Internet, l’Italia è un paese arretrato. Il governo promette che cambierà

di REDAZIONE

C’e’ un posto, nella piazzetta vicino alla farmacia, dove i cittadini di Nughedu Santa Vittoria, in provincia di Oristano, si concentrano per telefonare. E non e’ un caso, perche’ quello e’ l’unico punto del paese dove c’e’ copertura di rete mobile. Questa e’ la fotografia dell’Italia ‘oscurata’ cioe’ quella parte di Paese, composta da circa 4mila piccoli comuni con i loro 2,3 milioni di cittadini (fonte Assotelecomunicazioni e Mise), senza connessione internet e con una copertura di rete mobile insufficiente.

Catricala’: “Pmi investano su piccoli comuni” – Centonove comuni, poi, sono completamente esclusi dal mondo digitale: senza copertura di rete fissa e mobile. Per denunciare situazioni come questa, c’e’ chi ha scelto azioni pittoresche, come il sindaco di Nughedu Santa Vittoria, Francesco Mura, che nella piazza del paese ha acceso un bel falo’ e si e’ messo a fare segnali di fumo. “E’ una protesta che viene da una condizione di svantaggio fortissima, abbiamo avuto dialoghi con diverse compagnie telefoniche, ma si rinvia sempre e noi rimaniamo tagliati fuori dal mondo”.

Avenia (Asstel): “entro il 2020 saremo al passo con l’Europa – Sono le parole amare del primo cittadino. Questa piccola fetta di Italia era pari a 6400 comuni nel 2011, anno in cui lo Stato, attraverso un bando di gara, si impegno’ con l’asta ad assegnare le frequenze Lte agli operatori telefonici per rete 4G. Gli operatori telefonici, spiega il presidente di Assotelecomunicazioni Cesare Avenia, “si sono presi l’impegno di coprire, entro il 2017, l’intera rete della cosiddetta ‘area bianca’ ovvero zona ‘a fallimento di mercato’, dove gli operatori non traggono ricavi. E tra questi c’e’ anche Nughedu Santa Vittoria”. Per quanto riguarda l’asta fatta da parte dello Stato, Telecom ci tiene a precisare che ha speso 1,3 mld di euro per l’acquisto delle frequenze e al momento hanno coperto il 41% della popolazione. E’ fondamentale per Telecom, “il sostegno e l’azione degli enti pubblici volta a favorire lo sviluppo della domanda potenziale e agevolare la sostenibilita’ economica degli investimenti”.

Il mercato condanna le aree ‘non redditizie’ – Per favorire la completa digitalizzazione del Paese, spiega il vice ministro dello Sviluppo economico, Antonio Catricala’, “siamo partiti dalle infrastrutture abilitanti e stiamo completando il piano nazionale banda larga: una best practice europea. Il Piano ammonta a circa 1 miliardi di euro, finanziato con risorse nazionali, regionali e comunitarie, per portare la connettivita’ a 8,5 milioni di cittadini che, a inizio piano, risiedevano in aree a fallimento di mercato”.

Per garantire la trasparenza e’ stato allestito un sito – di Infratel Italia, societa’ in-house – per verificare le opere realizzate e i cantieri attualmente aperti. Catricala’ fa notare che “il digital divide italiano, al 30 giugno 2013, e’ stimato essere pari al 4%, circa 2,3 milioni di cittadini. Un valore ancora alto che sara’ azzerato nel prossimo anno”. Da come si legge nel documento rilasciato dal Mise, “l’8,8% e’ la percentuale relativa al digitale divide di cui il 3,8% per mancanza assoluta di Adsl, il 3,2% con accesso a velocita’ inferiore a 2 Mbps (Adsl ‘lite’) e il restante 1,8% coperta solo nominalmente dalla banda larga ma in realta’ impossibilitata a raggiungere velocita’ superiori di 2 Mbps per problemi di linea lunga”. A questa cifra, inoltre, va sottratto il 4,8% relativo a chi accede alla banda larga solo grazie alla wireless. Inoltre, “a fine 2010, erano 4,7 milioni i cittadini esclusi dalla banda larga, pari al 7,8% della popolazione e che all’avvio del piano nazionale, a fine 2008, erano ben 8,5 milioni gli italiani che non potevano usufruire di internet ad almeno 2 mbps”.

Il presidente Avenia spiega che “quando il comune non e’ coperto significa che li’ non arriva ne’ la rete fissa, ne’ quella mobile per mancanza di antenne”. Precisa il presidente dell’Asstel che “gli operatori devono istallare nuove stazioni radio base per le quali servono molte autorizzazioni, in particolare quelle delle Arpa regionali per la misurazione dei limiti elettromagnetici, le quali hanno procedure spesso molto diverse”. “Asstel – continua Avenia – lamenta da tempo l’assenza di linee guiad che consentano alle Arpa  di operare in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale”.   Quindi il nodo da sciogliere, come accade spesso in Italia, e’ burocratico. Gli operatori non hanno interesse, ma sono costretti dallo Stato a coprire le aree suddette, le Arpa devono fare misurazioni per dare i permessi, ma i limiti di misurazione elettromagnetica sono molto inferiori a quelli europei.

Cesare Avenia, presidente di Assotelecomunicazioni, spiega che “il limite italiano di emissione elettromagnetica e’ di 6 volt per metro di elettrosmog contro il range dei limiti che troviamo nel resto d’Europa che va da 20 a 42 volt per metro”. Quindi, lo Stato “sta agendo – continua Catricala’ – in modo sussidiario al mercato. Le ragioni per cui in Italia, lo sforzo della parte pubblica e’ stato oneroso sono molte e non si puo’ trovare un unico colpevole, ma bisogna approcciare scenari di interventi risolutivi in maniera seria, efficiente e fuori da logiche mediatiche di capitalizzazione nel breve termine di facile consenso. Tutti devono fare la loro parte.   Nessuno, e’ il caso di dirlo, escluso”. (AGI)

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3 Comments

  1. Sandrone says:

    Ma quale arretratezza!

    Fatevi un giro davanti ad una qualsiasi scuola e vedrete pieno di ragazzini con il cellulare inebetiti davanti allo schermo dello smart phone.

    Ofeleé fa el tò mesteé…per cortesia, parlate di indipendentismo, e lasciate le telecomunicazioni agli articoli di La Repubblica!

    • pippogigi says:

      Se è per questo i ragazzini usano il pc per fare videogiochi o dare sfogo agli ormoni, non per questo i pc sono da condannare.
      Internet serve per vendere, per fare presentarsi, per telefonare.
      Avere una rete arretrata (ed è la situazione dell’entità geografica denominata italia e di conseguenza della sua colonia padana) significa che in un posto di lavoro dove si utilizza internet se la banda è veloce si seguono in un ora magari 12 clienti ed invece con la banda lenta solo 6, praticamente dimezzando la produttività.
      Indipendenza è anche questo, ad imprenditore va bene parlargli di lingua, cultura, aplogruppi, geografia, storia padana per dirgli e provargli che nonostante la propaganda italiana noi non siamo italiani e non lo saremo mai, ma quello vuol qualcosa di pratico.
      Ed ecco che allora si parla della tassazione del futuro Stato indipendente, della futura moneta, dell’appartenenza o meno alla Comunità europea ma si deve anche parlare di infrastrutture, d’investimenti, di ricerca quelle che nonostante la pesantissima tassazione non abbiamo perché abbiamo milioni di magnagreci e italiani da mantenere.
      E si parla anche di internet….

  2. pippogigi says:

    Se anche per miracolo l’entità geografica denominata italia fosse guidata da persone oneste e competenti e facessero quel che deve essere fatto ovvero abbassare la pressione fiscale a livelli europei, alzare i salari a livello europeo, abbassare le tariffe (luce, gas, telefono, autostrade, banche, assicurazioni, ecc) a livello europeo anche così le aziende padane non potrebbero combattere ad armi pari con le aziende mondiali.
    Innanzitutto occorre una semplificazione legislativa, una certezza della normativa fiscale, una burocrazia che aiuti e non intralci il lavoro. Ma anche così non saremmo ad armi pari.
    Praticamente da vent’anni non si investe più, nelle scuole, nella ricerca, nelle infrastrutture, nei trasporti e internet e tra queste voci.
    Ecco perché di fronte ad uno stato occupante che se deve scegliere tra investire oppure sprecare il denaro per mantenere dei votanti sceglie sempre la seconda voce, l’unica scelta rimane l’indipendenza.

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