesquie ha appuntato l’accusa di malversazione, per aver introdotto: «l’uso di corrompere il popolo con i soldi». Da allora – ed è appena sufficiente ricordare la vendita delle indulgenze ai tempi di papa Leone X, lo scandalo della Banca Romana, che ha travolto il governo Giolitti nel 1892-93, sino a Tangentopoli degli anni Novanta e ai giorni nostri – poco è cambiato, se non le forme della concussione e la loro interpretazione, ma non la consistenza e la percezione del fenomeno, il quale continua a essere molto diffuso. Le ragioni di ciò, sulle quali hanno indagato gli studiosi, sociologi, economisti, magistrati, possono essere molteplici anche se appare degno della massima considerazione e decisivo il rilievo di Ludwig von Mises, per il quale: «l’esistenza della corruzione […] è un fenomeno concomitante e inevitabile dell’interventismo statale».

Infatti, all’interventismo si collega inevitabilmente l’espansione della burocrazia e l’incremento di provvedimenti legislativi, oltre che della tassazione, le quali cose aprono inevitabilmente la strada al potere di politici e burocrati e alla discrezionalità, sempre più estesa, fino a diventare libero arbitrio, dei funzionari. Essi, è appena il caso di rilevare, operano sovente sulla correttezza formale degli adempimenti e non sui risultati, e godono di ampia discrezionalità nell’interpretazione di norme, leggi e regolamenti oscuri e intricati, nel cui contesto si creano gli spiragli favorevoli per l’infiltrarsi della corruzione. Il concetto di corruzione può essere facilmente esteso alla politica come, a esempio, nel caso in cui, in cambio di favori elettorali, è utilizzato il potere legislativo per far approvare leggi che assicurino vantaggi a un limitato gruppo di individui, o nel diverso caso dell’esercizio del potere per bloccare riforme e provvedimenti che, pur garantendo in ipotesi un aumento del benessere della collettività, possono danneggiare interessi particolari di lobby politiche ed economiche.

A fronte di ciò, la soluzione del problema della corruzione, che appare sempre più istituzionalizzata, è diventata cioè norma informale, non può essere individuata nell’adozione di ulteriori misure interventistiche, come invocate dall’opinione pubblica, che finirebbero per incrementare la presenza asfissiante dello Stato. È necessario invece un cambiamento radicale della struttura e dei compiti dello Stato e ridotto l’ambito di interferenza del potere pubblico, soprattutto nella fornitura dei cosiddetti beni collettivi, che sino a  oggi hanno rappresentato una sorta di “cavallo di Troia” dell’interventismo economico e legislativo (Infantino). Il territorio lasciato scoperto dall’inferenza del potere pubblico, deve essere occupato dalla cooperazione sociale volontaria, alla quale affidare la soluzione del problema economico e la soddisfazione dei bisogni.

Non è una strada facile da percorrere. Anzi, è irta di ostacoli. Anche perché l’interventismo, è la malattia professionale di governanti, militari e burocrati, come ha sottolineato Mises, ed è altresì risaputo che ci sono uomini che trattano «lo Stato e i suoi uffici come semplici istituzioni adibite alla distribuzione di prebende» (Weber).

*In collaborazione con la rivista Liber@mente

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4 Comments

  1. Franco says:

    Roberto, in quell’evento vi è racchiuso tutto quello che dici.

  2. Franco says:

    D’accordo su tutto.Con due aggiunte. A supporto della tesi dell’articolo, per lo storico romano Tacito (55 -120 a.C.) “le leggi abbondano negli stati più corrotti” (Corruptissima in republica plurimae leges) e da noi le leggi non solo sono migliaia ma anche sbagliate (visto lo ststo del paese). Poi non viene ricordato il peggior evento finanziario moderno: lo scandalo MPS.

    • Roberto Porcù says:

      @ Franco – Concordo anch’io su tutto, ma dissento che il peggior evento finanziario moderno siano i fatti del MPS.
      Una cosa che va a braccetto e prolifera con lo corruzione dello stato e le sue infinite leggi è il fenomeno mafioso.
      La delinquenza c’è ovunque, ma le mafie proliferano solo a braccetto degli stati mammasantissima e con affari che fanno con i corrotti all’interno degli stati.
      I grandi affari di mafia non sono delinquenziali, ma perfettamente legittimi in quanto autorizzati se non addirittura agevolmente finanziati.
      Quando si citano i soldi che sono andati al sud senza minimamente risolvere i problemi del sud, si citano soldi andati ufficialmente a tante mafie con la camicia bianca.

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