Inflazione a macchia di leopardo: minima in Molise, al top in Basilicata

di REDAZIONE

Inflazione a velocità differenti in Italia. A fronte di un indice nazionale medio al 3,3% per il periodo gennaio-aprile 2012, l’inflazione regionale va da un minimo del 2,6% rilevato in Molise ad un massimo del 5,3% in Basilicata. Alla base di questa forbice così ampia, ci sono fiscalità e tributi locali, insieme ai corrispettivi dei servizi pubblici locali e al diverso funzionamento dei mercati del lavoro. Ma anche l’efficienza delle catene logistiche, il numero di passaggi lungo le filiere, la diversa penetrazione della grande distribuzione o il diverso stato di salute della domanda nei diversi territori. A tracciare il quadro dell’inflazione nelle diverse regioni italiane è l’Osservatorio prezzi e mercati di Unioncamere. Il passaggio dal 2011 al 2012 ha allargato le differenze tra i vari territori. Nel 2011, a fronte di una crescita dell’indice generale dei prezzi del 3% in media annua nazionale, la velocità della crescita dei prezzi nelle regioni italiane è oscillata tra il 2,3% del Molise ed il 3,8% della Valle d’Aosta. “La variabilità dell’inflazione nei nostri territori – ha spiegato il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello – è lo specchio di squilibri antichi dei sistemi produttivi e delle infrastrutture, ma anche del permanere di tanti piccoli mercati protetti come sono i servizi pubblici locali. Il risultato è un’ulteriore erosione del potere d’acquisto di famiglie e imprese, persino in un momento di stagnazione della domanda come questo. Dai dati appare evidente che per rilanciare i consumi occorre innanzitutto rallentare la corsa di tariffe e tasse, locali e nazionali. Un primo passo è aumentare la trasparenza della pubblica amministrazione, per capire come si formano le tariffe dei servizi pubblici e come si possa meglio confrontarle con quelle dei comuni e delle regioni più virtuose”.

Distinguendo nel paniere tra alimentari, abitazione ed utenze (dalle tariffe del servizio idrico a quelle dei rifiuti urbani, dell’energia elettrica e del gas naturale), dall’Osservatorio di Unioncamere emerge un ritratto più a fuoco dell’Italia al tempo della crisi. Affitti e tariffe pesano di più (oltre che in Basilicata, dove tra gennaio e aprile sono cresciute al ritmo del 9,5%), in Abruzzo, Friuli Venezia Giulia e Lazio, tutte oltre l’8%. La componente dei prodotti alimentari, invece, supera il 3% in Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Lombardia. Sulle diverse dinamiche del potere di acquisto a livello locale giocano in maniera determinante alcuni elementi di matrice territoriale, tra i quali innanzitutto le componenti delle tariffe e della fiscalità locali, evidentemente condizionate dalla necessità di dare risposte alle esigenze di cassa degli enti interessati. Caso emblematico quello di Liguria e Lazio (+3.4% per entrambe il tasso tendenziale di inflazione ad aprile), due delle Regioni che dal 1° gennaio 2012 hanno adeguato le addizionali regionali sui carburanti. In generale, secondo Unioncamere, “la differente dinamica dei prezzi va inquadrata in un contesto di debole crescita dei redditi nominali pro-capite lungo lo stivale e rivela che vi sono esperienze di territori in cui il potere d’acquisto non solo è diminuito, ma con una intensità che lascia intuire esiti sensibilmente diversi anche per la spesa per consumi delle famiglie. È assai probabile, ad esempio, che l’inflazione più moderata osservata in Veneto (+2.5% in media d’anno) possa in parte essere ascritta alla maggiore severità della crisi ed ai suoi risvolti occupazionali in un contesto a forte vocazione industriale”.

Per meglio inquadrare il tema del cambiamento dei consumi, l’Osservatorio di Unioncamere ha realizzato una riclassificazione della spesa delle famiglie sulla base della tipologia di bisogno individuale che i beni ed i servizi del paniere sono destinati a soddisfare. La ‘mappa’ dei prezzi così ricostruita – che parte dai bisogni fisiologici e giunge sino a quelli di tipo edonistico – aiuta ad interpretare la silenziosa ‘rivoluzione’ che da alcuni anni a questa parte sta avvenendo tra i consumatori italiani, la cui attenzione si dirige ormai – per fasce di reddito sempre più ampie – verso le catene di hard discount, i mercatini rionali e il circuito dell’usato. La corsa dei prezzi, da tre anni a questa parte sta colpendo soprattutto su quelli che possono essere definiti i “bisogni primari” delle famiglie italiane: affitto dell’abitazione e pagamento di utenze e tariffe, abbigliamento, arredamento, elettrodomestici, utilizzo dei mezzi pubblici e dell’auto privata. Insieme, i prezzi dei beni inclusi in queste voci di spesa incidono complessivamente per il 48% sul bilancio domestico. Riordinando e raggruppando i prodotti in una scala valoriale – che – dallo studio emerge come nel periodo considerato i maggiori aumenti abbiano colpito proprio i bisogni primari. Innanzitutto quelli definiti “non di base” (corrispondenti a circa un terzo della spesa delle famiglie e legati alla spesa per alcuni articoli di abbigliamento ed arredamento, elettrodomestici, mobilità privata) cresciuti complessivamente del 13,1% nel periodo considerato e del 3,8% in media nell’ultimo biennio. A seguire, la spinta maggiore (+9,2% nel periodo considerato e +3,9% in media negli ultimi due anni) ha interessato i prezzi dei beni legati ai bisogni primari “di base”, ovvero l’affitto, le utenze ed i principali articoli di arredamento, e la mobilità intesa come trasporto pubblico; tre voci che complessivamente, a fine mese, incidono per circa il 18% sul portafoglio delle famiglie. Più preoccupante – anche se la crescita è stata meno accentuata rispetto ai bisogni primari – appare l’incremento dei prezzi registrato per i cosiddetti “bisogni fisici essenziali”, per loro natura difficilmente comprimibili visto che tra essi rientrano i generi alimentari anche di prima necessità (come latte, pane e pasta di grano duro) e la cura della persona. Il soddisfacimento di questi bisogni indica tecnicamente la soglia della povertà. In questo ambito (che incide per il 7% sulla spesa media delle famiglie) l’asticella dell’inflazione è salita del 4,2% tra il 2009 e il 2012

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