Informazione e propaganda, salviamo il giornalismo vero per salvare il diritto all’indipendenza

giornali2di ENZO TRENTIN – Secondo una ricerca il 90% degli articoli di giornale sono letti nei social network, e non nei loro media originali. I giornalisti poi, grosso modo, sono divisi in due gruppi. Al primo appartengono coloro che hanno rinunciato alla funzione di cane da guardia del potere per accettare lauti compensi. Essi trovano ampio spazio nei talk show televisivi basati su interviste e dialoghi tra un giornalista e uno o più ospiti del programma, invitati a discorrere di qualsiasi argomento. In questo modo il talk show (specialmente quelli filo governativi) ha sostituito la barbosa e paludata tribuna politica della seconda metà del secolo scorso. Ma il chiacchiericcio inconcludente e addirittura la rissa verbale giovano prevalentemente a far fare passerella ai politicanti di turno ed ai loro corifei.

All’altro gruppo di giornalisti appartengono invece i freelance spesso mal pagati e sfruttati. Ecco la conferma: alla conferenza stampa di fine anno (Roma, 29 dicembre 2015 – fonte: askanews+ansa+agi), è andato in scena il battibecco Matteo Renzi – Enzo Iacopino. Il Presidente dell’Ordine: «C’è una schiavitù che non solo è tollerata ma è codificata in contratti: 4.920 euro lordi l’anno, questo è quello che vale il lavoro giornalistico nel civile Nordest (nelle testate Finegil, Gruppo Espresso/Repubblica, Ndr).» Il  premier Renzi ha risposto: «Non credo che ci sia schiavitù o barbarie in Italia.» Controbattuto dal sarcasmo del presidente dell’Odg. «No a liste di giornali buoni o cattivi.»

Il giornalista e scrittore americano Jonathan Franzen, nel corso di una recente conversazione presso l’organizzazione culturale di Manhattan 92Y, dove è andato a presentare il suo nuovo romanzo “Purity”, sostiene: «Quello che sta accadendo per colpa di Internet non mi piace per nulla. Senza giornalismo una democrazia non può funzionare, e noi rischiamo di perderlo, perché i professionisti che lo praticano non riescono più a farsi pagare. Dobbiamo assolutamente trovare un nuovo modello.»

E prosegue [http://www.lastampa.it/2015/09/29/cultura/franzen-il-giornalismo-a-rischio-internet-lo-sta-uccidendo-dzQR4kLOyi6OPP4uDndKJN/pagina.html ]: «Il giornalismo è fondamentale per la democrazia. Intendo quello serio, fatto da professionisti. Ora però è a rischio, e non possiamo permetterci di perderlo.» Quindi articola il concetto così: «Uno dei problemi che ho con Internet è che sta rendendo sempre più difficile per i giornalisti essere pagati, in particolare i freelance. È un cane che si morde la coda: qualcuno fa un enorme lavoro per trovare dei fatti, ma nell’istante in cui li pubblica vengono subito presi, linkati, twittati, copiati, senza che chi li ha scoperti venga adeguatamente compensato da chi li consuma.»

La replica che non possiamo berci è che il mondo è cambiato, che ormai chiunque abbia uno smartphone è quanto meno un testimone, e poi ci sono i blogger e i leaker a informarci. In realtà così si alimenta solo il rumore, e vince chi grida più forte. Ci sono seri problemi con chi dice che i giornalisti non ci servono più, perché tanto abbiamo i leakers, i citizens journalist, il crowd sourcing o i blogger. È un cammino che porta a una cittadinanza disinformata, oppressa e uniformata, perché non c’è nessuno che cerca responsabilmente di riportare cosa succede. Solo opinioni personali, spesso opposte e violente, non digerite. Chi urla più forte ha ragione. Pensiamo che questo assomigli più alla propaganda, e che sia un modo sbagliato di diffondere informazione.

Per esempio è sicuramente propaganda il decreto Salva-banche.

Alla vigilia di Natale un comunicato dei consigli di amministrazione delle nuove banche nate dalle ceneri dei quattro istituti da cui è nata tutta la vicenda (Banca: Marche e Etruria; Cari: Ferrara e Chieti), fanno sapere che in base alle norme italiane ed europee loro “non possono essere oggetto di azioni da parte dei vecchi azionisti e obbligazionisti subordinati” (vedasi il Corriere della Sera del 27/12/2015).

Probabilmente il codice civile e penale in cui sono incappati i risparmiatori è diverso da quello delle  banche. Forse in un paese realmente democratico la magistratura avrebbe qualcosa di cui occuparsi. Infatti la percezione tangibile di beffa appare completa se osserviamo che il legislatore ha approvato un decreto in cui c’è scritto – testuale – “resta salvo il diritto al risarcimento degli investitori…” che – aggiungiamo noi – avendo gli investitori perso 800 milioni, come faranno a veder riconosciuto questo loro diritto se il fondo messo a disposizione è di 100 milioni, e se le nuove banche sono intoccabili? Quindi. Da una parte le leggi che non sono uguali per tutti. Dall’altra il legislatore che afferma diritti che sa già in partenza che non potranno essere onorati.

Il giornalismo, praticato con serietà, quello di approfondimento, quello documentato, permette di spiegare in maniera più sana questa questione, come le idee socio-politiche. E giova agli stessi politici oggi abituati a parlare per slogan, a promettere e a non mantenere, a speculare sull’ingenuità di quella parte di cittadini che pensano che la politica è una cosa sporca di cui è meglio non occuparsi. O peggio che la politica sia una cosa complicata, e quindi per “aristocratici” che etimologicamente significa “migliori”.

Il cittadino che sia realmente tale auspica la partecipazione e la discussione per sviluppare l’uguaglianza politica: la prima perché spostare la base del contesto politico dalla finanza organizzata alla cittadinanza organizzata è il migliore antidoto per contrastare l’influenza della ricchezza [nelle decisioni politiche]; la seconda perché indebolisce il potere di chi ha maggiori risorse con la forza degli argomenti migliori.

Così scriveva Montesquieu [in “Lo spirito delle leggi”] sulla democrazia diretta e la democrazia rappresentativa: «Poiché in uno Stato libero qualunque individuo che si presume abbia lo spirito libero deve governarsi da sé medesimo, bisognerebbe che il corpo del popolo avesse il potere legislativo. Ma siccome ciò è impossibile nei grandi Stati, e soggetto a molti inconvenienti nei piccoli, bisogna che il popolo faccia per mezzo dei suoi rappresentanti tutto quello che non può fare da sé.» Ma cosa “cede” in realtà un individuo che vota il proprio “rappresentante” nelle istituzioni, se non la sua “volontà”, ovvero la “proprietà” del proprio corpo e della propria mente, assoggettandosi alle scelte del rappresentante eletto?

Anche Robert H. Dahl scriveva [“Sulla democrazia”]: «Il governo rappresentativo non è nato come pratica democratica ma come strumento attraverso il quale i governi non democratici – soprattutto le monarchie – potevano mettere le mani su preziose entrate fiscali e altre risorse di cui avevano bisogno essenzialmente per scopi bellici.» In cosa una monarchia costituzionale è diversa da un sistema rappresentativo in cui la democrazia è confinata nel solo giorno della cerimonia delle elezioni?

Consideriamo che se anche fossero solo il 10% i cittadini interessati a partecipare alle decisioni comuni, in Italia sarebbero 6 milioni. In un Veneto indipendente sarebbero 500mila. Dunque molti di più che i dieci, dodici capi partito, dei mille parlamentari o dei diecimila del livello comunale di adesso. E, se è vero che più teste implicano più problemi, è anche vero che offrono maggiori possibilità di soluzioni intelligenti.

Se è così, si deve allora riconoscere che l’espressione “democrazia diretta” è affetta da un pleonasmo e che l’espressione “democrazia rappresentativa” costituisce un ossimoro. Dove c’è democrazia, infatti, c’è decisione popolare diretta (nel senso appena indicato). Dove, invece, vi è rappresentanza non v’è democrazia. Di conseguenza quei politicanti sedicenti indipendentisti che vogliono il nostro voto per essere eletti nelle istituzioni italiane non meritano alcuna credibilità. Tantomeno il nostro voto.

È interessante notare che dopo poco più di 200 anni dalla nascita delle prime democrazie moderne periodicamente si ritorni a questi argomenti di discussione: il popolo non sa o non saprebbe governarsi. Il popolo non ha le competenze necessarie a governarsi. E alla parola popolo potete dare l’estensione che vi pare. Ma è bene ricordare, che per “popolo” non si è mai inteso la totalità degli esseri umani che compongono la comunità.

Prima gli ateniesi escludevano donne, meteci, schiavi e alcune altre categorie. Poi venne la questione della competenza che viene posta nella quasi totalità dei casi da parte di chi ha già il potere verso quelli che lo richiedevano, o da parte di chi crede di possedere quella competenza in quanto possessore di quella particolare caratteristica verso quelli che quella caratteristica non l’avevano o possedevano. I nobili verso i borghesi che erano semplici possidenti senza lignaggio. I borghesi possidenti verso chi non aveva terre o mezzi e non poteva pagare tasse. Gli uomini dalla pelle bianca verso quelli con un altro colore. I maschi verso le femmine. Gli acculturati verso gli analfabeti, gli anziani verso i giovani. Ed altro ancora. La ragione era sempre (ed è) che non avevano la competenza o la saggezza necessaria per governare.

Sfugge a tutti costoro che il diritto all’autodeterminazione è un diritto che spetta semplicemente a tutti coloro che individualmente sono capaci di essere responsabili della propria vita. Come individui, siamo membri di una comunità in quanto rinunciamo a una parte del diritto ad autodeterminarci in maniera assoluta, ed accettiamo di regolare la vita secondo le decisioni e le regole della comunità. Ma la vita è nostra, e come tale abbiamo il diritto a contribuire a determinare la gestione di quella parte che abbiamo messo in comune, come chiunque altro che abbia fatto la stessa rinuncia a favore della comunità.

La nostra responsabilità verso la nostra vita non dipende dal fatto che noi siamo intelligenti, ricchi, bianchi o neri o donne. Ma semplicemente dal fatto che la vita è la nostra e nessuno si fa responsabile per noi di quella. In questo senso le eccezioni riguardano solo proprio questo aspetto. Un bambino piccolo “dipende” dai genitori. Ma finché un minore non è responsabile, non solo non ha il diritto di decidere le regole, ma non ne ha neanche il dovere. O lo ha in maniera molto attenuata. Questo è l’unico tipo di eccezione che ha una logica non di dominio. Ovviamente lo stesso avviene per chi è incapace di intendere e di volere: perde i diritti politici, ma è anche trattato (o dovrebbe essere trattato) diversamente quando non rispetta le leggi. Non è responsabile. E non importa che si usi un criterio piuttosto che un altro. Alla fin fine i criteri sono sempre relativamente arbitrari. Ciò che conta è che se uno è ritenuto responsabile della propria vita, allora come membro della comunità ha il diritto a decidere su quella. Così da determinare ciò che come gli altri dovrà sopportare.

Per convincersene basta rileggere uno dei tanti statuti medioevali delle nostre comunità per accorgersi che questi erano indirizzati ad assicurare il benessere comune, e non a sancire astratti principî. Essi permettevano la salvaguardia dei più deboli nei confronti dei poteri forti. Principî che ritroviamo ancora più indietro nel tempo, negli antichi centri rurali dove, l’organizzazione cittadina romana, non pretendeva di cancellare la precedente base etnica e gli antichi costumi. Basti pensare che il verdetto riportato nella lamina bronzea di Polcevera del 117 a.C., rinvenuta vicino a Genova, ci ha fatto sapere che i legati liguri, eletti dalle tribù, e inviati a Roma per trattare una contesa, non avevano alcun potere decisionale ma si limitavano a riportare quanto ascoltato, ai rispettivi consigli, ove lì, e solo lì, sarebbero state prese le decisioni.

Tornando al giornalismo italiano – anche di quello d’informazione politica – ci sono molti motivi per essere scontenti; ma non esageriamo. Se ne può parlare male per la sua storica tendenza a farsi spesso strumento del potere politico ed economico; per la sua inguaribile propensione a dimenticarsi del lettore come istituzionale destinatario; per il suo scarso rispetto del cittadino in quanto persona; e spesso per la sua ambizione di essere non testimone ma protagonista, non osservatore ma facitore di realtà; a volte anche fabbricante di “carte false”. In questi casi più che di fronte ad un giornalista ci si trova di fronte ad un propagandista. Ad un peones di partito, ancorché indipendentista, e il peones è una persona appartenente alla schiavitù (dallo spagnoli peón), anche un tipo di servitù involontaria.

Naturalmente questo è valido solo se non si vuole che s’affermi una logica di dominio. E quindi vuole una cosa diversa dalla democrazia. La libertà nell’ordine democratico è, prima di tutto, libertà di autodeterminazione nelle decisioni collettive, ovvero il diritto dei cittadini a partecipare, come eguali, alla formulazione delle regole che dovranno poi essere rispettate. Un sistema democratico gestisce le proprie risorse in modo da promuovere l’eguaglianza politica dei cittadini e le libertà necessarie al processo democratico. Ma quando manca una corretta informazione tutto ciò diviene impossibile. Se invece qualcuno ritiene che i somari vadano pascolati per il loro bene, deve riconoscere che storicamente mai un governo di “custodi” (o competenti o rappresentanti o come vi pare) ha fatto il bene dei somari.

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