INSUBRIA, TRA PASSATO E FUTURO

di REDAZIONE

Riportiamo, grazie al consenso dell’autore, l’introduzione del libro “Insubria, tra passato e futuro”.

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di Franco Cavalleri

Tra paure, gelosie e sogni di una nuova Nazione: le relazioni tra il Ticino e le province italiane di frontiera Italia e Svizzera: una guerra per i soldi

Ristorni, segreto fiscale, black list, dumping salariale, scudo fiscale, anzi scudi fiscali, perché il governo italiano ne ha approvati più di uno in questi anni. E ancora, difetti nella reciprocità delle misure previste negli accordi internazionali e bilaterali, libero accesso delle persone e delle merci, la denuncia di ostacoli burocratici all’ingresso delle imprese elvetiche in Italia ma anche, dall’altra parte, di artigiani e professionisti italiani al mondo del lavoro nella Confederazione, accedibile solo dopo certificazioni e permessi che sembrano fatti apposta per convincere le persone a rinunciare, e altro ancora. Soprattutto, atteggiamenti profondamente discriminatori nei confronti dei lavoratori frontalieri, quella particolare categoria di lavoratori che abitano nelle province italiane di confine ma lavorano in Canton Ticino, e che nell’ultimo anno e mezzo sono stati oggetto di conflitti al limite – e forse oltre – dell’incidente diplomatico. Sono molti, come vediamo, i motivi di attrito tra Italia e Svizzera, in questo periodo: molti e profondi, tanto che si può tranquillamente affermare come questo che stiamo vivendo sia il periodo peggiore, nelle relazioni tra i due paesi, almeno se consideriamo il periodo dal secondo dopoguerra in avanti.

Le difficoltà nei rapporti tra Repubblica italiana e Confederazione Elvetica si inseriscono, a dire il vero, in un periodo storico abbastanza sofferto per quest’ultima: il tema del segreto bancario, con tutte le tematiche di sicurezza, terrorismo, evasione fiscale, criminalità organizzata che vi sono legate, ha dominato le cronache politiche ed economiche del pianeta a partire da subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle del 2001. La lotta alle organizzazioni del terrorismo internazionale, prima, e del crimine organizzato – a partire da quello della droga, ma non solo, ha spinto tutte le più importanti nazioni industrializzate a premere sul pedale dell’acceleratore per quanto riguarda il controllo dei flussi monetari. A questo, poi, si è aggiunta, a partire dal 2008, la crisi finanziaria ed economica che ha colpito il mondo intero, ed in modo particolare Stati Uniti ed Unione Europea.

Spinte dal bisogno di ‘grattare’ anche il fondo del barile pur di ricavare le risorse necessarie per mantenere il consenso popolare e, nel frattempo, pagarsi il potere, le nazioni occidentali hanno preso iniziative sempre più decise per quanto riguarda il segreto bancario. E la Svizzera, paese delle banche per eccellenza, cassaforte del mondo intero, da decenni crocevia riconosciuto di traffici legali ed illegali, non poteva non soffrirne le conseguenze.

Il paese della cioccolata, degli orologi a cucù, delle ferrovie sempre puntuali, delle mucche che con i loro campanacci allietano il panorama alpini, del formaggio con i buchi, si è trovato a combattere gli attacchi combinati al suo sistema bancario da parte di Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, organizzazioni internazionali, come ad esempio, l’OCSE. A torto o a ragione, secondo i rispettivi punti di vista e interessi, – ma più probabilmente a torto – diversi Stati hanno scaricato addosso a Berna oneri e accuse, a cominciare da quella di un segreto bancario che impedirebbe alle agenzie del fisco di Germania, Inghilterra, Francia, Italia di appurare la reale situazione economica e patrimoniale di molti loro cittadini e di molte aziende, che approfitterebbero della copertura assicurata dal sistema bancario elvetico per nascondere le loro possibilità economiche.

Se non che, in questa caccia all’evasore – che per la verità somiglia in modo incredibile ad una caccia alle streghe -scatenata da Londra, Parigi, Berlino e Roma, con il supporto e l’ausilio di Bruxelles e Strasburgo, a rimetterci è anche e soprattutto il semplice cittadino, il piccolo imprenditore, l’artigiano, che si trovano costretti a seguire processi burocratici poco chiari e lunghi, il lavoratore dipendente transfrontaliero, che si trova preso tra l’incudine dello Stato di residenza che lo tratta da evasore fiscale alla pari di un industrialotto

o finanziere d’alto bordo – ma senza lo yacht a Portofino o la villa in Costa Smeralda – e il martello di contratti di lavoro capestro, basati su forme di retribuzione e orari di lavoro che fanno leva sulla crisi economica e sulle difficoltà di trovare lavoro. Imprese che mettono i loro dipendenti davanti a forme di ricatto nemmeno troppo mascherate: o accetti un aumento delle ore di lavoro senza un ritorno economico, o tanti saluti e a casa. O, ancora, una retribuzione non in franchi ma bensì in euro, con un taglio di fatto delle retribuzioni di circa il 30 per cento. Misura fortemente contrastata dalle associazioni sindacali ticinesi, a partire dall’OCSt (come si potrà leggere nell’intervista ad Alessandro Mecatti). Eventi, fatti e decisioni tutti con conseguenze potenzialmente negative non solo per il singolo lavoratore ma anche per la società nel suo complesso: la diminuzione dello stipendio medio e il peggioramento delle condizioni di lavoro sono fattori che incidono pesantemente sui bilanci delle famiglie e dello Stato, contribuiscono a diminuire i consumi – e quindi, in ultima analisi, il ciclo economico – e colpiscono il bilancio di uno Stato, per cui le Amministrazioni a tutti i livelli si trovano con meno risorse finanziarie per fare fronte alle diverse necessità di gestione, dai servizi alla sanità, alle prestazioni sociali.

Dal livello nazionale a quello locale: il conflitto si è presto trasferito dalle stanze di Berna e Roma a quelle di Bellinzona, Como, Varese, Verbania, Milano, in una spirale turbinosa che collega e confonde problemi internazionali e questioni locali, e finisce con l’aggravarli tutti senza risolverne nessuno. Campagne di stampa come la Bala i ratt o la Salva i Berni, con cui l’Udc ticinese ha messo sul tavolo la questione del frontalierato, hanno suscitato grandi polemiche nascono proprio dal connubio tra questioni locali e questioni nazionali, aggravate dal più semplice e tipico meccanismo dellademocrazia: il periodo elettorale. È con l’avvicinarsi di un voto popolare, infatti, che i rapporti si fanno più duri, le parole e le frasi più taglienti. Nulla di strano, ognuno fa la sua parte, cerca di conquistare un posto al sole o un pezzettino in più di quella fetta di torta che è il voto popolare. Capita in tutti i paesi democratici, non solo in Svizzera. Di certo, però, i manifesti dell’Udc e i proclami della Lega dei Ticinesi -“Mandiamoli a casa”, intendendo i frontalieri – se da una parte hanno portato allo scoperto un malessere rimasto a lungo, troppo a lungo, sotto il livello dell’acqua, dall’altra hanno scavato un solco tra i ticinesi e gli abitanti delle province italiane di confine. Proprio quelli con cui condividono storia, cultura, mentalità…o forse no. Perché uno dei risultati di questo lavoro è proprio questo: il legame storico tra le due popolazioni potrebbe essersi rotto già prima dello scoppio di queste polemiche. Tanto è vero che qualcuno, in Ticino, ha lanciato l’appello alla controparte italiana di “recuperare la mentalità di una volta”.

C’è anche chi, dal lato sud del confine, ha lanciato l’idea di un’aggregazione statale tra Como, Varese, Verbania e Bellinzona. Chi ha addirittura parlato di ricostituire il buon vecchio Ducato di Milano, cancellato dalla storia negli ultimi anni del 1700 – dopo essere di fatto sparito, come stato sovrano, già nel 1500 -dalle armate napoleoniche che scorrazzano per la pianura padana e fino alle valli che portano al San Gottardo. Invito non del tutto bocciato da parte ticinese, nemmeno dai rappresentanti ufficiali della Repubblica e Cantone del Ticino: e se a dirlo è un politico noto per le sue uscite quanto meno pittoresche come Giuliano “Nano” Bignasca, fondatore e padrone della Lega dei Ticinesi – il Bossi del Ticino, e con il senatùr condivide l’amore per una politica molto spettacolare – che ha perfino disegnato i nuovi confini tra Italia e Confederazione Elvetica, in cui Como , Varese e Lecco -“Ma il sogno è Bergamo”, ha detto in televisione – tutto potrebbe sembrare normale, quasi un momento del gioco delle parti nella grande commedia delle politiche interne ed esterne in Italia e Svizzera, tutto assume un altro sapore e significato se pronunciare la frase “rivediamo i confini” è una politica attenta e generalmente di poche parole come Laura Sadis, Presidente del Cantone Ticino e membro di un partito decisamente ‘borghese’, di centro destra, il Partito Liberale Radicale.

Una boutade estiva, o il primo segnale di cambiamenti radicali alivello di confini nazionali? È sicuramente troppo presto per dirlo, stravolgimenti di questa entità non si verificano nel corso di una notte, e nemmeno di un’estate. In un’Europa scossa dalla crisi economica, in cui da molte parti si sta mettendo in discussione il disegno di un’Unione Europea mentre da altre ci si richiama alla necessità di approfondire e rinforzare i legami tra zone confinanti, tutto è possibile.

I motivi del contendere, come abbiamo visto, sono tanti ed estremamente diversificati. Gli attori in gioco numerosi: dai due governi nazionali alle istituzioni locali, alle imprese piccole e grandi. Dal mondo della politica all’economia, all’impresa alla cultura.

Non è questa la sede per discutere oltre delle motivazioni e degli interessi a livello internazionale di tutta questa vicenda: accontentiamoci di aver introdotto il caso del conflitto Italia-Svizzera inquadrandolo nell’ambito di questioni globali a cui si allacciano questioni invece di puro sapore locale.

Al cuore del problema che ci interessa maggiormente, ovvero lo stato dei rapporti tra Ticino e province lombarde e piemontesi di confine, le ragioni delle attuali difficoltà e i possibili scenari che si aprono davanti ai nostri occhi, ci sono argomenti come: i) l’identità ticinese, che sembra non riuscire ad andare oltre la

fase, negativa, del ‘cosa non è ticinese’ per passare a quella, positiva, del ‘cosa è ticinese’ (vedi l’intervista con Remigio Ratti e anche quella con Oscar Mazzoleni, per esempio);

ii) la tenuta della coesione nazionale in Italia, che arrivata alla soglia del secolo e mezzo di vita sembra davvero essere anche entrata in profonda crisi;

iii) la ricerca di nuovi equilibri sociali, politici ed economici tra Ticino e province lombarde e piemontesi di confine; iv) la spinta verso il recupero di identità statuali e di legami territoriali e di popolo che sembravano perdute;

v) la costruzione di nuovi scenari politici, che non risentono più della linea di frontiera ma anzi la sfruttano per riallacciare vecchi rapporti e crearne di nuovi.

Questo libro si pone l’obiettivo, ambizioso, di dare uno sguardo a 360° alla situazione attuale, partendo dalle radici storiche del rapporto tra Italia e Svizzera, tra cantone Ticino e province lombarde di confine. A tal fine, sono stati intervistati esponenti dei diversi settori della società -dalla politica nazionale a quella locale, dal mondo dell’imprenditoria e da quello dei sindacati, senza dimenticare la cultura -da entrambi i lati del confine. Ognuno degli intervistati ha avuto l’occasione e l’opportunità di esporre il proprio punto di vista, e presentare eventualmente una soluzione.

L’indagine prende il via da una disamina della storia dei due territori interessati, il Ticino e le province lombarde e piemontesi di confine, per comprendere cosa le unisce – storia, lingue, cultura, tradizioni, economia, flussi migratori – e cosa invece le distingue.

Viene anche analizzato il significato della frontiera, che bene o male, sotto forme diverse e più o meno permeabile esiste dal 1803, ovvero dalla costituzione in Cantone del Ticino, ormai parte della Confederazione Elvetica secondo la divisione napoleonica dell’Europa.

Allo stesso modo, si guarderà al fenomeno del frontalierato, ovvero di quel particolare flusso migratorio che da decenni vede un numero variabile, ma sempre nell’ordine di alcune decine di migliaia, di persone attraversare ogni giorno il confine per andare a lavorare e, quindi, tornare a casa. Un fenomeno quasi unico, per le sue dimensioni. Nel corso dei decenni è stato visto in modo diverso, dalle due parti, e affrontato con politiche e obiettivi diversi, a volte anche contrapposti. Come sta accadendo in questo periodo, con una buona parte dell’elettorato e del mondo della politica ticinesi che chiede a gran voce una limitazione del numero dei lavoratori frontalieri, spinti dalla crisi economica che rende meno facile l’accesso al mondo del lavoro -per lo meno a quello di un certo livello – agli indigeni.

PER ACQUISTARE IL LIBRO: http://ww7.photocity.it/Vetrina/DettaglioOpera.aspx?versione=17825&formato=8056

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One Comment

  1. Mauro says:

    Ma questa Insubria di cui parlano, perchè deve sempre finire a Varese?
    Il Milanese non è forse il vero cuore dell’Insubria? Doma Nunhc docet a proposito.
    Comunque vedremo com’è sto libro.

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