Insorgenze piemontesi e partigiani barbetti dell’epoca napoleonica

di MARIELLA PINTUS

Ai valorosi popoli della Provincia di Mondovì: le vostre ardite imprese, la barbarie, le sevizie de’ vostri  nemici sono giunte sino a Noi: Noi ammiriamo l’intrepida vostra condotta, e detestiamo le crudeltà de’ vantati difensori dell’umanità. Ecco qual realtà avevano le magnifiche promesse de’ vostri pretesi liberatori. Rapine, oppressioni, saccheggi, devastazioni, crudeltà furono i primi atti, dai quali si fecero conoscere a voi. Essi, che mettono la volontà del Popolo al di sopra di tutto: essi, che facevano l’insurrezione il primo dei doveri, alla volontà vostra si manifesta, alla vostra insurrezione hanno opposto l’inganno ed i saccheggi. Troppo ci affligge la vostra sorte; ma più ci preme di sollevarla. A tal effetto, o fedeli Sudditi del migliore de’ Re, mandiamo alla vostra volta, numerose schiere, di quell’armata vittoriosa, che con sì  rapido volo ha sconfitte, e scacciate quelle armate dette invincibili. Unitevi ad esse per terminare la loro distruzione, e siate pur certi, che lungi dall’abbandonarvi, sarà lo cura di procurarvi a spese de’ Comuni nemici la più ampia indennizzazione de’ sofferti danni: e ricordatevi finalmente, che li briganti della Francia hanno combattuto per distruggere la vostra santa Religione, e per assassinarvi, e voi con Noi combattete per ristabilirla, e per salvare con la vita le vostre proprietà. Dal Quartiere Generale di Torino il primo giugno 1799.”

Queste sono le parole dell’Editto con il quale il Barone De Melas – Commendatore dell’Ordine di Maria Teresa, Generale di Cavalleria, Proprietario di un Reggimento di Corazzieri, Comandante Generale dell’Armata Imperiale Regia-Apostolica in Italia, incita i contadini monregalesi perché insorgano contro i Francesi. Prima di commentare questo proclama, è opportuno ricordare quali fossero le condizioni di vita delle classi contadine, a partire dagli anni che vanno dal 1750 ai primi anni del 1800. Molti territori, in Piemonte, sono in preda a una povertà totale: il cibo è scarso e di nessun apporto energetico; ci si nutre per lo più di fagioli e di ceci e nelle zone più povere dell’Astigiano si giunge persino a mangiare una sorta di panettone, confezionato con le ghiande. Importato dai Sardi, esso è utile per attutire almeno i morsi della fame; le poverissime abitazioni, in particolare quelle langarole e monferrine, hanno muri spessi ma finestre piccolissime dalle quali penetra pochissima luce; l’umidità è forte e l’aria malsana. I paesi di montagna, sepolti dalla neve e isolati per molti mesi all’anno,  stanno ancora peggio: i campi da coltivare vengono strappati con fatica, ai fianchi della montagna; la loro vita è poverissima e ancora verso la fine del secolo, in Val Pellice, nelle Valli del Cuneese e del Biellese, il pane fatto con il grano è totalmente sconosciuto, così come l’uso della patata. La gente della montagna si accontenta delle fave, di orzo e segale e soprattutto delle castagne considerate il pane dei poveri. Le condizioni di vita di contadini e valligiani subisce sorti alterne, alternando qualche progresso ai numerosi regressi, sino a giungere agli anni dell’occupazione francese.

Nel corso del secolo avviene anche una importante trasformazione nei rapporti tra la plebe e la nobiltà feudale che abbandona la campagna per inurbarsi col consenso della monarchia che in questo modo può controllarla meglio;  scompare in questo modo la figura del nobile campagnolo legato alla terra e che condivide in qualche misura la sorte dei suoi contadini; subentrano a detta figura,  fittavoli e imprenditori della borghesia cittadina che speculano e sfruttano i lavoratori della terra, facendo rimpiangere sovente gli antichi proprietari. Lo Stato pur rendendosi conto tramite i suoi funzionari, delle condizioni delle campagne, interviene soltanto nel 1797,  durante i moti contadini provocati dalla miseria e dalla fame mentre i Francesi repubblicani erano ormai alle porte. Malgrado tutto, braccianti e giornalieri mantengono sentimenti conservatori: sono ligi alla monarchia e alla religione, diffidano di qualunque nuova idea specie se proveniente d’Oltralpe; i loro interessi sono limitati alla sopravvivenza messa in gioco dagli umori del tempo, del mercato e dei padroni; la propaganda giacobina ha un effetto limitato su di loro, anzi la profonda diffidenza si trasforma in odio verso le armate repubblicane che invadono il Piemonte nel 1796.

Rabbia e disperazione danno origine a tumulti improvvisi e violenti subito stroncati perché non sono supportati da una intesa comune e da capi in grado di organizzare una vera e propria ribellione. Nonostante tutto,  nessuna colpa viene imputata al Re perché nella campagne si crede che egli sia all’oscuro delle reali condizioni di vita dei miseri: contadini o montanari che fossero; purtroppo la situazione si aggrava con le spese di guerra, la sconfitta militare e infine l’occupazione straniera; appena caduta Mondovì, la soldataglia francese mette a ferro e fuoco tutto il Monregalese, rubando di tutto: denari, vestiti e biancheria, viveri e bestiame; sono saccheggiate anche le chiese, le donne violentate e molti contadini uccisi; per l’esercito francese,  il saccheggio è una pratica normale: la comunità di Bosco Marengo invia questa relazione al governo di Torino: “ I prati furono tutti calpestati, sfracellate e atterrate le piante e le viti,  saccheggiati indistintamente tutti i cascinali, i fienili sforacchiati, i pollai vuotati, i vitelli rubati, le biancherie e gli abiti rubati, i poveri abitanti insultati e maltrattati: Alcune donne e figliole violentate, la maggior parte a fuggire per sottrarsi alle violenze”. Le stesse cose accadano in molti altri luoghi: Bra, Cherasco, Narzole, Asti e nella Valle Belbo;  i Francesi si comportano da padroni, ovunque giungano svuotano le casse pubbliche rubando non solo per se stessi  ma anche per gli amici e la situazione per lo Stato peggiora ulteriormente: il raccolto di frumento è pessimo e i prezzi delle merci aumentano di giorno in giorno. Nel luglio del 1976 i contadini insorgono e chiedono provvedimenti per la loro difficile condizione, ma raramente mettono in discussione l’autorità del Re, anche se in qualche caso esigono l’abbattimento degli ultimi privilegi feudali. Il tentativo di indirizzare il malcontento in senso repubblicano fallisce poiché quando qualche giacobino tenta di convincere i rivoltosi, viene immediatamente abbandonato. A Fossano dove si è ottenuto il ribasso dei prezzi, il moto insurrezionale degenera in anarchia, favorendo la reazione dei moderati; quattro cittadini ricevono l’ordine di arrestare giacobini e filofrancesi e dopo essersi impadroniti dei cannoni di Porta Romanisio, caduti in mano agli insorti, raggiungono “ L’Osteria della Trutta” dove si sono radunati i giacobini; essi sono sorpresi mentre insultano i sovrani; minacciati di morte, abbandonano la città ma vengono inseguiti e arrestati; tradotti alle carceri vengono liberati , in seguito per intervento del Vescovo.

In tutto il Piemonte si suonano le campane a martello ma fondamentalmente le persone rimangono realiste come nel caso della città di Asti, il più clamoroso fallimento giacobino; tuttavia nella Valle Po e nella stessa Saluzzo sono evidenti i segni di una possibile e seria sollevazione: infierisce la carestia e di conseguenza i prezzi sono altissimi; giunge notizia della presenza di molti militari e di arruolamenti a Paesana, Sanfront e nella stessa Revello; i ribelli sono chiamati “vittoni”: termine che ancora oggi ritroviamo nei cognomi biellesi e canavesani, “vittone” significa montanaro e deriva da vitton o viton. Il 27 luglio scoppia la ribellione di Revello e dei paesi vicini, guidata dal Generale Gallo che presenta un memoriale con le richieste degli insorti. Insieme agli attestati di fedeltà al Re, si chiede l’abolizione degli ultimi diritti feudali sui forni, sui mulini, sulla caccia e sulla pesca e soprattutto si invocano provvedimenti immediati per dare sollievo alle ristrettezze che attanagliano la popolazione. Il 29 luglio cominciano a giungere le prime concessioni ma anche le minacce di gravi provvedimenti per coloro che non rientrino immediatamente nella regolarità. Il conte Papa e il parroco di Revello si recano a Torino per ottenere la promessa di usare clemenza nei confronti dei “vittoni”; le bande depongono le armi e si sciolgono; nel frattempo le sollevazioni raggiungono i dintorni di Torino: “Una squadra di malandrini, scesa ieri sera alle cinque dalla montagna tentò di mettere a soqquadro tutto questo borgo. Dessi già avevano atterrato le porte di varie e dato il sacco a qualche casa, ma corsi i giavenesi alle armi, in un momento sbaragliarono e ricondussero la tranquillità”. Così  mercoledì 9 agosto 1797, una settimana dopo questi avvenimenti, la Gazzetta Piemontese dà notizia della breve sollevazione. Notizie di sollevazioni giungono però da tutto il Piemonte ma non si parla né di repubblica né di sovvertimento del potere, infatti i giacobini vengono isolati dalla popolazione e frustrati nei loro tentativi politici anche perché molti rivoltosi sono in buona fede e sono soltanto disperati per la carestia alla quale non sono in grado di far fronte; non trovano altro modo per farsi sentire che sollevarsi contro le amministrazioni locali, agli sfruttatori, ai nobili e all’alto clero che speculano crudelmente sui disagi della popolazione. In questo contesto si inseriscono figure particolari come brigands e barbetti; per quanto riguarda gli ultimi, essi sono un vero e grave problema per i Francesi, poiché col loro coraggio riescono spesso a interrompere i contatti tra le montagne e la pianura…dice la lettera di un soldato: “(…) barbetti ci aspettano dietro una rupe o un cespuglio  e ci mandano fucilate che noi non sappiamo da dove vengano. Codesti maledetti  montanari fanno più danno dei soldati di linea: conoscendo il paese, fuggono da un dirupo all’altro, facendo continuamente fuoco e non lasciandosi mai avvicinare”.

Una reazione dura alle offese che i repubblicani portano, con le loro leggi giacobine, alla religione e ai beni e alla stessa vita degli abitanti della montagna che giurano di sterminare tutti gli invasori; le bande sono guidate da capi che diventano ben presto famosi ma che sono uniti da una fine immatura e sempre violenta: Contin che agisce sul colle di Tenda e nella valle del Roja, Comtès che alla Posta Vecchia di Rivoli, in aperta campagna ma oggi in città, assalta un convoglio giacobino…il governo del re viene accusato dalla Francia di reclutare brigands mentre soldati regi vanno ad appoggiare i rivoltosi; è pur vero che Violino, uno degli ultimi capi barbetti, è anche ufficiale dei Cacciatori Buoni Cacciatori, un corpo composto da militari delle terre invase; numerosi incidenti rispondono a un piano ben determinato per rendere più debole il Piemonte che nei disegni di Napoleone deve diventare repubblicano; i transalpini che occupano la cittadella di Torino, si fanno immediatamente odiare per il loro comportamento violento e oltraggioso specialmente nei confronti delle donne. Piccoli disordini e risse vere e proprie sono segnalate all’osteria dei Tre Canarini, a quella della Luna d’Argento, al Leon d’Oro e al castello di Rivoli. Nel frattempo, sulle montagne continua la guerriglia: il 21 aprile 1800, un paese a poca distanza da Drap, viene occupato dai barbetti che uccidono tre soldati; a giugno altri barbetti sorprendono un distaccamento che si sposta da Tenda a Sospel e ne uccidono tutti i componenti.

Sul versante piemontese ritroviamo Violino, di Fontanelle di Boves che agisce nella stessa Cuneo, nelle Langhe e nel Monregalese, perfettamente in linea con l’appello del barone De Melas, di cui si era detto all’inizio. Violino conduce una guerra che ritiene regolare, infatti non ruba anzi, spesso risarcisce i contadini ai quali i soldati bruciano i fienili, svuotano le case e le cantine con la scusa di snidare i partigiani barbetti; egli invece non ruba ma paga coloro che lo riforniscono di armi e viveri. Suscita simpatia questa persona che combatte per un Re che ha scelto l’esilio: per i contadini del Cuneese da sempre oppressi da una vita stentata e da quella guerra non voluta, Violino impersona la figura del brigante sociale cosicchè è difficile distinguere tra leggenda e realtà; finirà ucciso come tutti gli altri briganti più o meno buoni: da Mayno della Spinetta,  a Cadreghino, ai fratelli di Narzole, tutti armati di  “spaciafoss”. Giovanni Scarsello è il capo riconosciuto della banda e, come Mayno, è una persona simpatica di buone maniere; egli rispetta i suoi compaesani e gli abitanti dei paesi vicini, in questo modo i contadini lo proteggono e anche le autorità del luogo lo lasciano in pace. I Narzolesi si spingono per le loro incursioni nei dintorni di Cuneo, Mondovì, Saluzzo, Racconigi; verso il 1803, entrano in contatto con gli Inglesi che avevano promesso una ingente somma di denaro per sollevare la popolazione nei dipartimenti subalpini.. Purtroppo con l’andare del tempo vengono meno la protezione e l’omertà che li coprivano: gli Scarsello, i Vivalda, i Perno e il Gancia vengono catturati  da più di seicento armati e avviati al processo; il 2 novembre compaiono al banco degli imputati 73 persone, diciotto sono briganti confessi; i capi d’accusa sono ventisette e vanno dal furto alla resistenza armata, all’omicidio. Il processo-farsa avviene il 4 novembre e il giorno dopo vengono eseguite le sentenze di morte per i capi della banda, disperati e idealisti allo stesso tempo. Più fortunato è il maggiore Viora Branda de Lucioni, uno strano personaggio, partigiano della causa monarchica; compare nel Novarese e nel Vercellese intorno al 1799, quando risulta essere un ufficiale a riposo dell’armata austriaca. Attorno a Branda si raccolgono immediatamente le prime bande di contadini, fanatici e avventurieri. Indirizzato dal clero, il maggiore guida i paesani a cui ha dato il nome di Massa Cristiana, alla liberazione del Canavese; afferma di avere delle visioni mistiche durante le quali lo stesso Gesù Cristo gli ordina di liberare anche la Francia dal tiranno e gli ingenui contadini gli credono. Molti si arruolano tra i Branda: briganti comuni, alcuni preti e i soliti balordi che si aggirano nelle campagne; aiutato dai Russi,  Branda entra in Ivrea, accolto dal vescovo Pochettini mentre Ciriè, San Maurizio, Caselle e Leinì non ne riconoscono l’autorità; a quel punto il maggiore minaccia di bruciare i paesi che non si arrendono subito. E’ la volta di Torino che viene bloccata per due settimane, con scorrerie fin sotto le mura cittadine e a Borgo Dora mentre viene interrotta la navigazione sul Po.

In quei giorni giungono in città notizie allarmanti: Ceva e Mondovì sono in piena rivolta, Narzole e Cherasco sono in mano agli insorti realisti, Alba e circondario in mano ai contadini, bande di paesani percorrono e saccheggiano il Monferrato. A Torino si vive nella paura, il 25 maggio gli Austro-russi entrano in città e nella mattinata dello stesso giorno, i Branda si scontrano con una pattuglia di Francesi al Regio Parco; le botteghe chiudono immediatamente i battenti, sotto il fuoco dei cannoneggiamenti. Caduta porta Po, bande di armati si aggirano per le vie, assalendo e minacciando…la capitale cade, la cittadella in mano ai Francesi si arrende il 22 giugno e nello stesso giorno viene officiato un “Te Deum” di ringraziamento; i Branda, diventati scomodi, sono allontanati da Torino e si spostano nelle Langhe, continuando la loro lotta contro i giacobini ma sono le ultime imprese: la banda viene sciolta poco dopo e il maggiore si rifugia in Appennino dopo essere stato respinto anche da chi si era servito di lui per rientrare in possesso di un regno dai piedi di argilla, in mano a sovrani non sempre all’altezza del loro compito. A Torino i rivoluzionari hanno distrutto tutto: richieste continue di denaro, spoliazione delle opere d’arte e delle biblioteche, vandalismi nelle chiese hanno ridotto in ginocchio la città, non solo, i Torinesi vedono in azione anche la ghigliottina che opera 423 sentenze sui 54.000 abitanti dell’epoca. In buona sostanza, l’opera di snaturamento e smembramento del Piemonte è la molla che fa reagire le popolazioni e nonostante le condizioni di vita più o meno dure che fossero, l’animo conservatore della maggior parte degli abitanti rifiuta la propaganda giacobina, come abbiamo visto,  rimanendo fedele ai propri ideali di libertà.

In collaborazione con “I Quaderni padani”

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3 Comments

  1. Unione Cisalpina says:

    a me pare ke kuesti partigiani e resistenza, sia kuella dei reazionari nostrani frammisti alla delinkuenza komune utilizzata dal klero x kombattere l’avanzata della Rivoluzione francese (antiklerikale ed antipapista) ke korreva sulle armi di kuell’esercito…

    spero ke il nuovo ke avanza non sia un avanzo del vekkio…

    farsi protestanti del romano potere religioso kredo sia una missinone sine kua non x la libertà di Padania ed indipendenza cisalpina…

    una kiesa kristiana nazionale padana autonoma ed indipendente dal preteso kattolicesimo di roma ladrona, kredo sia una giusta aspirazione ke ogni cisalpino, ora kattoliko, x dignità propria, dovrebbe volere…

    • Unione Cisalpina says:

      sono 1.400 anni ke aspettiamo kuesto momento …

    • Etnie says:

      E a te pare molto male, visto che sei ossessionato dalla polemica anticattolica e continui a evocare il protestantesimo che, volendo usare le tue semplificazioni, ha inventato lo stato centralista. Le insorgenze anti napoleoniche sono un fenomeno europeo che univa fede cattolica e lotta autonomista. E’ la tradizione che si batte contro la rivoluzione. Se tu fossi un vero autonomista, riconoscerti il diritto alle popolazioni cattoliche di essere tali.

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