Insubria, l’eterna giovinezza di un nome antico

di PAOLO MATHLOUTHI

I nomi dei luoghi sono quelli che maggiormente patiscono l’ingiuria del tempo e le violenze della Storia. Imperi tramontano, rivoluzioni vengono tradite, regimi cadono e la geografia, quella umana come quella dello spirito, muta per celebrare i fasti dei padroni del momento. San Pietroburgo, la perla affacciata sul Baltico voluta da Pietro il Grande perché fosse il ponte gettato dalla Russia verso l’Europa, dopo il 1917 fu ribattezzata dapprima Leningrado e poi Stalingrado, a maggior gloria ed imperituro ricordo dei demiurghi dell’Ottobre rosso. Oggi, dissipatisi i corruschi bagliori del realismo socialista, l’antica capitale russa è tornata ad avere il suo antico nome e la cripta della Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo ospita di nuovo le spoglie dell’ultimo Zar.

L’Italia, assai più goffa e prosaica nelle sue levantine manifestazioni, non è stata però seconda a nessuno nella pedagogica ferocia con la quale si è accanita sul passato: vie e piazze ornate dai gioielli dell’architettura razionalista eretti durante il Fascismo sono intitolate ora a Patrice Lumumba o a Salvador Allende. Guai a vinti, inequivocabile stigma di ogni epoca. Anche il termine Insubria ha subito la furia iconoclasta dei vincitori. Nome antichissimo che risale ai tempi in cui, come narra Tito Livio, i Galli Insubri guidati da Belloveso attraversarono le Alpi e presero dimora nella pianura padana, fu usato correntemente fino in epoca asburgica ad indicare il territorio transfrontaliero compreso tra il Ticino e l’Adda, le Alpi e il Po, finendo per assurgere a sinonimo di Lombardia, tanto che, nella titolatura ufficiale, il rappresentante austriaco dell’autorità imperiale figurava come Gubernator Insubriae. A sostegno della perdurante vitalità di questo toponimo attraverso i secoli intervenne, in pieno Rinascimento,  l’erudito umanista milanese Bonaventura Castiglioni (1487 – 1555).

Esponente di punta del notabilato ecclesiastico meneghino, precettore di San Carlo Borromeo e Commissario generale della Santa Inquisizione, la sua fama di studioso è legata in particolare al Gallorum Insubrum Antiquae Sedes, trattato latino sulle antiche vestigia celtiche del nostro territorio. Pubblicato una prima volta nel 1541, il saggio viene ora riproposto dall’Associazione Culturale Terra Insubre in seno alla nuova Collana Insubria promossa dalla casa editrice riminese “Il Cerchio”, nella prima traduzione in lingua italiana che (vogliate perdonare un pizzico di presunzione) ho avuto l’onere e l’onore di approntare.

L’importanza di quest’opera antiquaria, offerta al lettore contemporaneo in un’edizione critica impreziosita dalla riproduzione anastatica del testo originale e supportata dal dettagliato apparato analitico curato da Giancarlo Minella e Maurizio Pasquero con l’autorevole sigillo dalla Professoressa Marta Rapi, docente di Scienze dell’Antichità presso l’Università degli Studi di Milano, non risiede tanto nell’attendibilità scientifica delle attribuzioni toponomastiche castiglionee, viziate dal pregiudizio classicheggiante allora in voga e non avvalorate dai rilevamenti archeologici, quanto piuttosto nell’uso “politico” che l’Autore fa del termine Insubria ancora alla fine del Cinquecento . Nella sua argomentazione, infatti, Castiglioni parla di Insubri riferendosi non solo agli antichi Celti, ma anche ai suoi contemporanei: insubri sono per lui le nobili famiglie di Milano e del Contado, insubri gli uomini più in vista del suo tempo e insubre è anche lo Stato, ovvero il Ducato di Milano. Nonostante la romanizzazione e la successiva inclusione forzata della Lombardia nell’Italia risorgimentale, la parola Insubria, che oggi ricorre un po’ ovunque fino al punto di essere considerata di uso comune, non è un retaggio inerte del passato ma un vocabolo vivente, sopravvissuto fino alle soglie dell’età  moderna, a testimonianza della vitalità di una patria carnale e di un viscerale senso di appartenenza che nemmeno la burocratica ostinazione dei funzionari sabaudi è riuscita ad estirpare, il che, paradossalmente, rende il Castiglioni un autore oltremodo attuale.

AUTORE: Bonaventura Castiglioni, TITOLO: Gli antichi insediamenti dei Galli Insubri, EDITORE: Il Cerchio, Rimini, 2013; PAGINE:  206, PREZZO: € 20.

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4 Comments

  1. Edoardo says:

    W L’ Insubria!

  2. CARLO BUTTI says:

    In epoca classica non è mai esistito un territorio chiamato “Insubria”: esistevano semplicemente i Galli Insubri, un appellativo tribale che non si lega ad alcun toponimo. Il nome INSUBRIA è stato coniato probabilmente in epoca umanistica, quindi è invenzione tarda. Chi non credesse alle mie parole, si curi di cercare il lemma INSUBRIA su un comunissimo vocabolario scolastico di latino, a vedere se lo trova: si accettano scommesse. A giocare con la lingua latina si rischia di prendere risibili cantonate: entrando in Italia dalla Svizzera attraverso il valico di Vacallo ci si imbatte in un cartello dell’Amministrazione Provinciale su cui campeggia la scritta REGIO INSUBRICA. Ignorante chi l’ha dettato: l’aggettivo latino corretto è INSUBRIS; INSUBRICUS non esiste, l’ha inventato qualcuno che il latino l’ha orecchiato qualche decennio fa a Messa, quando la Chiesa non l’aveva ancora gettato alle ortiche.
    Ma non c’è da stupirsi: ormai il latino non lo conoscono più neanche i preti, tant’è vero che il documento ufficiale con cui Papa Ratzinger annunciò la sua abdicazione contiene un bell’errore di sintassi.

  3. Ferdinando Spada says:

    Signor Mathlouthi, Lei fa un po’ di confusione. San Pietroburgo non è mai stata denominata Stalingrado. Si informi meglio.

  4. Heinrich says:

    Anche perché ciò che restava del Ducato di Milano dopo le vicende post-rinascimentali, il periodo spagnolo e l’espansionismo veneziano, era praticamente la sola Insubria.
    Ciò non toglie che comunque esistesse la Lombardia intesa come “grande lombardia” o “langobardia”, una entità che si estendeva dal Monferrato al Piave, dal Reno all’Albegna.

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